lunedì, 26 Ottobre, 2020

E-commerce, la propaganda del capitalismo tecnologico

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“Uno schiavo che non ha coscienza di essere schiavo e che non fa nulla per liberarsi, è veramente uno schiavo. Ma uno schiavo che ha coscienza di essere schiavo e che lotta per liberarsi già non è più schiavo, ma uomo libero.”
VLADIMIR LENIN

Sempre più spesso i canali di pubblica utilità propinano messaggi pubblicitari che inneggiano alle multinazionali dell’e-commerce.

In questa odierna propaganda del capitalismo tecnologico uomini e donne, padri e madri di famiglia, inoccupati ed esodati hanno trovato lavoro e dignità grazie alla bontà della multinazionale Amazon e Co.

Questa pubblicità è, però, fumo negli occhi.

Solamente la parola vergogna può descrivere tanta falsità.

Grazie ad Amazon, Zalando, Alibaba e tutte le altre compagnie del e-economia, stiamo impoverendo il  tessuto socio economico del nostro paese. Sotto la foga dell’acquisto via internet stiamo impoverendo le nostre famiglie, oscurando le luci delle nostre città, soffocando speranze di emancipazione economica.

 

Queste realtà multinazionali pagano una tassazione ridicola, di molto inferiore  a quella “reale”, pagato a caro prezzo da PMI, liberi professionisti e famiglie.

Google, Amazon, Microsoft, Facebook, Alibaba, Apple  registrano a livello globale fatturati con picchi del 300% ed incassi pari a 850 miliardi di euro.

Nel 2018 le imposte versate  al nostro fisco dalle costole italiane di  Amazon, Google, Twitter, Airbnb e Tripadvisor,  sono pari 14 milioni e 300mila euro.

Google Italy Srl  ha versato 4,719 milioni, nel 2017 5,641 a fronte di utili per 15 milioni.

Amazon Italia logistic srl ha versato  3 milioni di tasse, e 4,177 nel 2018 a fronte di guadagni per 11,8 milioni. Tripadvisor Italy Srl 22.535 euro nel 2018, meno di quanto paga un libero professionista italiano di medio livello.

Pari a zero  sono i contributi versati da Twitter nel 2018, che già nel 2017 aveva pagato solamente 1.337 euro.

Secondo uno studio condotto da Mediobanca il fatturato medio realizzato in Italia dalle Big Web Society  corrisponde a 2,4 miliardi di euro, ma il contributo per le casse dello Stato è  pari al 2,7% dei ricavi (percentuale  in calo rispetto al 2017).

 

Sempre Mediobanca ha rilevato che l’aliquota media effettiva italiana, nel 2018, è stata pari al 14,1%, negli USA è del 21%, in Cina del 25%.

In Italia i giganti del web tendono a spostare i ricavi delle controllate italiane in paesi con aliquote fiscali più contenute, il cosiddetto cash pooling.

Molte le ragioni  a vantaggio delle Web Society, da ultimo la mancanza di una tassa specifica sui fatturati.

La web tax, già introdotta con la Legge di Bilancio 2019, non ha mai visto l’emanazione dei decreti attuativi, necessari per l’entrata in vigore.

La stessa,  nuovamente introdotta nella Legge di Bilancio 2020 con una risibile aliquota del 3%,  si intende abrogata nel caso in cui subentrino accordi internazionali per disciplinare le imposizioni fiscali in capo ai colossi di internet. Una presa in giro nei confronti di chi, onestamente, lavora e paga le tasse.

I mostri del web come Amazon, nonostante le accuse colpiscano  la politica, si difendono sostenendo di pagare quanto dovuto; a detta loro, infatti, bisogna considerare che i profitti sono spesi per gli investimenti nel nostro Paese, pari a  1.000 posti di lavoro…

La libertà, oggi, è l’oppio dei popoli,  quotidianamente istillata sotto le false insegne del self made man, della flessibilità, delle liberalizzazioni e del lavoro precario.

Non molte le scelte per i giovani. O si abdica al lavoro preferendo l’assistenzialistico reddito di cittadinanza, o si vive nel precariato diventando automa di una catena di controllati.

Noi riformisti lottiamo contro i mulini a vento, ma c’è chi si chiede se non valga la pena staccare la spina alla repubblica delle banane.

Intanto, mentre il dibattito politico prosegue, le società dell’e-comerce si approfittano dell’ingenuità dei consumatori, i quali non afferrano le dirette ricadute che il loro comportamento individuale ha sulla nostra economia e sulle loro comunità. 

Gli acquisti del cittadino consumatore tolgono ai  giovani, ai  commercianti ed alle nostre famiglie la possibilità di emanciparsi. Basta  lavoro dignitoso, basta un futuro attraverso il commercio, basta con l’ essere economicamente indipendenti.
La responsabilità di questo sfacelo socio economico è sicuramente imputabile allo scarso livello dei rappresentanti politici che, anche complice una legge elettorale senza preferenze, sono proni alle scelte delle lobby finanziarie. Non è un caso se nemmeno l’Europa ha avanzato risoluzioni serie contro  queste società di capitali, oggi capaci di acquistare Stati interi in cash.
Responsibilità, inoltre, è imputabile agli Usa, che da decenni favorisce il capitalismo finanziario stelle e strisce come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali.
Veri colpevoli, però, siamo noi, il popolo, accecati dalla convinzione della libertà senza confini e classi. Popolo che, atomizzato nell’egoismo individuale, gioca ad una corsa fratricida verso la vetta, sia economica che sociale.

 

Antonio Catania Musmeci

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