martedì, 29 Settembre, 2020

Democrazia e socialismo, secondo Norberto Bobbio

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Il socialismo prepara la democrazia. Nel socialismo c’è un approdo, un anelito democratico. Per il grande filosofo torinese, i due termini, due sostantivi che fungono da concetti-guida ben al di là del perimetro eretto dalle dottrine politiche, finiscono con l’essere indissolubilmente legati l’uno all’altro. Un socialismo di stampo liberale, chiaramente. Un socialismo che nutre se stesso di cultura riformista. Un socialismo dal volto umano, per dirla con le parole di Alexander Dubcek. Perché l’altro, quello massimalista e reale, con l’idea di violenza dalla quale non riesce a svincolarsi, sembrandone addirittura soggiogato, confligge apertamente con un’ideale e una prassi democratica. Socialismo e democrazia, nella diade di valori, nella sintesi delle virtù ben amalgamate, finiscono con il fare il verso all’altra coppia “nobile” dell’idealismo politico.

 

Della proposizione che ambisce alla perfezione. Quella tra libertà ed uguaglianza. “ I due valori – scrive Bobbio – della libertà e dell’uguaglianza si richiamano vicendevolmente nel pensiero politico e nella storia. Sono radicati entrambi nella considerazione dell’uomo come ‘persona’. Appartengono entrambi alla determinazione del concetto di persona umana, come essere che si distingue o pretende di distinguersi da tutti gli esseri viventi. Libertà indica uno stato, uguaglianza un rapporto. L’uomo come persona, o, per essere considerato come persona, deve essere, in quanto individuo nella sua singolarità, libero, in quanto essere sociale, deve essere con gli altri individui in un rapporto di eguaglianza”. Di fronte a un potere dispotico, che sia insieme oppressivo e arbitrario, la richiesta di libertà non può essere disgiunta da quella di giustizia. Dal che segue che lo stato liberale (liberal-socialista, si dirà più avanti) è il presupposto non solo storico ma giuridico dello stato democratico. Stato liberale e stato democratico sono interdipendenti in due modi: nella direzione che va dal liberalismo alla democrazia nel senso che occorrono certe libertà per l’esercizio corretto del potere democratico, e nella direzione opposta che va dalla democrazia al liberalismo nel senso che occorre il potere democratico per garantire l’esistenza e la persistenza delle libertà fondamentali. In altre parole: è poco probabile che uno stato non liberale possa assicurare un corretto funzionamento della democrazia, e d’altra parte è poco probabile che uno stato non democratico sia in grado di garantire le libertà fondamentali. La prova storica di questa interdipendenza sta nel fatto che stato liberale e stato democratico, quando cadono, cadono insieme

 

E, di converso, il socialismo liberale e libertario, nella variabile economica, e nondimeno in quella vasta gamma di diritti civili e sociali, può accompagnare – e rendere più vigoroso – un processo siffatto. Per diversi autori. Per molteplici ordini di pensiero. Ieri come oggi. Scrive Giuliano Amato: “(…) Oggi poi, in tempi non più solo di filosofi della retorica, ma anche di filosofi dell’economia, da Albert Hirschman ad Amartya Sen, libertà ed eguaglianza appaiono assai più complementari di quanto non riuscissero ad apparire in passato. Purché si sia disposti a capire ciò che proprio Bernstein aveva messo in luce con (allora) sconvolgente chiarezza: valori e principi non stanno insieme come i pezzi di un puzzle che, una volta identificati e innestati l’uno nell’altro, stanno lì fermi per sempre in disegni pre-scritti. Essi, anche quando sono fra loro coerenti, generano ordini ed equilibri semplicemente possibili, affidati per ciò stesso a scelte e a comportamenti umani che possono inverarli, ma anche deformarli e distruggerli. Su questa premessa, non solo sta in piedi il socialismo liberale di Bobbio, ma si può dimostrare – ed è stata dimostrata- la irrinunciabilità reciproca di libertà ed eguaglianza”. Ma perché i tasselli del puzzle, per l’appunto, possano tenersi insieme, perché i valori non si tramutino nel loro contrario, fondamentale importanza riveste il tema dell’educazione del cittadino. L’educazione alla democrazia si svolge nello stesso esercizio della pratica democratica. Uno dei brani più esemplari, a questo riguardo, è quello che si trova nel capitolo sulla miglior forma di governo delle Considerazioni sulla democrazia rappresentativa di John Stuart Mill, la dove egli distingue i cittadini in attivi e passivi e precisa che in genere i governanti preferiscono i secondi perché è tanto più facile tenere in pugno sudditi docili e indifferenti, ma la democrazia ha bisogno dei primi.

