domenica, 8 Dicembre, 2019

Democrazia: una bussola per la nostra convivenza democratica.

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Il 15 settembre è ricorso – come ogni anno – la Giornata internazionale della democrazia, istituita dall’ONU fin dal 2007. Al proposito il “Corriere della Sera” ha opportunamente pubblicato una riflessione di Giovanni Sartori, indimenticato maestro internazionale di scienza politica. Proverei ad aggiungere un conciso commento ad un capitolo del libro che il prof. Sartori aveva scritto per la scuola e intitolato “La democrazia in trenta lezioni”: in poche parole ci viene data una bussola per la nostra convivenza democratica.
Cos’è la democrazia e quali sono i pericoli che incontra? Innanzitutto è demoprotezione, “protezione del popolo dalla tirannide”; solo in secondo luogo è demopotere, “attribuzione al popolo di quote di effettivo potere”. Per diffondersi nel mondo in modo non contradditorio, la democrazia deve essere “liberaldemocrazia”, precisa con determinazione Sartori. Non deve cioè trasformarsi in “tirannide della maggioranza” sulla minoranza. Il diritto della maggioranza a governare deve inserirsi in “un sistema costituzionale che lo disciplina e lo controlla”: dunque, la maggioranza deve esercitare il potere non in forma assoluta – come avveniva nelle democrazie delle polis antiche – ma in modo limitato e moderato. Facciamo un esempio chiaro: non può imporre la propria religione o le proprie credenze agli altri.

Demoprotezione vuol dire quindi garantire il pluralismo, che significa tolleranza, un principio basato su tre criteri. “Primo: rifiuto di ogni verità unica. Io devo sempre argomentare, dare ragioni per sostenere quel che sostengo. Secondo: la tolleranza non deve accettare che un altro mi danneggi. E viceversa, s’intende. Terzo: il criterio della reciprocità. Se io concedo a te, tu devi concedere a me: do ut des. Se non c’è reciprocità, allora il rapporto non è di tolleranza”. Col rifiuto di ogni potere uniformante, il pluralismo difende il dissenso e così facendo lo rende meno dirompente, “lo civilizza, lo modera, lo trasforma in un lievito benefico o anche in una discordia che si trasforma, alla fine, in accordo e concordia: punta su una diversità che produce integrazione, non disintegrazione”. Il multiculturalismo invece promuove la separazione, “l’identità separata” di ogni gruppo, anziché la “diversità integrata” come fa il pluralismo. “Il risultato – conclude Sartori – sarebbe una società a compartimenti stagni e anche ostili, i cui gruppi sono molto identificati in sé stessi, e quindi non hanno né desiderio né capacità di integrazione: il multiculturalismo non supera il pluralismo, lo distrugge”: ciò comporta un grave pericolo per la democrazia. Questa ultima considerazione potrà risultare problematica ma è da memorizzare se vogliamo progredire insieme.

Nicola Zoller

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