lunedì, 18 Novembre, 2019

Debito Pubblico, tutto
cominciò con un ‘divorzio’  

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Euro-debito pubblicoIl mainstream per giustificare il ruolo decisivo svolto dall’euro per impoverire gli italiani, diffonde la falsa idea che la moneta unica ha salvato l’Italia dalla bancarotta provocata dal debito pubblico, generato dalla politica.

Non vi è dubbio che buona parte del nostro debito sovrano derivi dalle scellerate politiche clientelari e assistenziali tra gli anni Settanta e Ottanta del ‘900, che non furono frutto, però, solo dell’azione dei governi di quel periodo, ma in buona parte anche delle intese consociative con l’opposizione comunista: Dc, Psi e forze laiche da una parte, Pci dall’altra erano sempre d’accordo in nome della spesa pubblica senza freni.

A tal proposito bisogna sfatare un primo luogo comune, derivante dalla dittatura, quasi di stampo orwelliano, imposta dal conformismo dei media nazionali: il debito pubblico negli anni ’80 era dell’84,5% sul prodotto interno lordo; oggi, dopo anni di tagli alle politiche sociali, di riduzione del potere d’acquisto delle fasce più deboli della società italiana, di ulteriore marginalizzazione del Mezzogiorno, di aumento esponenziale della tassazione (che sugli immobili è divenuta una vera e propria patrimoniale permanente!), in nome dell’Europa e dei banchieri, il debito sovrano è pari al 130%!

E allora c’è bisogno di un’operazione verità sui conti pubblici, per spazzare via i luoghi comuni e ripristinare la verità storica.

Nonostante le dissennate politiche economiche della prima Repubblica, sino al 1981 il debito pubblico era stato tenuto sotto controllo. Infatti, con la riforma del mercato dei Bot (titoli di durata fino ad un anno, emessi dal governo italiano) del 1975, la Banca Italia era costretta ad acquistare in prima emissione tutti i titoli che il Tesoro non collocava sul mercato, finanziando quindi lo stesso con nuova moneta emessa. In questa maniera, utilizzando la tipica sovranità di uno Stato in materia monetaria, il Tesoro riuscì a mantenere in quel periodo bassi tassi di interesse per finanziare il disavanzo pubblico e, al tempo stesso, di tenere la lira svalutata rispetto alle valute dei Paesi più industrializzati, sostenendo le nostre esportazioni.

Nel luglio del 1981 però, si verificò un evento molto importante nella storia dell’economia nazionale, quello che è stato definito il “divorzio” tra Bankitalia e il Ministero del Tesoro, retto all’epoca da Benianimo Andreatta, il cui “allievo” è oggi Enrico Letta. Si, quel professor Andreatta protagonista all’epoca di un epico scontro politico con il ministro delle Finanze, il socialista Rino Formica, che contrario proprio alla separazione tra Tesoro e Bankitalia, in un’intervista, dopo gli insulti dell’esponente democristiano riportati sul “Popolo” da un giornalista, lo apostrofò come “comare da ballatoio!”.

Illuminante, a tal proposito, è la Relazione Annuale” per il 1980 dell’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi all’inizio del suo mandato, che per contrastare l’alta inflazione dell’epoca (derivante in realtà dal continuo aumento dei prezzi petroliferi), sostenne la necessità di una politica monetaria restrittiva, funzionale agli accordi del Sistema Monetario Europeo (SME), un sistema a cambi semifissi con le altre valute europee che il nostro Paese sottoscrisse nel 1979.A seguito della separazione tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, il nostro istituto centrale di emissione (già da tempo privatizzato di fatto, visto che il suo capitale è partecipato tutt’oggi dalle principali banche come Unicredit, Banca Intesa e Montepaschi di Siena, mentre solo il 5% della proprietà appartiene ad enti pubblici) non fu più costretta ad acquistare in asta primaria i titoli invenduti e si sviluppò in forma esponenziale il debito pubblico, con la sistematica speculazione posta in essere dagli operatori finanziari che portò i rendimenti a tassi superiori al 12%.

I protagonisti di tale scelta sbagliata furono in seguito coerenti: Ciampi da presidente del Consiglio e poi ministro del Tesoro del governo Prodi (prima di ascendere al Quirinale) nell’adesione entusiastica e incondizionata all’euro; Andreatta da esponente di spicco della corrente di De Mita ed economista, che suggerì la svolta tecnocratica e rigorista dello “statista” di Nusco, conclusasi con la disfatta nelle elezioni politiche del 26 giugno 1983 e l’avvento a Palazzo Chigi di Bettino Craxi.

La sciagurata decisione del 1981 è senza dubbio la principale responsabile della crescita senza freni del debito pubblico in Italia, poiché dal quel momento, ad una politica di controllo del sistema monetario (con tassi sul debito inferiori al tasso d’inflazione in grado quindi di ridurre il debito complessivo) si sostituì una condizione strutturale di tassi d’interesse sul debito sempre crescenti, di molto superiori al tasso d’inflazione del periodo.

L’euro si pone oggettivamente come il punto d’arrivo di quella visione economica monetarista, che ha minato la sovranità economica dello Stato italiano e con essa la stessa democrazia, distruggendo il benessere del Paese.

Maurizio Ballistreri

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