lunedì, 1 Giugno, 2020

E se fossimo noi, il virus?

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Oggi, per impellenti necessità lavorative, in Città ci sono proprio dovuto andare.
Vedendo in giro il deserto, in particolare le pochissime automobili in circolazione, con la memoria sono ritornato ai primi anni Settanta ( credo fosse il 1973) quando, a causa della crisi con i paesi dell’Opec, produttori di petrolio, la domenica si era obbligati a stare tutti a piedi. Persino i mezzi pubblici dovevano stare fermi nelle stazioni. Il ricordo è ancora particolarmente vivo, visto che, una di quelle domeniche, per andare a trovare una fidanzatina che abitava a Rovato me la feci tutta a piedi da Ospitaletto. E ritorno. Dodici kilometri. Vedevo gruppi di persone di ogni età che giocavano a pallone in mezzo a strade che negli altri giorni erano intasate dal traffico. Ma quel tratto di strada, che percorrevo quotidianamente in corriera, perché a Rovato ci facevo il liceo, quel giorno fatto a piedi mi sembrò più bello, e la fatica quasi gradita (non fumavo ancora quaranta sigarette al giorno); lo assaporai centimetro dopo centimetro. C’era come un profumo di vita nell’aria e l’allegria rassicurante delle persone quando non sono individui isolati, ma compagnia assortita. Un divertimento collettivo, magari un po’ forzato, contrassegnava quei momenti che all’epoca apparivano disperati: stare vicini per scacciare la paura di, a breve, rimanerci per sempre senza benzina, senza petrolio. Si stava tutti insieme, allora, come cuccioli acciambellati l’uno intorno all’altro dentro alla cesta. Attaccati alle tette avizzite di una cagna annoiata, esausta e comprensiva

Oggi l’emergenza è un’altra. Che non ti appieda, ma può ucciderti. In cui è necessario stare lontani gli uni dagli altri, l’aria può costituire un pericolo e i contatti con altre persone spaventate, quei contatti di calore che da sempre rassicurano, bisogna assolutamente evitarli. C’è in giro un virus che può essere letale, che può mettere in crisi un sistema, chè è ormai diventato pandemia. Aumentano i contagi. Mancano i posti nei reparti di terapia intensiva. Cominciano ad ammalarsi gli operatori della sanità. Guai seri. E’ tempo di nascondersi e scappare. Ogni giorno, nei bollettini, sono molti di più i nuovi contagiati. Ogni giorno ci sono più i morti che guariti.

E allora, mentre tornavo da Brescia in corriera in compagnia di soltanto tre o quattro extracomunitari, tutti ben distanziati fra di noi, che dalle loro facce serie rivelavano come, probabilmente, stessero pensando a come fare a mettere insieme il pranzo con la cena, riflettevo sul disperato tentativo in atto di trovare al più presto un vaccino contro il Corona virus e cercavo quindi di “definirlo”e di “rappresentarmelo”, questo maledetto organismo, subdolo e letale, che gli organismi più grandi di lui milioni di volte è in grado di frantumarli e comprometterli in pochi giorni.
Guardando dal finestrino una realtà incredibile e irriconoscibile – e sorprendentemente comica in un caso: in via dei Mille c’erano due addetti ai parcometri che controllavano i tagliandi sulle quattro o cinque auto parcheggiate – mi sono immaginato un punto di vista diverso da quello dell’Uomo, di noi uomini terrorizzati dalla possibilità del contagio. Del resto sono un tizio che scrive storie: anche se milito in un partito, non sono un politico che decida dei destini delle persone. E anche se non del tutto ignorante, non sono uno scienziato la cui opinione possa essere tenuta in conto. Un tizio qualsiasi, appunto. Come la maggior parte. Un tizio che però scrive storie e immagina scenari. Tutto soggettivo. Niente di scientifico. Evocazioni. Parole. Sensazioni e sentimenti magari anche scarsamente razionali. Emozioni ingiustificabili. Bagatelle, insomma.
E mi è venuta in mente una storia che vi regalo per farvi compagnia in questi giorni in cui siamo costretti a stare chiusi in casa il più possibile a causa di un’emergenza che sembra non debba finire mai.

