giovedì, 23 Maggio, 2019

Dove va la musica fra tradizione e “nuove frontiere” tecnologiche

0

Qual è, oggi, lo “stato dell’arte”, nell’ universo della musica, in Italia e negli USA? Quali tendenze musicali emergono al di qua e al di là dell’ Oceano, in due Paesi da sempre legati da stretti vincoli geopolitici, economico-sociali, culturali?
Parliamone con un diretto protagonista di questo campo, l’italiano Massimo Litterio Maggiore. Romano, 29 anni, laureato in Ingegneria gestionale a Tor Vergata, in possesso anche d’ un diploma di ingegnere del suono rilasciato da una struttura privata, Maggiore dal 2016 vive negli USA: dove sta facendo importanti esperienze nel mondo della musica. Le domande che gli facciamo permettono di capire meglio le profonde differenze esistenti non solo tra due modi diversi di fare musica, ma anche tra due diversi modelli di società.

Com’è iniziato questo percorso musicale fra Italia e Stati Uniti?
Inizialmente, mentre stavo conseguendo la laurea, suonavo a Roma e dintorni con la band fondata con mio fratello. Ho preferito poi seguire molto la mia passione per la musica, prendendo prima un diploma professionale come ingegnere del suono (figura professionale che si occupa di tutti gli aspetti della registrazione della musica – missaggio, masterizzazione, ecc…- e di gestione dello studio) , e poi, trasferendomi a Los Angeles, con un visto da studente presso il “Musicians Institute”. Qui ho conseguito, nel 2018, un’Associate Degree (Laurea breve, 2 anni) in Guitar Performance con enfasi in Independent Artist-. Ora sto lavorando come ingegnere del suono in due Studi di registrazione di Los Angeles (“Kingsize Soundlab” e “64Sound”). Questo lavoro, anche se ha molteplici aspetti tecnici, soprattutto in America è visto come una vera e propria arte: non a caso ci sono “Grammy”(gli Oscar della musica) anche per miglior ingegnere del suono o miglior missaggio dell’anno.

In questi studi di registrazione, con quali musicisti hai collaborato sinora?
Ho avuto la possibilita’ di collaborare con artisti internazionali come John Mayall, Walter Trout, Royal Blood, Sigur Ros, Kurt Vile e altri.

E da chitarrista, cosa fai?
Suono con due band emergenti (Kendall Rucks & The Zodiac Mafia, che fanno piu’ NeoSoul/Blues, e Vicious Rooster, Rock con influenze Country) a Los Angeles e dintorni. Attualmente sono nell’ “iter” per prendere un “Artist Visa”, che mi permetterebbe di lavorare nell’industria americana della musica per altri 3 anni

Avete già inciso qualche album?
Con Kendall Rucks & the Zodiac Mafia stiamo registrando il nuovo album. Con un produttore importante come Robert Cutarella, che ha lavorato con artisti e band come Frank Sinatra, Michael Jackson, Whitney Houston, Elton John, Air Supply, Culture Club, Human League, ABC, e tanti altri. Ad aprile, poi, inizieremo un tour su tutta la West Coast..Mentre con Vicious Roosters abbiamo già un album disponibile su Spotify e tutti i players online; ora stiamo lavorando a nuove canzoni, e torneremo a suonare live da marzo.

Quali sono le differenze principali nel fare musica, fra Italia e USA?
Negli USA, la differenza che avverti subito, con l’ Italia ma anche con altri Paesi europei, sono anzitutto (così come, del resto, per tanti altri aspetti della società americana) le dimensioni gigantesche del mercato. E poi, il diverso atteggiamento della società verso il musicista: la cui attività è considerata non solo un’espressione artistica, ma una vera e propria professione (e, quindi, anche un mezzo di business).

Questo può dirsi non solo per la musica, ma (come del resto accade già in altri Paesi europei dove noti subito la differenza con l’ Italia, come Germania e Francia) per l’arte in genere?
Certamente: anche se negli USA, gli aiuti di Stato ed enti locali alla musica sono ridotti al minimo. Così come per l’arte, però ( non a caso quasi tutti i musei americani sono privati, o al massimo espressione di Fondazioni: un presidente che cercò fortemente d’incentivare questa politica museale fu Nixon, N.d.R.), ci sono spesso consistenti aiuti di filantropi, di benefattori privati che scelgono d’ investire nella musica (favoriti, è chiaro, anche da consistenti detrazioni fiscali, assai piu’ alte che in Europa, per chi vuole finanziare la cultura in genere).

