lunedì, 17 Giugno, 2019

Dopo il colpo di stato, Sudan nuovamente in bilico

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«Guideremo il Paese per i prossimi due anni, per ripristinare uno Stato democratico in vista delle elezioni – ha comunicato il vice-presidente Awad Ibn Auf – i prigionieri politici saranno liberati e la Costituzione del 2005 sarà abrogata». Non sembrano essere rassicuranti le parole della giunta militare che ha preso il potere con un colpo di stato destituendo Omar al-Bashir, il presidente che ha guidato per 30 anni con il pugno di ferro il Sudan.

Da giorni le strade di Khatoum erano straripanti di cittadini che dimostravano la loro avversione nei confronti del padre/padrone del Sudan che aveva annunciato una riforma della costituzione per mantenere il potere. Gli stessi manifestanti che in un primo momento avevano celebrato la tanto agognata caduta di al-Bashir salvo, poi, rimanere delusi dal discorso di insediamento della nuova giunta militare.

Lo stesso Awad Ibn Auf ha sulle spalle un passato a dir poco oscuro essendo un militare di lungo corso macchiatosi, secondo gli Stati Uniti, di crimini di guerra nella regione del Darfur, operando massacri su commissione di Al-Bashir.

Non fu quella una normale guerra civile. In quattro anni, otto villaggi su dieci vennero bruciati. Distrutte le sorgenti, inceneriti i campi. Tre persone su quattro abbandonarono le proprie capanne. Due milioni e mezzo di contadini, in fuga vennero ridotti a fantasmi ubriachi.

I morti restano ad oggi un segreto osceno: 200 mila per gli osservatori internazionali, 400 mila per gli Usa, 9 mila per il regime di Khartum. Come se non facesse grande differenza.

Baraccopoli e campi profughi riflettono l’infinita tragedia di una terra ridotta ad una prigione vasta quanto l’Europa. L’orrore non è circoscritto ai grandi campi di Al Fashir, El Geneina e Nyala. Inizia dalle periferie di Khartum, evitate dai riflettori ed espulse dalla commozione a termine del mondo.
Maio e Jabarona, sepolte di sabbia e rifiuti, rinchiudono tre milioni di spettri. Il 70 per cento sono bambini. Qui nessuno invecchia. L’odore di fogna e di marcio stordisce. Per quaranta chilometri si affonda fra tende di stracci e ripari di fango e cartoni. Manca tutto. Uno stuolo di ragazzini vende acqua marrone, pompata da bidoni in bilico sul dorso degli asini. Basta una febbre a fare strage. Solo i medici volontari di Emergency, nel nuovo centro cardiochirurgico di Gino Strada, si ostinano a ricordare che ogni vita ha il medesimo valore. Di notte, l’alcol riduce i disperati in assassini.

Lo stesso Omar al-Bashir era salito al potere con un colpo di stato militare nel 1989. Fu un intervento, quello, volto a sventare la possibilità di un accordo tra il potere ed il Movimento di liberazione del Popolo Sudanese di John Garang. Quel compromesso avrebbe consentito l’applicazione del diritto secolare anziché della Sharia nel Sud cristiano ed animista.
Da allora Bashir, oggi 75enne, non ha più lasciato il potere, spingendo il paese verso l’estremismo jihadista ed ospitando Osama Bin Laden negli anni novanta.

Inserito dagli Stati Uniti nella famosa lista degli “Stati Canaglia”, accusato di produrre armi chimiche, condannato dal tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità, Bashir ha sempre usato il Sudan come ostaggio.

Le proteste di strada degli ultimi giorni hanno cambiato il corso della Storia. Se superficialmente o profondamente saranno i prossimi giorni a stabilirlo.
Ma il precario equilibrio di un paese in perenne guerra civile sembra non prevedere uno scenario di transizione pacifica.

Diego Audero

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