 

Se dovessero prevalere i cittadini passivi, egli conclude, i governanti farebbero ben volentieri dei loro sudditi un gregge di pecore volte unicamente a pascolare l’erba una accanto all’altra. Il socialismo, a voler rendere sempre più rarefatto il pensiero e altrettanto sempre più concreta l’azione (ci vogliono grandi pensieri per piccole azioni, avrebbe detto Vittorio Foa), diviene per Bobbio – e, assieme a lui e dopo di lui, per molti pensatori che si richiamano al filone del progressismo democratico – una civiltà più che un singolo partito politico. Una civiltà che guarda, in ultima istanza, all’ordine nuovo di una compiuta democrazia. Importante, e speculare all’effettivo propagarsi di questa tesi, risulta la differenza che passa – e si concretizza – tra il concetto di libertà positiva e libertà negativa. Altrimenti ribattezzata la libertà degli antichi comparata a quella dei moderni. Tema, questo, sul quale si sono interrogati a lungo pensatori politici di diverso orientamento ideale e culturale, come Constant, Spencer e Rousseau. La libertà positiva – o la libertà di – consiste nell’autodeterminazione politica del singolo all’interno di una comunità. La libertà negativa – o libertà da – investe invece tutto il campo delle libertà cosiddette civili: libertà di opinione, libertà d’iniziativa economica, libertà di riunirsi, di associarsi, di voto. In estrema sintesi la differenza tra la libertà come “assenza d’impedimento o di costrizione” e la libertà come “autonomia” consiste nel fatto che la prima qualifica l’azione umana, la seconda la volontà.

 

Sia la “libertà da” che la “libertà di” si implicano nel senso che, essendo due aspetti della stessa situazione, l’uno non può stare senza l’altro o, in altre parole, in una situazione concreta nessuno può essere “libero da” senza essere “libero di” e viceversa. Nella storia dello Stato moderno le due libertà sono sempre più strettamente collegate ed interconnesse. Compito di un socialismo liberale e democratico è quello di ridurre il possibile iato, il solco che dovesse formarsi tra i due valori-guida. Con prassi gradualista, forti di una cultura riformista, bisogna avere bene a mente come senza le libertà civili, la libertà di stampa e opinione per esempio, la libertà di associazione e riunione ancora, la partecipazione popolare al potere politico risulti essere un inganno. Con ricadute inevitabili, sempre più perniciose, verso il potere dei molti. Perché una democrazia ha bisogno, certo, di istituzioni adatte, ma non vive se queste istituzioni non sono alimentate da saldi principi. Là dove i principi che hanno ispirato le istituzioni perdono vigore negli animi, anche le istituzioni decadono, diventano, prima, vuoti scheletri, e rischiano poi al primo urto di finire in polvere. Se oggi c’ è un problema della democrazia è più un problema di principi che di istituzioni. Possiamo dire con sicurezza che i principi delle democrazia siano diventati parte viva del nostro costume? Nell’ultimo saggio scritto prima di morire, intitolato Autoritarismo e democrazia nella società moderna, Gino Germani si era posto il problema se le democrazie fossero in grado di sopravvivere. Tra le cause della maggiore vulnerabilità delle democrazie rispetto alle autocrazie, l’autore teneva conto anche delle cause esterne, cioè di quelle dipendenti dai rapporti inevitabili che qualsiasi Stato ha con altri Stati, e giungeva alla conclusione che “allo stato presente del ‘sistema internazionale’”, la situazione di stretta interdipendenza e la internazionalizzazione della politica interna, tendono a favorire le soluzioni autoritarie più che quelle democratiche. Uno Stato nuovo, nella continuità, nel perpetrare le sue energie migliori, è quindi possibile? Una forma statale che tenga conto della modernità, delle sue aporie, senza scivolare in pratiche dispotiche alimentate da un populismo imperante? Un populismo che solletica le mode del momento. Si, se i due principi-guida, quello dell’uguaglianza e della libertà, sapranno armonizzarsi, coniugarsi senza prevaricarsi l’uno con l’altro, e trovare una sintesi avanzata di civiltà giuridica – e democratica – nelle secche di una contemporaneità deideologizzata. Di una comunicazione di massa omologante.

