sabato, 20 Luglio, 2019

Dimenticare Berlinguer

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Ci sono stati molti ricordi nel giugno 2019 del leader comunista Enrico Berlinguer per il 35° anniversario della morte: un decesso drammatico, compiutosi sul palco di un comizio a Padova, che creò tanta ammirazione e commozione nel Paese. Anche oggi va reso omaggio a quella scomparsa, ma dovremmo aggiungere una valutazione più corretta sulla politica berlingueriana. Chi discorre ancora della sua lezione “morale” non sa di cosa parla, anche se nell’immaginario populistico-mediatico, infarcito di tante fake news allora come ora, si è imposto quel termine dopo una famosa intervista a Eugenio Scalfari del luglio 1981. Eppure questa narrazione sarebbe stata smontata da tempo: Berlinguer non aveva più niente da difendere, dopo la caduta definitiva delle illusioni comuniste e il fallimento del suo italico compromesso storico, considerato per la sua illiberale portata consociativa “la causa di un vero crack della democrazia, per il sovrapporsi di una maggioranza di sistema e di governo” come dirà poi un insospettabile Luciano Violante.

È riportato nel libro della scrittrice Miriam Mafai – prima giovane comunista, compagna di Pajetta e infine deputata del Pds – che spiega tutto fin dal titolo: ‘Dimenticare Berlinguer – la sinistra italiana e la tradizione comunista’ (Donzelli editore). Berlinguer dunque come diversivo puntò l’attenzione sulla corruzione degli altri partiti, quelli democratici. Certo, lì purtroppo c’erano e ci saranno anche in futuro problemi di quel genere: ma dal pulpito berlingueriano non poteva venire nessuna “lezione”. Il suo Pci infatti era il maggior ricettacolo occidentale di finanziamenti illeciti e immorali. L’ha scritto non un greve avversario, ma il responsabile dell’organizzazione comunista nella segreteria berlingueriana, Gianni Cervetti; nel suo libro ‘L’oro di Mosca’ afferma: “Non c‘è epoca, paese, partito che non abbia usufruito di fonti per finanziamenti aggiuntivi! Sostenere il contrario significa voler guardare a fenomeni storici e politici in maniera superficiale e ingenua o, viceversa, insincera e ipocrita”. Ma non solo: altamente “immorale”, avrebbe detto più propriamente Barbara Spinelli che su giornale ‘La Stampa’ scrisse che il finanziamento dei comunisti russi, ben accolto dai partiti “fratelli” dell’Occidente, è la vera colpa morale di quest’ultimi: “Quelle decine di miliardi che ogni anno affluivano da Mosca erano tolte a popolazioni che non vivevano una povertà bella, ma un inferno di miseria senza fine”. Una colpevole consapevolezza che faceva ammettere ad un fedelissimo dirigente Pci come Alessandro Natta che le quelle “cose” sostenute da Berlinguer erano “dette in modo irritante”, con un “tono moralistico e settario”; si aggiunse anche – come riporta il libro di Mafai – la valutazione di Giorgio Napolitano che “denuncia l’analisi di Berlinguer come faziosa, moralistica, agitatoria”. Qui potremmo concludere; ma ora, a rafforzare la precaria posizione morale di Berlinguer, è arrivata anche l’apertura degli archivi del Cremlino: ci sarebbe da leggere un libro di un ex giornalista de ‘L’Unità’ Domenico Del Prete, intitolato senza mezzi termini ‘L’inganno di Berlinguer’, che ne illustra la doppiezza filosovietica; mentre nella desecretata ‘Lettera dell’Incaricato di Affari dell’Urss in Italia S. Kuznecov al segretario del CC del Pcus B.N. Ponomarev’ si dà conto del fatto che Berlinguer si interessava direttamente dei soldi e degli affari collegati alle percentuali sull’import-export con l’Unione Sovietica. Scrive Ponomarev: “Egregio Boris Nikolaevic, inviamo una lettera del compagno Enrico Berlinguer indirizzata al Comitato Centrale del Pcus. Nella missiva comunica che la dirigenza del Pci ha di recente analizzato la questione delle relazioni commerciali tra le ditte legate al partito e le organizzazioni del commercio estero sovietico… Nell’allegato alla lettera di Berlinguer vi è una lista di queste ditte e alcuni consigli pratici degli amici su tale questione”. Consigli pratici, capito?

Certamente si può dire che la dirigenza comunista si manteneva devota al partito, al quale sacrificava la propria integrità personale, condizione per altro condivisa da tanti altri dirigenti dei partiti di sinistra a partire da Craxi che – udite, udite – secondo il vicecapo della Procura milanese Gerardo D’Ambrosio in una intervista del febbraio 1996 sentenziò: “La molla di Craxi non era l’arricchimento personale ma la politica”. Termini volutamente scordati da tanta squilibrata propaganda, pronta invece a riverire la presunta immeritata “diversità” morale del Pci: l’ha ben scritto il politologo democratico Michele Salvati, che in un noto articolo sul ‘Corriere della Sera’ ha precisato: “Tutto ciò che serviva per rafforzare ed estendere l’influenza del partito – dalle tangenti alle nomine – non trovava ostacoli nella ‘superiorità etica’ del Pci” prima, durante e dopo Berlinguer.

