mercoledì, 30 Settembre, 2020

È il lavoro il filo con cui ricostruire una trama sociale

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Si sono appena conclusi i lavori degli Stati Generali convocati dal Governo Conte. Tanti sono stati i temi affrontati: economia, lavoro, Mezzogiorno su tutti. Come hanno giustamente evidenziato in molti, tra i quali il Presidente Mattarella, è tuttavia ora di passare dalle promesse e dalle narrazioni alla concretezza. Molti sono i dossier ancora inevasi, primo tra tutti il tema del lavoro, pietra miliare del nostro assetto costituzionale.

Nel nostro Paese quasi quattro milioni sono precari, sottopagati, molti dei quali lavoratori in nero. Hanno una età media tra i 25 e 30 anni e un’istruzione medio-alta. Sono rider, operatori di call center, autisti. Oggi producono il 4,5 per cento del Pil ma ottengono paghe bassissime a beneficio dei loro datori di lavoro. Hanno studiato e frequentato master per avere un lavoro che li avrebbe resi liberi, migliorato la propria condizione di vita invece sono alle prese con povertà e sfruttamento.

Secondo una ricerca dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche in merito ai lavoratori che rientrano nella categoria della “Gig Economy”, il 42 per cento di essi non dispone di alcun contratto di lavoro mentre il 19 per cento lavora con un contratto di collaborazione.

Negli anni Novanta la politica si pose come obiettivo di medio-lungo termine quello di rendere più flessibile ed inclusivo il “mercato del lavoro”. Una flessibilità che avrebbe dovuto apportare soluzioni ottimali e occupazione esponenziale. Ben presto però la flessibilità si è trasformata in precarietà, lasciando una parte della forza lavoro ai margini, priva di tutele previdenziali e impossibilitata a progettare un futuro.

Furono infatti previste una miriade di casistiche contrattuali che non hanno favorito la flessibilità in entrata annunciata, bensì, nella maggior parte dei casi, hanno rafforzato la posizione dei datori di lavoro.

Oggi il mondo del lavoro vive un periodo di profonde trasformazioni. La flessibilità continua ad essere ancora sinonimo di povertà e arretratezza sociale. Ad un mercato del lavoro ancora troppo deregolamentato si è sommato l’avvento della “gig economy” che ha innescato dei cambiamenti radicali (in negativo) nel sistema lavoro. Lavori che producono ricchezza attraverso l’ausilio di piattaforme digitali, regolate da algoritmi complessi, costruiti su misura per ottimizzare i risultati dell’azienda di riferimento.

Infatti quella parte del mondo del lavoro che utilizza app e piattaforme digitali, basa le sue fortune su un sistema sostanzialmente discriminatorio: l’algoritmo smista turni e consegne, somministrando lavoro ad un esercito di giovani a colpi di cottimo, rating e ranking, scaricando di fatto rischio e responsabilità di impresa su di essi, erodendone salute, tempi di vita, salario e diritti.

Se sei veloce, non commetti errori, allora sei un lavoratore perfetto; l’algoritmo ti concederà i turni di lavoro negli orari dove si potrà guadagnare di più, non appena però subisci un infortunio, un’aggressione durante una consegna o se ti capita di ammalarti, l’algoritmo ti retrocede in orari di lavoro meno remunerativi (una sorta di blacklist). Dietro la retorica della flessibilità, dell’autoimprenditoria, della volontà individuale di creare profitto si annida dunque il ricatto sociale.

Il D.L. 101/2019 ha cercato di delineare la cornice normativa per i suddetti lavoratori, inserendo livelli minimi di tutela specificamente destinati agli occupati con rapporti di lavoro non subordinato, che attraverso piattaforme anche digitali sono impiegati nelle attività di consegna di beni per conto altrui. Per piattaforme digitali devono intendersi i programmi e le procedure informatiche che, indipendentemente dal luogo di stabilimento, organizzano le attività di consegna di beni, fissandone il prezzo e determinando le modalità di esecuzione della prestazione. Ma tutto questo non basta. Come spesso accade nel nostro Paese la giurisprudenza diventa più risolutiva della politica.

A tal proposito la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza 1663/2020 ha confermato la sentenza della Corte d’Appello di Torino che si era espressa a favore dei 5 rider ex-Foodora.

In particolare, la pronuncia della Corte di Cassazione non si è limitata a confermare la decisione della Corte d’Appello di Torino, ma ha precisato che nel caso in questione (che evidentemente non riguarda solo la figura del rider), i lavoratori, oltre ad aver diritto ai medesimi trattamenti retributivi dei lavoratori subordinati (retribuzione minima prevista dai Ccnl di settore, ferie, permessi, tredicesima e quattordicesima mensilità se prevista, TFR ecc.), hanno diritto alla stessa tutela dei lavoratori dipendenti in caso di licenziamento ingiustificato. A essi, anche se non dipendenti vanno riconosciute alcune condizioni del lavoro subordinato. La Corte di cassazione, con la sentenza 1663/2020, conferma la decisione presa dalla Corte d’appello di Torino un anno fa nel contenzioso che ha visto opposti alcuni rider e la società Foodora.

È il momento di riscrivere le regole del lavoro, di un nuovo Statuto che riveda la disciplina del mercato dei “lavori”. Il lavoratore è prima di tutto una persona e controllare la sua attività lavorativa da remoto, attraverso l’ausilio di mezzi tecnologici, si pone in contrasto con le garanzie costituzionali quali la dignità, la libertà personale, la segretezza delle comunicazioni e della corrispondenza. La rivoluzione digitale che stiamo attraversando impone un adeguamento delle leggi al nuovo contesto.

Lo Statuto dei lavoratori non prevede la possibilità che degli algoritmi controllino le persone, le quali, fa sempre bene ricordarlo, spesso non rivestono neanche la qualifica di lavoratori subordinati. Il controllo al tempo della gig economy, inoltre, pone una serie di nuove criticità in tema di diritti dell’individuo. Riportare il lavoro al centro del dibattito e dell’azione di Governo risponde ad una esigenza di futuro. È il lavoro il filo con cui ricostruire una trama sociale, che dopo la pandemia rischia di lacerarsi di più.

Luigi Iorio

(Huffingtonpost.it)

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