venerdì, 14 Agosto, 2020

Gli effetti economici del super debito pubblico

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Sino a ieri tutta l’attenzione era concentrata su come evitare i rischi economici. Ma adesso ci si comincia a preoccupare anche di quelli democratici. Una copertina dell’Economist denunciava un’ondata di autoritarismo (“una pandemia di arraffamento del potere”) in tutto il mondo. Non meno di 84 Stati infatti-scrive-si sono attribuiti strumenti eccezionali e ciò, ancorché spesso necessario, diventa “rischioso dove le radici della democrazia e i contro bilanciamenti del sistema istituzionale sono fragili”. In Italia si discute sulla costituzionalità di alcune scelte del governo (e questo quotidiano ha ospitato interventi molto autorevoli). Alcune restrizioni sembrano evocare ora l’ipocrisia, ora lo Stato di polizia.

Il presidente del Consiglio ci ha spiegato che all’estero sono ansiosi di leggere le sue disposizioni per trarne un esempio. Ma l’esempio sembra essere piuttosto di indeterminatezza e confusione. Anche se, grazie ai burocrati italiani (forse non se n’è accorto) Conte almeno un merito l’ha avuto verso chi ci segue dall’estero: quello di regalare una risata. Perché il nostro Governo ha definito “faq” (che si pronuncia in inglese come “fuck”) il sistema di risposta dello Stato italiano alle domande più frequenti dei cittadini.
Non è questo tuttavia il tema principale. L’allarme degli analisti internazionali va infatti molto oltre il contingente. La crisi economica del 2008 -osservano- ha provocato una avanzata precedentemente inimmaginabile dei movimenti estremisti, antisistema e populisti. La crisi da pandemia potrebbe fare molto peggio. Ed è qui che noi dobbiamo preoccuparci in modo particolare, perché i rischi, non solo per l’economia ma anche per la democrazia, sono tanto più gravi quanto più la situazione è compromessa dal passato.
Temiamo il collasso economico più degli altri Paesi europei a noi vicini perché abbiamo un debito pubblico di un terzo più grande; nell’ultimo ventennio siamo andati indietro rispetto a loro sempre di un terzo (quanto a prodotto interno lordo); abbiamo un tasso di sviluppo tra i più bassi del mondo. Lo stesso vale per la democrazia, perché il rischio è di tutti, ma lo è di più per chi come l’Italia ha una debolezza strutturale che deriva dal “pregresso”. Tale pregresso può essere riassunto con un semplice elenco di casi italiani unici in Europa e spesso nel mondo, da esporre nella loro obiettività, senza giudizi di merito.

Dalla crisi economica del 2008, siamo i soli a non esserci ancora ripresi. E infatti i movimenti di contestazione non soltanto si sono rafforzati, ma sono arrivati al potere.
Abbiamo un capo del Governo scelto per caso, completamente sconosciuto sino a due anni fa e mai votato da nessuno. Sostenuto prima da un partito, poi dal suo esatto opposto (Lega e PD).
Il Movimento di maggioranza relativa, che controlla un terzo delle Camere, ha perso secondo i sondaggi la metà dei suoi consensi, così che la rappresentatività dell’attuale Parlamento è discutibile.
I dubbi sulla reale rappresentatività e autorevolezza riguardano da tempo non soltanto questo Parlamento, ma l’istituzione del Parlamento in quanto tale. La “rivoluzione” del 1992- 94 ha portato al predominio della magistratura sulla politica. Poi è giunta la moda dei tecnici, ritenuti più credibili dei politici nel curare la “azienda Italia”. Poi è giunta la teorizzazione M5S dell’uno vale uno e della “democrazia diretta”, ovvero del parlamentare inteso come semplice portavoce della volontà espressa dalla rete.
I deputati e i senatori non sono più davvero “eletti”, ma “nominati” da partiti per lo più a guida personale.
Non ci sono più partiti con continuità storica e radici. Il più “antico” è ormai la Lega. Che però, da padana e separatista, si è trasformata in italianissima e sovranista.
I parlamentari (e i politici in genere) sono stati individuati dalla maggioranza dell’opinione pubblica come una “casta” di privilegiati. In segno di purificazione perciò, tutte le generazioni precedenti di tale casta sono state colpevolizzate e “private dei privilegi”.
Secondo il rapporto Demos 2019 ordinato dal gruppo Espresso, l’indice di fiducia nel Parlamento è al penultimo posto (15 per cento). Peggio fanno soltanto i partiti (9 per cento), mentre al primo posto (73 per cento) stanno le forze di polizia.

Il fatto che il Parlamento sia rimasto sostanzialmente inattivo e assente durante l’emergenza della pandemia ha sollevato dibattiti e allarme tra gli addetti lavori, ma non nell’opinione pubblica, che si è abituata a considerare l’argomento del tutto ininfluente.
Per sfoltire la “casta”, si è deciso di ridurre di un terzo il numero dei deputati e senatori. Ma ciò rende impossibile persino votare, perché bisogna prima ridisegnare i collegi elettorali. Inoltre, si prepara una rissa sul sistema di voto e pende un referendum sulla riduzione stessa del numero dei parlamentari.
Tutti questi casi unici hanno a monte il più grosso di tutti, che in parte ne è forse la causa. L’Italia ha avuto prima l’autoritarismo monarchico, poi il fascismo, poi la democrazia, sì, ma accompagnata da una egemonia culturale comunista unica in Occidente. Infine, nel 1992-94, i partiti che tale democrazia hanno garantito dal secondo dopoguerra, sono stati cancellati, lasciando in piedi i soli eredi del comunismo e del fascismo.

Tra pochi mesi dovremo affrontare non il problema di quando aprire i parrucchieri, ma di come salvare il Paese dalla disoccupazione di massa e dalla disgregazione sociale che ne conseguirebbe. Come sempre nella storia, questi pericoli mortali (il 1919 e il 1929 insegnano) mettono a rischio la democrazia.
Mentre (più fragile di tutti) l’Italia attende la tempesta, la memoria storica, ancorché ormai cancellata, potrebbe aiutare. Pietro Nenni diceva a noi ragazzi. “La libertà e la democrazia non sono una conquista raggiunta una volta per tutte. Le si conquista e riconquista tutti i giorni”. I vecchi che hanno conosciuto fascismo, nazismo e stalinismo, da Milano a Monaco e Praga, dicono. “La libertà e la democrazia sono come la salute. Ci si accorge del loro valore quando non ci sono più”.

Ugo Intini
(Il Dubbio)

 

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