 

“Ciò che caratterizza la società tecnologica – argomenta Bobbio – non è l’uomo schiavo, l’uomo servo della gleba, l’umo suddito, ma il non-uomo, l’uomo ridotto ad automa, a ingranaggio di una grande macchina di cui non conosce né il funzionamento né il fine. Per la prima volta, nella storia, si guarda con angoscia allo svilupparsi di un processo non di asservimento o di proletarizzazione, ma più in generale di disumanizzazione. Anche la potenza di cui la società tecnologica è contrassegnata è diversa da tutte le potenze precedenti: non è la potenza che si serve delle idee, né quella che si serve del dominio economico, né quella che si serve della forza coattiva. E’ la potenza scientifica, la potenza della conoscenza che assicura il dominio più incontrastato sulla natura e sugli altri uomini. Nell’universo tecnocratico, considerato come lo stadio limite di una tendenza, così come è stadio limite della tendenza opposta la società senza Stato o la società anarchica, la mancanza di libertà a livello ideologico si presenta come conformismo di massa, a livello economico come mercificazione o reificazione di ogni forma di lavoro, anche del lavoro intellettuale, a livello politico come esclusione da ogni forma di partecipazione attiva alla direzione sociale. Ma a differenza della società sinora esistite questa mancanza sarebbe sentita non più come una privazione ma come l’appagamento di un bisogno, il bisogno appunto di non essere liberi: quello che in altri tempi era la fuga dalla schiavitù si convertirebbe nel suo contrario, nella fuga dalla libertà”. Una fuga che con la pandemia del Covid-19 di questi mesi diviene ancora più nitida – e controversa – nelle sue forme. Con la vulnerabilità umana accresciuta, messa con le spalle al muro, dinanzi ad un ideale di potenza meno granitico e via via più vulnerabile. Anche la scienza necessita di un salutare bagno democratico, di un misurato equilibrio tra uguaglianza (delle opportunità) e libertà (di autodeterminazione). Offerta di servizi socio-sanitari, livelli d’istruzione, sfida ecologista: la democrazia ha dinanzi a se le sfide del nuovo millennio. L’avventura di un bilancio programmatico da proiettare nel futuro.

 

Scrive Bobbio: “Nessuno può pretendere di conoscere il destino della libertà nel mondo che si approssima al nostro sguardo attento. Chi si limita a fare l’osservatore di ciò che accade è tentato di fare ancora una riflessione. Nel secolo scorso fiorirono le più diverse escogitazioni utopistiche di una società finalmente liberata; ed era ben radicata la convinzione che il destino dell’umanità fosse la libertà. Poi è accaduto quel che è accaduto: è accaduto che in fronte ai campi di schiavitù e di sterminio sia stato scritto, con una diabolica contraffazione, ‘Il lavoro rende liberi’. In questo secolo non conosco utopie, ideazioni fantastiche della società futura, che non descrivano universi di cupo dominio e di desolato conformismo. L’unica speranza è che anche questa volta gli incauti profeti abbiano torto”. Coniugando democrazia e socialismo.

 

Vincenzo Carriero

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