La storia racconta di un Adamo che si è appropriato del frutto della conoscenza, ma non rubandolo dall’albero dell’Eden, giacchè non esiste nè uno né l’altro, bensì inciampandovi sulla Terra che, prima, ha calpestato per secoli ogni giorno. E’ con quella mela in tasca che decide di ribellarsi a quell’equilibrio di migliaia di anni fin lì mantenuto, e che, da quel momento, sembra essere diventato una zavorra insostenibile. E pensa di poter fare da solo, a modo proprio. Si illude, povero, di poter cambiare a proprio piacimento ritmi e armonie naturali, perché è in grado di formulare una risposta a tutto. Per prima cosa provvede a liberarsi da quel peso costituito da amore e rispetto per l’altro da sé, per il “intorno a sé”, sia esso Natura o Uomo. E’ un Adamo che dopo qualche migliaio di anni di quasi perfetta sintonia con la grande madre Terra, basata su un’ubbidienza che non sa ancora quanto fosse utile, vuole finalmente agire in proprio, perché ha fame e sete di tutto; può quindi persino tradirla e violentarla a piacimento per soddisfare bisogni che crescono ogni giorno, mano a mano che vengono soddisfatti quelli del giorno prima .

Lo chiamerà “progresso”, questo meccanismo prima sconosciuto, che è fatto di rapina incondizionata di qualsiasi bene, di appropriazione dell’Aria, dell’Acqua, del Tempo, del Cielo. La Grande Madre Terra non è un dio cattivo che ti punisce sbattendoti in un inferno infinito e lontano. La Grande Madre Terra è piena di risorse, ha molte tette da cui succhiare, e lascia fare pazientemente. Lascia fare. E osserva, mentre li subisce, i movimenti di Adamo. Lascia fare per quattrocento anni. La osserva, la “crescita”, la subisce sembra con una noncuranza nobile. Ogni tanto invia un segnale ad Adamo, chè non si può andare avanti così all’infinito. Ma Adamo prosegue imperterrito, e le sue costruzioni sono sempre più alte, le sue imprese sempre più immaginifiche. La Luna, vuole prendersi. E Marte. E se servono i boschi dell’Amazzonia, li cava su. Se serve sporcare l’aria per produrre merci, mandarle e andarsene in giro, la sporca. Fanculo all’Amazzonia e all’aria. Fanculo all’umanità e all’Umanità. Fanculo alla siccità da una parte se serve per poter irrigare giardini da questa parte. Fanculo a continenti spogliati di ogni risorsa. A gente depauperata e scacciata e poi respinta. Fanculo e avanti così, chè stiamo quasi tutti bene, anzi meglio, e fanculo a quelli che non ce la fanno. Possiamo addirittura comunicare col Mondo dal nostro divano, basta accettare di vivere immersi in lager elettromagnetici: è che, in cambio, non siamo più in grado di sentire la Terra. Del resto possiamo bere quel cazzo che vogliamo, e possiamo girare su auto potenti. E magari inventare sistemi alternativi alla benza per poter fare meglio ciò che vogliamo, con minori sensi di colpa.

