mercoledì, 30 Settembre, 2020

Domenico Viotto, un impegno politico durato molti anni

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Nacque a Quinto Vicentino il 3 aprile 1887 e trascorse i suoi primi anni di vita in un orfanotrofio, avendo perduto il padre subito dopo la nascita. Appena quindicenne trovò lavoro in una falegnameria. Fu una esperienza che lo pose a contatto con la crudezza e le difficoltà della vita e con la durezza del lavoro che allora era assolutamente privo di diritti. Per questo si sentì presto attratto dal socialismo, e si iscrisse al Partito Socialista Italiano. Fattosi conoscere e apprezzare, divenne dirigente della Camera del lavoro di Vicenza. In questa prima fase della sua attività tra i socialisti e i sindacalisti egli mostrò di preferire le posizioni più estreme, militando tra i “sindacalisti rivoluzionari” .

 

Più tardi venne mandato in Sicilia, a Messina, per dirigervi la Camera del lavoro, appena risorta dopo il terribile terremoto che aveva provocato circa centomila morti e la distruzione della città. Dovette allora affrontare problemi non facili imposti dalla ricostruzione, mentre si ponevano problemi di politica estera per le imprese di Libia, e di politica interna per la concessione del suffragio universale maschile. Alla vigilia della Grande guerra nello scontro tra interventisti e neutralisti egli si pose senza riserve tra questi ultimi, convinto che la guerra avrebbe provocato un numero stragrande di morti, danni difficilmente superabili all’economia e alle cose, e avrebbe creato problemi estremamente gravi per il dopo.Tra i compagni di fede partecipò alle manifestazioni spesso furiose in difesa della neutralità dell’Italia e più in generale della pace. Non desistette quando l’Italia entrò in guerra, e per questo nel 1916, accusato di disfattismo, venne condannato a tre anni di carcere.

 

Quando nel ’19 venne rilascito riprese il suo posto di lotta nel sindacato, dirigendo i metallurgici. In una situazione politicamente e sindacalmente mossa e sempre più difficile per i lavoratori, lavorò a Brescia, dove l’anno successivo, nel pieno della reazione nazionalfascista, fu alla testa degli operai metallurgici nelle lotte per rivendicazioni salariali e per la difesa della democrazia. Nel 1921 venne eletto per la prima volta deputato e contemporaneamente entrò nella direzione nazionale del Partito socialista Italiano. Fu tra i più agguerriti lottatori contro il fascismo e contro i pericoli di perdita dei residui di democrazia nel paese. Nel 1924 venne rieletto deputato. Nel giugno di quello stesso anno l’uccisione per mano fascista di Giacomo Matteotti lo vide tra i più impegnati e intransigenti contro i rigurgiti reazionari che ormai tendevano a portare l’Italia alla dittatura. Arrestato e condotto davanti al Tribunale speciale, venne condannato a due anni di reclusione. Dichiarato decaduto dal mandato parlamentare assieme agli Aventiniani, venne destinato al confino di polizia per cinque anni. Liberato nel 1932, si fermò a Milano, dove diede inizio a una piccola attività imprenditoriale che gli permise di mantenere la famiglia. La polizia non lo perdeva d’occhio, e tuttavia non riuscì a impedirgli di entrare in contatto con elementi giovani che credevano nel socialismo e lavoravano per ricreare le basi di una ripresa del movimento.

 

Tra questi erano Rodolfo Morandi e Lelio Basso, studiosi ed elaboratori di un socialismo che teneva conto delle esperienze fatte nei decenni precedenti e della mutata situazione per “l’età delle dittature” e in Italia lavoravano per creare il Centro Interno del Psi. Nel 1940, con l’inizio della secnda Guerra mondiale, egli viene inviato nei campi di concentramento di Colfiorito e poi di Fabriano, dove rimane fino al 1941. Rimesso in libertà, riprese i contatti con Basso, con il quale diede vita al MUP – Movimento di unità proletaria, uno dei gruppi che di lì a due anni, alla fine del ’43, concorsero alla ricostituzione del Partito Socialista assieme a Romita, Lizzadri e altri. Poco dopo passò in Svizzeranovembre 1943per sottrarsi all’arresto. Riallacciò allora i propri rapporti con Rodolfo Morandi, Antonio Greppi ecc. Nel 1945 tornò a lavorare tra i partigiani che attorno al Lago d’Orta avevano costituito una forte zona di resistenza contro i nazi-fascisti. Caduto il fascismo, lavorò nel partito e fece parte della Consulta nazionale, nella quali si cominciò a definire i caratteri del nuovo stato democratico. Collocatori su posizioni autonomistiche, seguì Saragat, Mondolfo e diversi altri che provocarono la scissione nel partito e diedero vita al PSLI, e fu per qualche tempo segretario della Federazione socialdemocratica del capoluogo lombardo. Successivamente però si allontanò sempre più dalla vita politica attiva. Morì a Milano il 15 novembre del 1976.

 

Giuseppe Miccichè

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