In aggiunta alla questione “immorale”, resta enorme l’arretratezza della posizione berlingueriana rispetto al futuro di una moderna sinistra di marca europea. Eppure Eugenio Scalfari in un editoriale de ‘la Repubblica’ del 19 maggio 2019 dedicato alla impresentabile “lezione morale di Berlinguer” finisce addirittura per elevare il leader comunista a “persona che ha combattuto meglio di altre per modernizzare il nostro Paese”. Davvero il contrario della realtà. Non un avversario, ma una personalità – dapprima dirigente PCI e poi dei DS e del PD – lo ha scritto e meditato in un libro del 2003: è Piero Fassino che nel saggio ‘Per passione’ (Rizzoli) afferma in schietta autocritica che «il Pci negli anni ’80 non appare capace di affrontare il tema della modernizzazione dell’Italia, spingendo così ceti innovatori e produttivi verso chi, come Craxi, dimostra di comprenderli». Sì, eccoci al punto dolente mai accettato da Scalfari e che sta all’origine della sua idolatria berlingueriana: come tanti altri propagandisti non può permettere che Craxi possa essere definito «uomo profondamente di sinistra», come invece riesce ad ammettere schiettamente Fassino. Ma pure Massimo D’Alema – sempre nel menzionato libro di Mafai – “non usa mezze parole, non fa ricorso alla diplomazia: il Pci, dice, è uscito pesantemente sconfitto dall’esperienza della solidarietà nazionale ed è stato fortemente in ritardo sui temi della modernizzazione”. Scalfari dovrebbe almeno ricordare, come ancora riporta Mafai, che “la parola ‘riformismo” e ‘riformista’ suonava quasi un insulto nel vecchio Pci”. Altro che modernizzazione!

Il difetto che emerge coinvolge i percorsi girovaghi di chi dall’area laica e socialista propende o approda verso il Pci: e per mettersi in pace con la coscienza trasforma i comunisti in socialisti democratici. In realtà Berlinguer ebbe sempre in dispregio la socialdemocrazia europea e massimamente i socialisti italiani non prostrati davanti al Pci: Craxi ad esempio venne definito nelle memorie di Franco Tatò, devoto assistente-suggeritore di Berlinguer, “un avventuriero”, e – testualmente – perfino “un bandito”! In verità Berlinguer in cuor suo “aveva creduto fino alla fine – testimonia ancora Mafai – alla superiorità economica e morale del sistema sovietico”. Ecco perché – di fronte ad una Urss sempre più impresentabile agli occhi progressisti occidentali (dopo le vicende d’Ungheria, di Praga, della Polonia…) e da cui quindi prendere le distanze definendo conclusa “la spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre” che comunque aveva portato a tante “conquiste” – Berlinguer pensa di compensare questa presa di distanza, che procurava al Pci un “deficit di identità”, accentuando i temi della “diversità” del Pci rispetto alla socialdemocrazia, con una ripetuta predicazione anticapitalistica e antiliberale per la “fuoriuscita dal sistema”. Finirà per scrivere – come precisato in ‘Dimenticare Berlinguer’ – ancora nel 1981: “La nostra diversità rispetto alla socialdemocrazia sta nel fatto che a quell’impegno trasformatore noi comunisti non rinunceremo mai”. Questo modo di sentire si trascinerà nel Pci per tutti gli anni ’80: tanto che la stragrande maggioranza dei delegati al XVII Congresso del Pci del 1986 – annota la ricerca di Mafai – considerano ancora l’Urss “il paese più vicino, nonostante errori e difetti, ad una società ideale e giusta”. Si era alla vigilia del crollo del sistema sovietico vessatorio e illiberale, eppure i comunisti italiani la pensano così: devo segnalarlo – tra molti altri – all’ ex-deputato Psi Renato Ballardini passato poi ad appoggiare il Pci e via via il Pds-Ds, che in memoria del 35° anniversario della morte di Berlinguer lo ha sperticatamente elogiato per aver condotto con “fermezza, intelligenza e grande cultura una politica volta a trasformare il partito comunista italiano in un partito socialdemocratico”.

Ma con quale credibilità quella base comunista possa aver costituito – come Scalfari sostiene nel citato editoriale del maggio 2019 – la “sinistra italiana moderna, originata da Berlinguer e dal suo partito”, forse spiega tare, ritardi, deviazioni immoraliste e giustizialiste proprie di siffatta sinistra. “La storia, si dice, non si fa con i ‘se’…” annota verso la fine il libro di Mafai, ma si chiede ‘se’ non sarebbe stato meglio che il Pci berlingueriano rivolgesse “una maggiore attenzione al Psi di Craxi, alle argomentazioni di Bobbio e degli intellettuali allora raccolti attorno alla rivista ‘Mondoperaio’…”

Si dirà che queste puntualizzazioni non serviranno a cambiare le cose future del Paese e della sinistra: ma se non si conoscono i dettagli della storia non si può neanche costruire il futuro. “Chi vuole fare qualcosa di nuovo deve prima conoscere a fondo il passato”, consigliava il grande storico Ernst H. Gombrich. Sapere ad esempio quanti danni hanno prodotto i giustizialisti e moralisti mendaci – che accusando gli altri e assolvendo sé stessi (non solo il Pci, in verità, ma anche Leghisti, ex-neofascisti… e tante fasce di popolo più o meno privilegiate) hanno travolto la prima repubblica democratica – aiuta a capire cosa non si dovrebbe ripetere in futuro. Quella ad esempio che il grande filosofo Norberto Bobbio definì tristemente “una pessima prova”, quando popolo e apparati pubblici e privati, dopo aver tanto appoggiato per molti anni i governi costituzionali tra il 1946 e il 1992, si rivoltarono contro di essi, sollecitati da un imponente apparato mediatico-giudiziario rivelatosi non imparziale. In futuro, basta “prove” di questo tipo, ripeterebbe Bobbio.

Nicola Zoller

-LIBRO: Miriam Mafai, Dimenticare Berlinguer – la sinistra italiana e la tradizione comunista, Donzelli editore, Roma, 1996

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