domenica, 7 Marzo, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

“Doc, nelle tue mani”: la forza di ripartire è nelle nostre mani

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“È nella crisi che nascono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie”. A dirlo era Albert Einstein. Forse questa frase descrive meglio di tutti la situazione attuale che stiamo vivendo. A raffigurare più di tutti la lotta al Coronavirus è l’immagine e la foto che ha fatto il giro del mondo, dell’infermiera addormentatasi e crollata, stremata da turni allucinanti per portare soccorso in Rianimazione. Da lì è nato il disegno di un’infermiera che tiene tra le mani e culla l’Italia. Ed allora è a medici ed infermieri che dobbiamo un tributo. Mentre cinema e teatri sono chiusi, arriva una fiction con Luca Argentero che va in questa direzione. Si tratta di “Doc, nelle tue mani”. La serie è un medical drama molto intenso, a tratti duro e commovente, ma molto reale. Ispirato a una storia vera, è la vicenda di un uomo che deve recuperare la memoria, quella del suo passato, di dodici anni di vita andati perduti. O forse no? Magari reconditi nel bagaglio del suo inconscio, e che sono pronti a riemergere all’improvviso, in maniera inaspettata. Lui deve scoprire la ‘sua’ verità, la verità su ciò che gli è accaduto, ma così facendo potrebbe risollevare un’altra verità o più. Il mistero dà pathos alla fiction, ma si va ben oltre il semplice giallo poliziesco a carattere scientifico intriso di medicina.
In tempi in cui si vive in streaming ed i selfie sono imperanti, qui si scatta il “selfie più estremo di tutti”, quello che ti cambia davvero la vita: si scatta un selfie alla medicina, al ruolo di tanti medici come il protagonista, il cui lavoro è una missione, una ‘devozione’ quasi. Mentre indaga per capire chi sia e cosa sia successo, si indaga sul senso stesso della deontologia medica. Per riscoprirne la valenza, soprattutto in un momento attuale in cui sono i nostri ‘angeli’, i ‘nostri eroi’, che lavorano per salvare vite umane, in condizioni estreme.

E “Doc, nelle tue mani”, tra l’altro, è profondamente legato alla pandemia del Coronavirus. Non solo perché ha interrotto (come in molti altri casi di set diversi) le riprese, ma perché il soggetto cui si ispira ha a che fare proprio con questo virus e con uno dei luoghi che più ha messo in ginocchio: Codogno.
Ma procediamo per gradi e con ordine. Partiamo dal titolo: “Doc, nelle tue mani”. Il primo è il diminutivo per questo primario, stimato e temuto al contempo: Andrea Fanti. Nelle tue mani ci riporta al concetto della professione di medico come una missione, che ha qualcosa di salvifico in sé. Ogni dottore è perfettamente consapevole che ha nelle sue mani la vita e la morte dei propri pazienti: se fa una diagnosi troppo in fretta il paziente muore, se la fa troppo in ritardo accade lo stesso. Tutto dipende da lui. Questo, più che dare un senso di potere o delirio di onnipotenza, dà un grosso senso di responsabilità: “è sempre una nostra responsabilità”, si ripetono a reparto di Fanti. In più si è consapevoli che ci vuole coraggio per fare il medico alle volte. Bisogna essere decisi, perché spesso si devono prendere decisioni fondamentali in poco tempo. Spesso è come un salto nel buio; sei tu a decidere come agire, ma non sai cosa ti aspetterà; se fai bene o male, ma devi scegliere, compiere una scelta e prendere una decisione.

Purtroppo, però, ci sono cose che non si possono riparare; come la morte o la perdita di memoria. Così Andrea Fanti si trova a ripartire da zero, a dover ricostruire la sua memoria. Tutto sembra perduto, ma forse è proprio quando si è persa la speranza che si ricomincia a ripartire. E questo è il senso della fiction, come ha spiegato lo stesso Luca Argentero che ne veste i panni. Non era solo la voglia di raccontare un’eccellenza tutta italiana, come quella della sanità, della medicina e di un medico esemplare; appunto per ridare speranza in questa fase drammatica della storia italiana e mondiale. Non era solo per infondere ottimismo, raccontando la storia di un uomo che è ripartito da zero, per dare un esempio di possibile rinascita al nostro Paese. Non a caso, precisa Argentero, se il Coronavirus ha interrotto le riprese, quelle già girate (le prime quattro) verranno trasmesse, mentre le altre saranno terminate e mandate in onda in autunno, nella prossima stagione, per non fermarsi mai, neppure di fronte a una pandemia come quella del Covid-19. Non era solo la volontà di fare vedere la malattia come un’opportunità più che come un impedimento: la perdita di memoria può portare persino ad essere migliori. Qui si va oltre, sottolineando due aspetti: il fatto che possa esistere anche una seconda possibilità (di perdono, di riscatto, di rivincita, per rifarsi e correggere gli eventuali errori passati o rimediare agli sbagli) e che quella del medico è una vera e propria missione.

