lunedì, 14 Ottobre, 2019

Deficit democratico: il figlio del Rosatellum

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Il deficit democratico in Italia può essere ascritto a diverse realtà. Può esserlo ad un taglio del numero dei seggi parlamentari, visti in maniera riduttiva come “poltrone”. Può esserlo, come effettivamente è, da leggi elettorali che pregiudicano in maniera ancor più drammatica la rappresentanza in parlamento delle forze con soglie di sbarramento che uccidono la rappresentanza parlamentare unite ad un sistema di tipo maggioritario. Sistema che, per l’Italia, è del tutto inadatto. Sistema che è stato avallato nella scorsa legislatura da una abominevole legge elettorale, sostenuta dalla coalizione di governo con l’appoggio di Forza Italia e Lega, che ha ucciso ed estromesso dalla rappresentanza parlamentare milioni di elettori che (proporzionalmente) avevano diritto ad essere rappresentati.

L’altro ieri si è esaurito l’iter parlamentare del taglio del numero di deputati e senatori con la quarta ed ultima lettura del Parlamento. Molte sono state le critiche, più che legittime, ed altrettante sono stati i plausi, anch’essi più che legittimi. 

Tra i principali detrattori del taglio Sinistra Italiana ed il PSI, che si pongono in maniera notevolmente critica rispetto alla riforma. La critica principale risulta essere quella di un potenziale “deficit democratico” e “deficit di rappresentanza parlamentare”. Infatti, si passa da un deputato ogni 95.800 abitanti ad uno ogni 150.900 e da un senatore ogni 191.600 ad uno ogni 301.800. Complessivamente (tra camera e senato), si passa da un eletto ogni 63.800 abitanti ad uno ogni 100.600. Questo ci pone (per la sola “Camera bassa”) ad un livello molto alto come rappresentatività, ma nel complesso delle due Camere ci porta perfettamente in linea o al di sopra di alcune nazioni del G7: gli USA eleggono 435 deputati e 100 senatori in 329 milioni di cittadini (cioè meno degli italiani sia alla Camera che al Senato, complessivamente un eletto ogni 614.000 abitanti); la Germania elegge 709 deputati al Busdestag e 69 al Bundestrat in 83 milioni di cittadini (complessivamente un eletto ogni 109.000 abitanti); il Regno Unito elegge 650 deputati nella Camera dei comuni in 67.5 milioni di abitanti (complessivamente un parlamentare ogni 104.000); il Giappone elegge 465 rappresentanti e 242 consiglieri in 126 milioni di abitanti (complessivamente un parlamentare ogni 178.000). I paesi del G7 con più parlamentari elettivi rapportati alla popolazione sono il Canada (443 tra Camera dei comuni e Senato su 37,5 milioni di abitanti – in media un eletto ogni 85.000 elettori) e la Francia (su 68 milioni di abitanti, 577 deputati – uno ogni 118.000– e 348 senatori – che pur non fiduciano l’esecutivo – per la media di un eletto ogni 75.000 abitanti).  

A meno che, quindi, non si voglia intendere che i paesi del G7, esclusi Canada e Francia, vivano una condizione di deficit democratico, non è ascrivibile al taglio dei parlamentari questa condizione.  

È, tuttavia, ascrivibile alla scelleratezza di leggi ordinarie: le leggi elettorali. Alle ultime elezioni, pur essendo eleggibile un deputato ogni 95.000 abitanti ed un senatore ogni 191.000, il deficit democratico e di rappresentanza è stato più forte di quanto si immagini. Si prenda ad esempio la sola Camera dei Deputati per esemplificazione: 232 deputati sono stati eletti con sistema uninominale secco, cioè un parlamentare eletto in media ogni 258.000 abitanti (sic!), i restanti 398 (386 nazionali e 12 esteri), sono stati eletti esattamente con il medesimo rapporto conseguente alla legge elettorale Rosato (cioè un deputato ogni 150.900 abitanti). Ma c’è di più: questa legge con la soglia del 3% taglia fuori la rappresentanza di quasi 1,8 milioni di cittadini. Ciò significa che 1,8 milioni di abitanti con un’identità politica “non conforme” ai grandi contenitori (vuoti) dei grandi e medio-grandi partiti non hanno diritto ad essere rappresentati!  

Alle scorse elezioni, sempre per fare l’esempio della Camera, gli elettori sono stati 50 milioni, 46 milioni solo in suolo patrio, e molti elettori che avevano diritto ad essere rappresentati si sono visti defraudati della loro dignità e della loro rappresentanza. Infatti, la rappresentanza alle scorse elezioni sul mero proporzionale sarebbe stata di 1 parlamentare ogni 119.000 elettori; tuttavia la soglia di sbarramento ha privato di rappresentanza tante forze, a partire da Italia agli Italiani, il Popolo della Famiglia (un deputato ciascuno) Casapound (2 deputati), Potere al Popolo (3 deputati) comprendendo anche Civica Popolare ed Italia Europa Insieme (1 deputato in più ciascuno) e via discorrendo.  

Non sta quindi nella riforma costituzionale che taglia i parlamentari il deficit democratico o di rappresentanza: sta nelle leggi elettorali che tranciano di netto la rappresentanza parlamentare. Atteso che abbiamo vissuto un periodo in cui il paese ha realmente sperimentato un deficit democratico e di rappresentanza grazie alla legge del democristiano ex PD e “turbo-renziano” Ettore Rosato (ora in Italia Viva) autore di una legge scellerata (votata dall’allora coalizione di governo con il sostegno di Forza Italia e Lega), urge ora ritornare ad un sistema elettorale che metta al centro la rappresentanza senza sacrificare la governabilità. Un sistema proporzionale con il solo correttivo del premio di maggioranza (per esempio, un premio di maggioranza del 20% dei seggi – 80 alla Camera e 40 al Senato – al partito od alla coalizione che superi il 40% ma non arrivi al 50% di consensi) senza alcuna soglia di sbarramento non pregiudica la rappresentanza ma non mina neppure la governabilità, ed anzi consentirebbe una potenziale stabilità. In caso di nessun partito o coalizione sopra il 40%, ovviamente, lo scenario non sarebbe propriamente diverso all’attuale, ma l’assenza di soglie di sbarramento consentirebbe a tutti i cittadini di essere rappresentati in Parlamento. 

Ecco, dunque, il nodo: che tipo di democrazia parlamentare vogliamo essere? Se si vuol essere una democrazia parlamentare “del voto utile” (cioè come vorrebbero Salvini, Renzi, Di Maio e Berlusconi), allora si tratta di una democrazia che, come negli ultimi venticinque anni, sarà sempre incompiuta, priva di rappresentanza parlamentare effettiva (ma solo potenziale). E ciò pur avendo anche 1.000 deputati e non 630 o 400. Se, invece, il nostro intento è quello di rendere effettiva la rappresentanza parlamentare, la nostra lotta dev’essere anche quella di avversare con tutto noi stessi impianti maggioritari e soglie di sbarramento che, costituendo ostacolo sociale e democratico, limitano di fatto la partecipazione democratica e l’eguaglianza del voto dei cittadini ed impediscono l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.  

Non è quindi il numero di parlamentari previsti dalla Costituzione quello da cambiare: è da cambiare l’habitus mentale della politica di inseguire la chimera della governabilità pregiudicando la rappresentanza effettiva dei cittadini nell’organo sovrano promanazione della sovranità popolare.  

 Mattia Giuseppe Maria Carramusa
Federazione dei Giovani Socialisti – Palermo 

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