domenica, 23 Febbraio, 2020

Dopo Hammamet

1

Il giorno dopo che cosa resta? Sono accadute tante cose, si sono spese tante parole, si sono ammessi tanti errori di valutazione, si sono riconosciuti tanti meriti nell’analisi sulla storia del leader socialista e statista Bettino Craxi, che viene in mente quanto tempo, vent’anni, sia dovuto trascorrere per arrivare a questa nuova lettura di un periodo della storia italiana. Lettura che mi pare generale: dal paragone tra Craxi e De Gasperi, frutto della lettera di Berlusconi, all’ammissione che Craxi “aveva ragione a Berlinguer torto”, di Giorgio Gori, sindaco del Pd di Bergamo, dal riconoscimento che “Craxi era un gigante rispetto agli gnomi di oggi” di Renzi, ripetuta d’altro lato dalla stessa Meloni, alla valutazione del leghista Giorgetti, secondo il quale “Craxi è stato un uomo politico lungimirante”, fino alle nuove e appassionate analisi di Peppino Caldarola, ex direttore de L’Unità, che ha invitato gli ex comunisti a promuovere i caratteri di una nuova sinistra che a Craxi e al vecchio Psi si ispiri negando il giustizialismo, al filosofo di sinistra Diego Fusaro che, sfidando in tivù un furioso Di Pietro, gli ha sventagliato in faccia il fatto che Mani Pulite fu “un colpo di stato”, fino all’esponente del Pd Tommaso Cerno che ha proposto di dare a Craxi la tessera onoraria del Pd.

Un profluvio di riconoscimenti che hanno inorgoglito la comunità socialista, bistrattata e perseguitata, tenuta spesso ai margini della vita politica, chiamata a espiare colpe inesistenti. Dal primo all’ultimo dei socialisti sono stati, vent’anni fa, oggetto di improperi, di accuse, di slogan offensivi. Ricordo quel compagno di una sezione socialista della mia provincia che mi gridò con le lacrime agli occhi: “Del Bue, non possiamo più nemmeno andare al bar, perché ci offendono”. Le offese venivano da destra e da sinistra, ma quelle che provenivano da sinistra bruciavano di più perché erano passati pochi anni dalla fine del comunismo e dal cambio del nome del Pci, e sotto le macerie del muro costoro facevano finire noi che quei sistemi avevamo sempre combattuto, con coerenza e anche sostenendo il dissenso, come Craxi che editò la rivista dei dissidenti cecoslovacchi Listy ed elesse in Europa Jiry Pelikan. Sono stati giorni di gioia per tutti coloro che hanno vissuto quegli anni impazziti, che avevano equiparato il Psi a un partito di ladri e la Prima Repubblica a un’entità collusa con la mafia e il malaffare. Prima o poi diceva Craxi “la storia metterà le cose al giusto posto”, sciogliendo i grumi di settarismo e di intolleranza di cui era stata impastata.

Che l’operazione Mani pulite sia stata una operazione politica lo si comprende solo ora, venticinque anni dopo. Eppure, che i magistrati di Milano abbiano deciso di colpire il finanziamento illecito ai partiti solo quando è cambiata la situazione internazionale e nazionale, visto che lo conoscevano bene tutti e mai nessuno, salvo poche e marginali eccezioni, aveva mai mosso un dito in quella direzione, era chiaro già vent’anni fa. Che Di Pietro non  fosse un eroe senza peccato era evidente per i suoi collegamenti col sistema di potere di allora e oggi è ancora più evidente alla luce delle denunce della Gabanelli sulle sue proprietà, che hanno determinato, in un battibaleno, la scomparsa del suo partito. Che Craxi sia stata la vittima sacrificale, unico ex presidente del Consiglio chiamato alla tragica scelta se morire all’estero o in galera, era chiaro anche allora. Che la motivazione della sua condanna nei due processi terminati  in un tempo record, l’Eni-Sai e la Metropolitana milanese, e cioè il teorema del “non poteva non sapere”, peraltro dichiarato illegale da Nordio nella sentenza su Occhetto e  D’Alema, sia stato applicato solo a lui, era emerso anche allora. Che altri partiti siano stati salvati, da un lato, con l’amnistia del 1989 (i finanziamenti che provenivano dall’Urss) e col fantasma che prelevò la borsa con un miliardo di Gardini, era cosa nota.

Se tutto questo viene ammesso vent’anni dopo, anche alla luce dei disastri prodotti da una seconda Repubblica mai nata, certo questo non può che far piacere, ma provoca anche un certo rammarico. La ricaduta sulla lettura della storia è evidente. Non si potrà più raccontare quel che unilateralità e strumentalismo politico hanno narrato sui libri, giornali, televisioni, negando, con la criminalizzazione di Craxi, anche il valore della storia socialista italiana, spesso, quasi sempre, cacciata in soffitta per esaltare quella comunista e democristiana. Ma la domanda che sorge spontanea è questa: che ricaduta politica può esserci vent’anni dopo? Davvero è possibile dopo vent’anni rilanciare un partito identitario nel nome di Craxi? Con chi? Cogli anziani dirigenti di allora, oggi sopravvissuti? E con quali idee e programmi unificanti? Unendo coloro che si sono collocati a destra con coloro che si sono collocati a sinistra? Forse é tardi. Oltre che una diversa lettura della storia, queste giornate, possono semmai consentirci di unire nel Psi anche coloro che l’hanno abbandonato e questo sarebbe cosa giusta e opportuna, ma soprattutto di acquisire una nuova credibilità per diventare punto di riferimento di una nuova alleanza riformista, laica e libertaria, che inevitabilmente aggregherà coloro che hanno scelto, come Emma Bonino e Carlo Calenda, di collocarsi all’opposizione di questo governo, assieme a quel Renzi che, per primo tra i dirigenti politici di oggi, ha sdoganato Craxi, smentendo Zingaretti e il Pd sul carattere strategico dell’alleanza coi Cinque stelle e votando contro sulla riforma della prescrizione. Oltre tutto una legge elettorale proporzionale con sbarramento non obbliga nessuno a collocarsi in campagna elettorale. E l’autonomia è musica per le nostre orecchie. Ringraziando Craxi forse possiamo davvero rimetterci in moto.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

1 commento

  1. L’impressione è che la destra più becera della storia repubblicana stia cercando di appropriarsi di Craxi.

Leave A Reply