Missione significa dedizione. Le cure di un medico non sono solo le medicine che prescrive, ma esiste un tipo di medicinale infallibile e insostituibile: l’umanità che sa dare, l’empatia che sa instaurare con i pazienti. Spesso i malati hanno solo bisogno di attenzione e di affetto, più che di rimedi e soluzioni scientifici.
Questa fiction ci ricorda una volta di più quanto il mestiere di medico sia complesso, complicato e difficile. Ci vuole un carico di umanità e di psicologia immane. Spesso sono uomini che devono mettere da parte se stessi e i loro problemi per pensare a quelli degli altri. Si devono fare carico di un peso enorme di responsabilità importanti. Annullare se stessi, farsi da parte per lasciare posto ai loro pazienti, lavorando in condizioni estreme, di emergenza e di difficoltà. Solamente per portare soccorso e conforto. Perché quando c’è bisogno d’aiuto non si tirano mai indietro, ma anzi devono e vogliono sempre farsi trovare pronti. Devono essere tempestivi, non possono permettersi il lusso di pensare e riflettere, non hanno tempo di ragionare, ma devono farsi guidare dall’esperienza, dall’intuito e dall’istinto, perché potrebbero rischiare di perdere un paziente se non agiscono in fretta. Non possono permettersi il lusso di sbagliare, perché da loro dipende la vita delle persone. Potrebbero avere sulla coscienza la vita umana e non perdonarsi per un errore, una banale distrazione in un attimo di ingenuità che può essere fatale. Allora, sempre sotto pressione, quasi sotto inchiesta, sotto esame, in corsia, in prima linea, di corsa, lavorando a ritmi incessanti e allucinanti, si rischia di non farcela. Ma c’è solo una luce in fondo al tunnel, di speranza in questo, che è ciò che dobbiamo ricordarci; oltre la paura di fallire e di sbagliare, oltre lo stress psico-fisico, la stanchezza, l’angoscia, la tensione, il dolore, la sofferenza con cui si è a stretto contatto, c’è la chiave di tutto: si chiama umanità e solidarietà. A fare del bene si sta bene, ci si cura, mentre si cura e, di fronte a quello, non si teme nulla, neppure il peggiore dei virus, e quello dà forza, coraggio e vigore, fa andare avanti senza sosta, quasi che non si senta neppure la fatica. Questa è la vita di un medico (o di un infermiere) soprattutto al giorno d’oggi. Questa è la sua missione: salvare per salvarsi quasi. Ritrovare umanità, portando soccorso e aiuto al massimo e al meglio che possa, per ritrovarsi. Anche in mezzo al dolore, alla disperazione più nera e al mistero più profondo. Non c’è incubo da cui non si possa uscire con la speranza di un gesto di affetto e di amore, di solidarietà, di benevolenza, di calore. Spesso il conforto, il sostegno, l’aiuto e un ausilio sono racchiusi anche in una semplice parola di conforto, in un gesto simbolico fatto di piccole attenzioni che fanno la grande differenza in un mare di malattie, mali incurabili o misteriosi, ancora poco noti e conosciuti. Tutto dettato dallo scandire incessante del tempo, in cui bisogna decidere i tempi e le modalità con cui agire; che misure prendere? Come oggi: quali e quante sono le restrizioni veramente necessarie?
Non è facile, in situazioni di emergenza, mantenere il self-control, il sangue freddo e la lucidità per restare imperturbabili di fronte all’urgenza e non farsi vincere dall’emozione, quasi senza lasciarsi scalfire, ma focalizzati nel cercare di capire quale sia la cosa giusta da fare e la scelta più corretta da prendere; decidendo nel minor tempo possibile. Spesso non ci sono vie di mezzo, non si hanno alternative. Questo bisogna ben ricordarselo ora.

Però è proprio quando si rischia di perdere tutto o sembra di stare per perdere tutto, che si può trovare il senso per ricominciare ed essere migliori. Il senso di unità e di comunione che sta avvolgendo l’Italia ne è un esempio. Così come è emblematica una battuta del film. Quando si deve ricominciare tutto daccapo, ripartire da zero, come un Paese dopo una pandemia o un uomo dopo un incidente che gli ha fatto perdere la memoria di dodici anni della sua vita, è come stare e mettersi di fronte a uno specchio e guardarsi dentro, mentre è come se ci si voltasse indietro ad osservare il proprio passato e si comprende chi si era, ma soprattutto si riflette su chi siamo diventati o possiamo essere oggi, ma in particolare domani; per il futuro: cioè come poter essere uomini migliori. Spesso non ci piace ciò che vediamo, oppure siamo costretti a convivere con la malattia, il dolore, la morte; ma si può sempre decidere di combatterli, per non lasciarci sopraffare dall’angoscia della disperazione e della sofferenza.
Spesso dobbiamo vivere tragedie od episodi traumatici: come la morte di un figlio, di una persona cara, di un paziente che non si è riusciti a salvare; oppure siamo costretti a farci forza e violenza su noi stessi per compiere gesti, scelte e atti coraggiosi: è il racconto di un medico che ha affermato che la decisione più difficile che ha dovuto prendere è stata quello di dover attaccare al respiratore un collega-amico molto caro con cui lavorava da lungo tempo assieme, colpito dal coronavirus. Ci vuole una forza di volontà inaudita per resistere di fronte a tutto questo e non impazzire o soccombere. Ma l’uomo può essere molto più forte di tutto questo.

Grazie all’amore e alla vita. L’amore è più forte di tutto, ma anche la nascita di un bambino, che contrasta e contro-bilanciata la morte, dà quella speranza che fa andare avanti. Vedere morire creature innocenti di qualche anno per Coronavirus è un dolore straziante, dà senso di impotenza, si rischia di impazzire così come quando ti muore un figlio. Eppure (tu medico, tu genitore) sai che hai altre vite come la sua ancora da poter salvare ed è per loro che devi lottare. Puoi vedere gli occhi di quella creatura in quelli di un altro e il loro sguardo ti chiederà aiuto che non puoi negare perché risveglierà in te quell’affetto e quel calore paterno, che ti porterà a un gesto spontaneo e istintivo di amore protettivo. E da lì ricomincerai e vorrai andare avanti ad ogni costo, avendo trovato uno scopo, una ragione di vita di nuovo.