Quali altri aspetti contraddistinguono, negli USA, il lavoro da ingegnere del suono e da musicista?
Tipica è la necessità di adattarsi, entrando negli studi di registrazione, ai lavori piu’ umili, e soprattutto gratuiti: tipico frutto, anche questo, della cultura anglosassone, che tende a premiare la meritocrazia dimostrata partendo “dalla gavetta” ( non a caso, negli States, diversi laureati, quando temporaneamente non c’è lavoro, si adattano anche, di buon grado, a fare, ad esempio, i conduttori di tram. N.d.R.). Mi riferisco, però, solo al lavoro di ingegnere del suono, non alla vita da musicista. Per chiarezza, io coltivo la passione in entrambi i campi e cerco di portare avanti entrambe le carriere.

Quali sono le tue esperienze come ingegnere del suono?
Come ingegnere del suono, ho lavorato gratis come runner per 6 mesi (periodo nel quale son stato anche formato alle mansioni tecniche e logistiche dello studio), mentre finivo il college: ma ora sono pagato e vengo chiamato per sessioni appunto da ingegnere del suono o assistente ingegnere per le sessioni piu’ grandi, riuscendo ad autosostenermi negli USA e ad avere crediti in album distribuiti sul mercato americano ed internazionale. Penso che pochi possano vantare, dopo solo 6 mesi di lavoro (a seguito di 2 anni di college) nell’industria musicale, cio’ che sto facendo.

Oggi, in un’epoca che comunque non è più quella dei grandi raduni libertari degli anni ’70- ’80 (da Woodstock ’69 al “Live Aid”, per raccogliere fondi contro l’ AIDS, di Londra e Philadelpia del 1985), quali tendenze musicali dominano la scena americana?
Il mercato USA oggi è dominato dall’ hip pop: e nel tutto rispetto del genere, sono appassionato – e quindi mi occupo – di musica organica eseguita dal vivo con strumenti musicali, dal blues al rock al pop, sino alla soul music. Anche l’hip pop fa largo uso di musica elettronica. Negli States, comunque, c’e’ sempre una forte domanda di musica dal vivo, in quanto e’ radicato nella cultura locale, l’ andare a sentire musica come programma d’ una serata fuori. E c’ è sempre stata una grande varietà di culture musicali, anche localmente (a Los Angeles, ad esempio, prevalgono musica funk, pop e neosoul con influssi jazz; mentre a Nashville, per storica tradizione, il country).

Quali nomi vanno per la maggiore, oggi negli USA?
Teniamo presente anzitutto che il mercato americano e’ talmente vasto che vi sono classifiche in ogni genere musicale: permettendo, così, il sostentamento alla vita del progetto artistico in ogni campo. Se pero’ devo nominare qualcuno di emergente nei generi a me familiari, citerei anzitutto i Greta Van Fleet, gruppo formato da giovani di 21- 22 anni (che sta facendo tutto esaurito in giro per gli USA, ed ora in tour anche in Europa). Poi, i Larkin Poe, un duo di sorelle di Nashville che domina al momento la scena blues, partendo da Nashville e raggiungendo la notorietà’ nazionale. Infine, gli Snarky Puppy, che invece fanno un fusion Jazz di notorieta’ mondiale.

E uno sguardo all’Italia, invece?
Alcuni dei nomi che ho citato sono apprezzati anche in Italia. In generale, comunque, la passione per la musica negli USA e’ molto piu’ forte e diffusa di quella che ho conosciuto a Roma. Inoltre, le classifiche musicali in Europa e negli USA sono totalmente diverse: e per una persona che vuole entrare in questo mondo e’ giusto conoscere le tendenze di entrambi. Negli ultimi tempi, però, anche in Italia sta tornando un’ attenzione dei giovani per la musica di buon livello ( anche per effetto di trasmissioni come “X factor”, che pure è un programma d’ intrattenimento, non propriamente musicale).

Infine, secondo te come potrebbero aiutarsi reciprocamente la musica italiana e quella USA?
In Italia, nella musica emergente c’è, in complesso, un livello più alto di quella americana: ma come dicevamo prima, da noi il più delle volte mancano le risorse economiche necessarie a una band per crescere. Cosa che, invece, se correttamente pianificata, il mercato americano ti offre più facilmente . Poi, dal modello americano, appunto, si può sicuramente imparare qualcosa, professionalità’ anzitutto. Sicuramente, in Italia è giusto denunciare i tagli ai finanziamenti pubblici alla musica: ma (sempre per quelle esperienze che ho avuto, o che mi son state raccontate) bisogna anche dire che c’è poca voglia di fare, e mancanza di interesse e passione per quello che si fa. Questa è la prima cosa che dovremmo imparare tutti, sino agli utenti: cioè supportare con impegno e sudore la musica, rispettandola come arte da valorizzare, e non come semplice genere di consumo o fonte di guadagno. In Italia domina troppo la pseudocultura dell’ “usa e getta” (quella stessa pseudocultura “dello scarto” più volte denunciata, negli ultimi anni, da Papa Francesco I, N.d.R.). Per invertire queste tendenze negative, è indispensabile, da noi, una diversa attenzione per la musica da parte di Stato ed enti locali.

Fabrizio Federici

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply