martedì, 29 Settembre, 2020

Disuguaglianza e crescita: il binomio post-pandemico

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“Dopo decenni di sagomatura delle politiche economiche globali e nazionali secondo i dettami dell’ideologia neoliberista, i settori pubblici stanno morendo di fame, i cambiamenti climatici stanno accelerando, le disuguaglianze sono in aumento e le democrazie si trovano ad affrontare crisi senza precedenti. L’unica strada da percorrere è lasciarsi alle spalle le defunte panacee economiche del passato.”
Questo era quello che solo poche settimane fa Joseph Stiglitz, economista statunitense e Premio Nobel per l’economia nel 2001, scriveva in Project Syndicate, in uno dei tanti recenti articoli di critica alla teoria neoliberista e alla “Scuola di Chicago”.
La sua, come quella di altri noti economisti, è una crescente e martellante critica al sistema capitalista-liberista attuale. Tra le più interessanti c’è sicuramente quella che muove Thomas Piketty, noto economista francese nonché scrittore di un libro che ha fatto molto discutere qualche anno fa denominato “Capital in the Twenty-First Century” col quale affronta il tema delle disuguaglianze.
La mia non vuole essere una lode alle teorie e alle proposte di Piketty, le quali personalmente trovo siano piuttosto utopistiche e talvolta fondate su dati discutibili, ma un’analisi che permetta di guardare al futuro con occhi diversi, in un momento di grande crisi internazionale che cambierà radicalmente l’aspetto della nostra società.
Le domande che Piketty prende come punto di partenza per la sua analisi sono: “Che cos’è il capitale?”, “Quali sono i suoi limiti e le sue forme?” e “Come si è trasformata la sua composizione nel corso del tempo?”. Ciò che quindi cerca di analizzare è il ruolo che nel lungo periodo l’accumulazione del capitale e la distribuzione del reddito giocano nel processo di crescita economica di una società come quella attuale, caratterizzata da ciò che definisce “capitalismo patrimoniale”, in cui “Non importa quanto lavori, qualunque carriera non potrà mai eguagliare un buon matrimonio”.
Nel parlare di “disuguaglianza” Piketty distingue tre differenti sfumature: la disuguaglianza dei redditi, quella del capitale (definito anche “wealth”=benessere), e quella del rapporto fra capitale e reddito nel lungo periodo. Occorre una precisazione: egli definisce “capitale” “tutte le forme di ricchezza che possono essere possedute in sé e per sé dagli individui (o da gruppi di individui)” e trasmessi o scambiati sul mercato su base permanente”. Esclude quindi quello che possiamo definire “capitale umano” che invece gioca un ruolo determinante nella definizione di “crescita”. Il “capitale” negli anni ha modificato la sua composizione, basti pensare ad esempio a quello del 1700 caratterizzato dalla proprietà agricola, sostituita oggi da quella immobiliare e finanziaria.
L’equilibrio di lungo periodo può essere definito tramite il modello di Solow, sviluppato a partire da quello di Harrod-Domar, da cui si ricava che il rapporto tra capitale e reddito α=x/y converge verso il rapporto tra il tasso di risparmio ed il tasso di crescita, ovvero α= s/g, dove il tasso di crescita g è la somma del tasso di crescita della produttività e del tasso di crescita della popolazione (incluso il fenomeno dell’immigrazione).
Facciamo un esempio: un Paese con una crescita lenta (g piccolo) ma che risparmia molto (s elevato), accumula nel lungo periodo un enorme stock di capitale. In pratica, in una società caratterizzata da una crescita stagnante, i patrimoni del passato assumono un peso sempre più rilevante.
La società che Piketty descrive è quindi quella caratterizzata dal cosiddetto “capitalismo patrimoniale”, in cui il basso tasso di crescita dell’economia provocherebbe un aumento del rapporto capitale/reddito, che porterebbe conseguentemente ad un innalzamento della quota di reddito da capitale presente nell’economia. Quindi, posta la disuguaglianza r > g, più il gap r-g si allarga, più le disuguaglianze nella distribuzione del benessere aumentano, permettendo alle già esistenti accumulazioni di capitale di crescere più rapidamente dell’economia e facendo si che il passato “divori il futuro”. Tutto ciò produrrà un ulteriore rallentamento della crescita ed una “spirale senza fine della disuguaglianza”.
Al di là delle numerose critiche che vengono mosse verso il suo modello e le sue proposte, che non affronterò, l’interessante spunto di Piketty fa riflettere all’alba di quella che sembra essere una delle crisi più grandi della storia degli ultimi secoli. Crisi che già oggi può essere definita al livello delle due Guerre Mondiali.
Se infatti è vero quello che dice Kuznets che le disuguaglianze di reddito si riducono a cavallo delle grandi crisi (negli Stati Uniti si erano ridotte nel periodo tra le due guerre mondiali: attorno al 1910-20, il top 10% della popolazione possedeva circa il 45-50% del reddito nazionale; diversamente, alla fine degli anni ’40 tale quota era scesa al 30-35%), è pur vero che siamo di fronte ad un grandissimo mutamento delle dinamiche economiche globali.
Non dimentichiamoci, infatti, che spesso le grosse crisi hanno generato la nascita di sistemi economici che hanno segnato i decenni successivi. La Grande Depressione degli anni 30 ha prodotto le teorie keynesiane e la stagflazione degli anni 70 ha prodotto Milton Friedman e la scuola di Chicago. Tra non molto potremmo trovarci in un sistema economico totalmente modificato, in cui le teorie di economisti come Piketty, Stiglitz e Krugman potrebbero svolgere un ruolo determinante e segnare i prossimi decenni. E’ per questo fondamentale analizzare a fondo tali teorie per non rimanerne schiacciati e allo stesso tempo trarre preziosi spunti.
Quello a cui noi dobbiamo guardare, in una fase così delicata per il nostro Paese, è proprio alle scelte che verranno prese nelle prossime settimane dalla nostra classe politica. Disuguaglianza e crescita devono essere ancora una volta al centro del dibattito politico ma non si possono dimenticare gli errori che la nostra società ha commesso negli ultimi decenni. Ricerca ed università sono state mortificate a favore di sostegni sociali a carattere assistenzialista e politiche scellerate, colpevoli di aver generato l’acuirsi di una lotta di classe che ha visto soccombere il cosiddetto ceto medio. Forse questa crisi, quando tutto sarà finito, restiuirà una volta per tutte alla storia quel famoso (ahimè, solo a noi socialisti) “Meriti e bisogni” della Conferenza Programmatica di Rimini del 1982 che aveva anticipato una lettura della società a cui la classe politica attuale non sa ancora dare risposta.

Daniele Cocca
Segreteria FGS – Circolo FGS Carlo Alberto Rosselli di Roma

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