Come Andrea Fanti nel film e come Pierdante Piccioni nella realtà, il medico alla cui storia vera è ispirato il personaggio di Luca Argentero.
Il primo, al suo risveglio, non sa più chi sia; non si riconosce. È schiacciato dal dolore straziante del ricordo della perdita del figlio Mattia; ma deciderà di ritornare in corsia, proprio per aiutare altri bimbi e ragazzi, che saranno come suoi figli. Ricominciare non è facile; ma sa che vuole essere un uomo diverso e migliore. Vedendosi alla tv, a rilasciare interviste, dice alla ex moglie: “Come ho fatto a diventare quello? Perché non mi hai fermato?”. Lui vuole ed avrà la sua seconda possibilità ed opportunità. Dove? In corsia, con gli altri medici. Proprio quando stava per pensare al suicidio, trova il modo per uscire dal tunnel della disperazione e trovare e ridare un senso alla sua vita. E a quella degli altri. Come? Aiutando gli altri appunto; mettendosi al servizio del prossimo per cercare di dargli un futuro.
Così come è stato per Pierdante Piccioni. Un tragico incidente gli ha tolto la memoria e gli aveva portato via dodici anni della sua vita (probabilmente per sempre) in maniera repentina, improvvisa ed anche violenta e traumatica; ma non la sua umanità, il suo senso di solidarietà e la sua convinzione nella ‘missione’ di medico. Il suo destino e la sua vicenda sono profondamente legati a quella del Coronavirus e della pandemia attuali. Lui prima dell’incidente appunto era primario del pronto soccorso dell’ospedale di Codogno, fino al 31 maggio 2013. Dopo il coma, dopo la perdita di memoria, dopo essersi risvegliato, ha deciso di adoperarsi ancora nel settore: ora collabora con l’ospedale di Lodi, dove cerca di trovare percorsi specifici per disabili e malati cronici. Appunto di riabilitazione, per riabilitarli alla vita, per far loro ricostruire un’esistenza e uno scopo di vita, un’identità, una seconda identità e personalità quasi. La serie tv non è solo ispirata alla sua vicenda, ma anche al libro autobiografico che ne è stato realizzato: “Meno dodici”, edito Mondadori, che il prossimo 7 aprile uscirà in una nuova riedizione. Il libro è stato scritto insieme a Pierangelo Sapegno, con cui ha stilato anche un altro testo, intitolato: “Pronto soccorso”.
Questo dimostra che ci sono certi messaggi che arrivano e rimangono universali e centrali in ogni fase della storia e della vita umane, a prescindere dal canale e dal mezzo o lo strumento scelti per veicolarli. E che esistono storie che lasciano il segno, colpiscono, arrivano dritto al cuore e al lato umano di ognuno di noi, che risultano interessanti e che impressionano positivamente, attraendo come calamite, e non per il loro connotato sensazionale e sensazionalistico o per una spettacolarizzazione del dolore o del pietismo, ma per la loro umanità “che è così vera in ogni uomo”, come cantava in “Chiamami ancora amore” Roberto Vecchioni sul palco dell’Ariston nel successo che gli regalò la vittoria al Festival di Sanremo nel 2011. Quella che ci fa superare (e quasi risorgere da) ed è la nostra ancora di salvezza anche in momenti e di fronte a dolori così lancinanti che non avremmo mai creduto di poter provare o di poter superare appunto. Ed è questo che ha fatto sì che la prima puntata (in due episodi) abbia raccolto un consenso molto alto, un’attenzione notevole e un riscontro positivo pari a più di sette milioni di telespettatori e del 25% di share. In questo l’interpretazione di Luca Argentero è magistrale: misurata quanto intensa, drammatica, melodrammatica, ma col giusto grado di tragicità; passando da toni severi e duri del primario prima del coma; a quelli della dolcezza del ricordo dei figli da padre al risveglio; all’intensità del dolore per la perdita e scomparsa del figlio (la parte più intensa e commovente); all’umanità genuina e sincera dell’affetto con cui tratta e cerca di aiutare il suo compagno di stanza; alla sua lotta interiore per ricominciare e decidere di ripartire proprio da quei corridoi di ospedale che gli avevano regalato l’affermazione. Un uomo universale che, avvolto e dietro i suoi dubbi esistenziali comuni a tutti gli esseri viventi, deve dare anche certezze e sicurezze agli altri umani che hanno bisogno di lui: questo forse il compito più difficile di un medico; dare risposte certe e sicure, anche quando forse non si hanno e non vi sono del tutto, oppure tra l’incertezza dell’emergenza.
In “Doc, nelle tue mani” c’è tutto: gioia, dolore, lacrime, sorrisi, vittorie, sconfitte, delusioni e riscatti. La serie è “un atto di responsabilità” come quello del mestiere di medico: è la capacità di instaurare rapporti e costruire legami autentici, empatici, all’insegna delle emozioni più vere. Ed è questo che è davvero terapeutico. Tale è l’approccio anche per accostarsi al cambiamento, persino a cambiamenti e stravolgimenti epocali. Un’attitudine che “Doc nelle tue mani” ci insegna, mettendoci anche di fronte alla paura dell’ignoto, che potrebbe stravolgere ogni cosa. Nel cast anche Matilde Gioli, una dottoressa innamorata del primario che cerca di diventare come lui. Un esempio. Quando si dice: si cresce per imitazioni. Perciò è importante dare l’esempio per primi e i medici che operano in prima linea fanno e servono soprattutto a questo. Anche per ‘dare il la’ per il cambiamento appunto.
Resistere, combattere. Lottare, ma anche soccorrere e amare (la vita, se stessi e gli altri, per apprezzarne e riscoprirne di nuovo il senso, soprattutto dopo il risveglio da un coma ad esempio). Anche se è difficile. Anche se non si vuole. Anche se non si riesce. Fino all’ultimo. “Anche restasse un solo uomo”, per dirla sempre con Vecchioni. Perché ogni vita salvata è una vittoria. E i medici e gli infermieri spesso sono lì per ricordarcelo, per dirci che #andràtuttobene, per riprendere un motto che va molto di moda adesso. E non è facile. Pensiamo alle difficili condizioni in cui operano, in cui scarseggiano i principali materiali necessari del mestiere (tute, mascherine, guanti, amuchina, ma anche i respiratori che sono vitali in alcuni casi per i pazienti e malati). E così si trovano ad agire in condizioni di massimo rischio e scarsa sicurezza, mettendo a repentaglio la loro stessa vita. Perché di loro c’è bisogno e non si tirano mai indietro. Eppure sono sempre lì a infonderci coraggio. Pensiamo al nuovo bando per reclutare altre centinaia di infermieri da mandare in prima linea nella lotta al Coronavirus.
E allora non possiamo che concludere con un hashtag da dedicare a tutti loro e a tutti noi: #staystrong. “Ce la faremo” ci dicono da vari fronti. Intanto noi teniamoci aperto un interrogativo: ce la farà il dottor Andrea Fanti a ritrovare se stesso diciamo ed a ricostruirsi una nuova seconda vita, dopo il miracolo, quasi la rinascita, dell’uscita dal coma’? L’appuntamento è con le prossime puntate, sempre di giovedì in prima serata, e poi in autunno per il gran finale di stagione a sorpresa, quello che davvero segnerà una vittoria, un trionfo e un nuovo inizio: anche per il cinema e la fiction, così penalizzati dalla pandemia.

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