sabato, 31 Ottobre, 2020

Dopo il Psi un altro Psi?

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Non ho mai creduto, a seguito della svolta europea e italiana del 1989, e ancora di più dopo l’esplosione di Tangentopoli e l’approvazione della nuova legge elettorale prevalentemente maggioritaria, che al vecchio Psi dovesse far seguito un altro Psi. Il 1989 segnava la fine della contrapposizione ideologica tra socialismo democratico e comunismo, anche se i post comunisti italiani intendevano in un sol colpo andare oltre il comunismo e oltre il socialismo democratico. Tangentopoli, che dell’89 é figlio (come per altro Berlusconi é figlio di Di Pietro) e la legge maggioritaria che portava il nome dell’attuale capo dello Stato hanno provocato l’eliminazione di tutti i partiti della cosiddetta prima repubblica creando un nuovo sistema politico.

Da allora i socialisti, gli unici senza eredi più o meno diretti nei nuovi partiti (per identità avrebbero dovuto far parte del Pds, partito del socialismo europeo, ma per reazione alla grande ingiustizia subita la maggior parte di loro optò per Forza Italia) sono stati alla ricerca di un impossibile rilancio salvandosi solo grazie ad alleanze e a liste tutt’altro che identitarie: quella di Dini, di Segni, l’Ulivo, la Casa delle libertà. E ogni volta che hanno presentato un simbolo socialista (nel 1994 alle politiche il Ps di Del Turco, alle europee del 1999 lo Sdi di Boselli, alle politiche del 2001 il Nuovo Psi di De Michelis, che poi la presentò anche alle europee del 2004, nel 2008 il Ps della Costituente) hanno conseguito risultati quasi sempre deludenti.

Personalmente ho sempre pensato che quei tentativi fossero generosi, ma velleitari. Enrico Boselli aveva intrapreso una strada giusta, quella della costruzione di un’intesa coi radicali presentando la lista della Rosa nel pugno alle elezioni del 2006, che avrebbe poi dovuto trasformarsi in partito. Ma Boselli, forse anche con qualche ragione, volle sciogliere il gruppo parlamentare coi radicali (che erano contrari allo scioglimento) e passare alla costruzione di un nuovo partito identitario, con Angius ed altri, che non avevano aderito al Pd, perché questo partito si teneva fuori dal socialismo europeo. La mia opinione era invece favorevole alla costruzione di un nuovo soggetto liberalsocialista, la stessa Rosa nel pugno, alla quale avrebbero dovuto aderire anche il Nuovo Psi e gli ex Diesse. Il voto del 2008 ha spazzato via ogni velleità squisitamente identitaria.

Oggi ci troviamo ancora alle prese col dilemma che Roberto Villetti volle efficacemente definire come quello “tra identità e alleanza riformista”. Non basta cambiare il simbolo (anch’io ho votato a favore del ritorno al garofano al quale ho dedicato anche un inno) per aprire uno spazio politico e conquistare consensi. Il sistema é rimasto quello di prima. Senza una sua evoluzione in senso identitario non può nascere una forza che fa dell’identità socialista il suo mastice. E non basta, come fa più d’uno, il richiamo ai programmi e alle proposte di legge, alle posizioni su questo e quell’altro problema italiano. Siamo reduci da una tre giorni programmatica che ha sortito cinquanta proposte attorno vari argomenti sul tappeto e questo ha fatto seguito a due conferenze programmatiche nei due anni precedenti. Invito tutti a leggere l’Avanti e a ritagliarsi le prese di posizione e le idee che sono state maturate in questi anni, anche profondamente innovative, spregiudicate, libere.

Oggi non possiamo fare da soli. Il solipsismo organico porta al più grande, al definitivo tracollo. Occorre guardarci intorno a stabilire contatti per quella che Roberto definiva “alleanza riformista”, un polo, un movimento, un soggetto che nulla tolga all’autonomia organizzativa dei socialisti. Ma che dia loro la possibilità di vivere e di svilupparsi. Renzi ha recentemente formato un suo partito, Calenda lo ha ufficialmente annunciato. Verifichiamo in quale forma sarà possibile mettersi in relazione con loro, che sarà inevitabile trovino qualche punto di convergenza reciproco se non vogliono coprire lo stesso spazio politico mettendosi l’un l’altro i bastoni tra le ruote. E’ ben strano questo atteggiamento che noi stessi mostriamo di quando in quando. Forse perché pensiamo ancora che le tradizioni portino voti e autorevolezza, ma una certa sufficienza rispetto a questi nuovi tentativi la trovo caratterizzata da punte di arroganza inaccettabili. Così come rattrista quel solito e stantio ritornello del “non sono socialisti”, che peraltro qualcuno di noi ha riservato anche al Pd, e forse a Leu e che, come inevitabile conseguenza, porta al malinconico riscontro della nostra disperata ma appagante solitudine. Occorre costruire da subito una prospettiva per la nostra comunità da trasferire in periferia. Non basta innalzare a mo’ di tabernacolo un antico e glorioso fiore per generare un giardino fiorito.
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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

2 commenti

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    Luca Pellegri on

    Caro Direttore, come sempre la realtà è dura ed addirittura spietata. Condivido volentieri il tuo “fondo” sui social, perchè la realtà è lì, di fronte a noi e certamente non possiamo fare i mangiatori di Loto

  2. Avatar
    Paolo Bolognesi on

    Io non so se le cinquanta proposte, sui vari argomenti, uscite dalla tre giorni programmatica, siano rimaste sul generico o se siano invece entrate nel merito, prospettando risposte concrete, almeno sulle tematiche più pressanti e spinose, perché credo essere questo secondo passaggio ciò che oggi in particolare serve, da poter poi “trasferire in periferia”, dove c’è chi può farsene portavoce anche nel quotidiano.

    Sono perfettamente consapevole della difficoltà che si incontrano, in un partito, nel mettere insieme proposte che trovino al suo interno una condivisione unanime o quasi, ma chi fa politica in periferia, e si trova a discuterne al bar o in altri luoghi d’incontro, ossia negli usuali contatti giornalieri, deve poter avere qualche proposta precisa da “spendere” riguardo agli argomenti attualmente più “caldi” e più avvertiti nel sentire comune.

    In buona sostanza, a me sembra che in periferia si debba essere in grado di dire come la vede il proprio partito sul come dar ad esempio soluzione alla “questione Ilva”, o riguardo al reddito di cittadinanza, o alla Flat Tax o ai “Porti chiusi”, e cosa farebbe in alternativa, e in concreto, se non fosse d’accordo con tali “impostazioni” (diversamente ci si iscrive di fatto alla schiera di chi si “barcamena”, o dei “protestatari” di cui sono già piene le piazze).

    L’avere idee precise sul come affrontare i problemi oggi più sentiti, che possono contarsi sulle dita di una mano, o al massimo di entrambe, serve anche per ricreare una “identità” – dopo la fine dei partiti identitari – fase che dovrebbe precedere quella delle alleanze, sicuramente importante ma se si invertono le due fasi, anteponendo la seconda alla prima, a me pare che si debba rinunciare in qualche modo, e già in partenza, alla propria identità.

    Paolo B. 21.11.2019

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