Solo che la cagna nella cesta si accorge che non potrà reggere ancora a lungo. E esausta. Le è necessario un freno. E’ indispensabile fermare una corsa iniziata con il primo telaio tessile del 1780, in Inghilterra e che si è rivelata sempre più folle, sconclusionata e distruttiva.
Adamo è compulsivo e non riconosce limiti.
E’ così, mentre ormai la sera è calata e il buio affligge lo spirito aumentando scoramento e paura, che mi trovo a pensare che se dal punto di vista umano , il virus è il Corona, dal punto di vista della Grande Madre Terra , con le sue povere tette straziate , il virus è quell’Adamo che ha perso la strada e contro il quale dovrà trovare al più presto un antidoto. Perché dovrà essere fermato prima che sia troppo tardi. La Grande Madre Terra lo trova il proprio antidoto. Adamo lo chiamerà il Corona virus.
La Grande Madre Terra, fosse anche solo per esperienza ed età è più intelligente di Adamo, e sa come attrezzarsi. Ha “accumulato” intelligenza quando si è dovuta sbarazzare di dinosauri e di intere civiltà. Quando ha modificato continenti e climi. Figurati che gliene frega di un Adamo qualsiasi dalle scarpe lucide e coi buchi nelle suole e il sapere sgualcito.

Ed allora ecco che guardando dal vetro sporco dell’autobus le strade deserte capisco cos’è il Corona virus e riesco così a “rappresentarmelo” e “definirlo”. Mentre noi cerchiamo disperatamente di combatterlo, non ci rendiamo conto che la sua natura è quella di essere proprio lui un antidoto, la difesa estrema che la Grande Madre Terra ha messo in circolo contro di noi, che siamo Adamo, che siamo il virus, che siamo pandemia da secoli. Che pensavamo di essere prometeici e siamo solo stupidi. Stiamo pagando per i nostri crimini, con interessi molto elevati. E per il saldo finale, come fa Shylock nel “Mercante”, è una libbra di carne – che solo ora sappiamo quale : il nostro cuore – cioè la nostra vita ad essere richiesta. Persino una ragazzina disfunzionale ce l’ha ricordato qualche tempo fa. Ne è stata fatta merce per i magazine. Qualche matto ha parlato, inascoltato (ma col fragore della musica intorno, e dei motori, e del chiacchiericcio continuo e insulso in sottofondo, come lo si poteva sentire?) di decrescita felice. Fa niente: la decrescita traumatica lo spiegherà in maniera più convicente e rapida ciò che non si è voluto ascoltare con le buone, quando ancora si poteva farlo con calma. Ci sono scoiattoli e popoli che rivendicano vita contro un capitalismo sfrontato e feroce. Dovevamo capirlo. Dovremo capirlo.

Volens aut nolens, dicevano vecchi saggi in tunica e coturni. Inascoltati.
Le aziende e gli uffici funzionano abbastanza regolarmente, eppure, il traffico si è annullato e allora viene da chiedersi a cosa erano dovute le code infinite in punti nevralgici della citta, alle 19, alle 20…. Le notti illuminate artificialmente per permettere divertimenti sotto il profilo dell’equilibrio del tutto illegittimi.
La città viva, le movide, le cose assolutamente inutili che sembravano essere imprescindibili: “in strada fino alle due di notte, chè dopo aprono i locali”, “balla,su, ma cosa vedo in fondo alla strada, sembra un iceberg …”
Forse la cagna dalle tette avizzite potrà perdonarci e salvarci. Ma dovremo dimostrare di avere capito. Dovremo cambiare, come chiunque deve fare quando chiede di essere perdonato. Dovremo cambiare stili e modi. Dovremo cambiare la vita. La dovremo pur fare quella benedetta e necessaria rivoluzione: solo che dovrà essere silenziosa e individuale, per poter diventare un grido autenticamente collettivo che ci salvi tutti insieme.

Forse la Grande Madre Terra ce la darà un’altra possibilità. Per ottenerla, dovremo però ripiegare alla svelta le nostre ali di piume usate e cera, buttarle nel cesso e abbandonare l’assalto al Sole. Uomini, cazzo, dobbiamo tornare ad essere alla svelta. Rivalutare l’umiltà . Rivendicare la dignità della sconfitta. Individuare il limen. Accettare la nostra inferiorità. Forse solo così potremo salvarci ed evitare nuove temperie, sempre più tragiche.
Fanculo, Adamo.

Roberto Bianchi
Scrittore

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