martedì, 10 Dicembre, 2019

E sotto la pioggia di New York il vecchio leone ruggisce ancora

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Questo non è un cinecomic, un cinepanettone, un action movie, un film per ragazzi, per il drive in, per vecchi o per quelli della mezza età: è un film e basta, diciamo una commedia. Per tutti o per nessuno. Di una bellezza e di una freschezza che lasciano disarmati. Uno gioiellino utile e necessario quanto un drink dopo una faticosa giornata, di quei drink, però, che ti riconciliano col mondo.

“Un giorno di pioggia a New York” è l’ennesimo film di Woody Allen che gli americani vedranno, se mai lo vedranno, una volta terminata la ciclica caccia alle streghe, questa volta messa in atto dal #MeToo, crociata che ha già prodotto più vittime (sempre illustri, chissà perché) che processi con relative condanne. Per non parlare di quelli assolti dopo due processi oltre 20 anni fa e ancora oggi perseguitati.

Invece parliamo di “Un giorno di pioggia a New York” che, verrebbe da dire che è un film per famiglie ma per famiglie molto, molto particolari.

Come particolare, ogni volta in modo diverso, è la New York di Woody Allen, la sua musa, il suo luogo del cuore, la sua stufetta di felicità, il suo modo di essere se stesso e usare proprio la pioggia per dilavare aspetti e persone sgradevoli dall’universo mondo. D’altronde il regista è cresciuto con la certezza che sia meglio un giorno di pioggia a New York che un giorno di sole in qualsiasi altra parte della terra.

Tra New York e Woody Allen c’è un amore inestinguibile che il regista racconta con leggerezza e con un umorismo colto e raffinato, tanto leggero quanto al vetriolo. E senza un filo di malinconia per il tempo che scorre. Mentre l’amore di Allen per i grandi film e gli attori che hanno fatto la storia del cinema viene sottolineato da una serie di inside joke che, anche se non recepiti, nulla tolgono alla piacevole scorrevolezza della storia.
Scontato, ma vero, dire che il vecchio leone ruggisce ancora e che il film è un autentico gioiello. Qualcuno potrà eccepire, a questo proposito, che siamo lontani dai fasti degli anni Settanta. Perfetto. Tra qualche settimana saranno passati cinquant’anni per tutti i sopravvissuti, non solo per Woody Allen che, a 83 anni suonati, continua a inventare storie con la freschezza e l’intensità di sempre. Con un pizzico di magia in più grazie alla fotografia di Vittorio Storaro, tre premi Oscar, e alle scenografie di Santo Loquasto.

La trama, ridotta all’osso e senza spoiler, racconta di due studenti universitari, Gatsby Welles (Timothée Chalamet) e Ashleigh Enright (Elle Fanning), che decidono di trascorrere un week end a New York dopo che la ragazza gli annuncia che deve intervistare un famoso regista per la rivista del college. Gatsby è nato nella Grande Mela e decide di far conoscere ad Ashleigh i luoghi che più ama, ma il piano va a catafascio e i due innamorati vivranno una serie di indimenticabili e divertenti (dis)avventure, quasi tutte sotto la pioggia, prima di rincontrarsi. Del cast fanno parte anche Selena Gomez, Jude Law, Liv Schreiber, Rebecca Hall e Diego Luna.

Timothée Chalamet, 23 anni, nome e cognome francese ma newyorkese puro sangue (è nato a Manhattan) è uno dei giovani attori più promettenti, candidato all’Oscar come miglior protagonista per “Chiamami con il tuo nome” di Luca Guadagnino (2017), è l’ultima reincarnazione del regista che usa i suoi personaggi come degli specchi dove riflettere anche tutto il suo amore per la Grande Mela, e per Manhattan in particolare.

Ma il giovane attore ha sposato l’onda giustizialista del #MeToo, così come altri interpreti, scusandosi pubblicamente per aver recitato in un film di Allen e ha devoluto il suo compenso a organizzazioni anti molestie.

Sempre dopo la violenta campagna diffamatoria, Amazon Studios prima ha sospeso la distribuzione del film negli Stati Uniti, condannandolo all’oblio, al rogo mediatico. Solo dopo un accordo extragiudiziale, i diritti sono ritornati al regista.

Diffuso in una trentina di nazioni, in Italia “Un giorno di pioggia a New York” ha incassato in pochi giorni intorno al mezzo milione di euro; così come sta andando bene al botteghino l’altro film caduto nel tritatutto dell’ultima frontiera del perbenismo e dell’ipocrisia made in Usa, con il #MeToo nel ruolo di giudice, giuria, accusa e boia; diritto alla difesa non pervenuto.

Si tratta di “L’ufficiale e la spia” (J’accuse) di Roman Polanski, che negli Usa preferirebbero dare fuoco alle sale piuttosto che proiettarlo, e che in Francia è stato contestato da centinaia di donne dopo che il regista ha ricevuto una inedita accusa di molestie, sempre risalenti agli anni Settanta.

Il film, Gran premio della giuria a Venezia 76, racconta la storia del capitano Alfred Dreyfus, condannato all’ergastolo per alto tradimento grazie a prove falsificate a bella posta perché, in quanto ebreo, era il perfetto capro espiatorio. Pensiamo che non sia casuale il riferimento a vicende odierne.

Woody Allen, colto e raffinato come e più di sempre, non ha fatto una piega quando si è ipotizzata la fine della sua carriera proprio in seguito alla violenta campagna contro di lui: «Le cacce alle streghe finiscono prima o poi», ha dichiarato in una intervista al “Venerdì di Repubblica”.

Nel frattempo sta girando a San Sebastian, in Spagna, il suo prossimo film “Rifkin’s Festival”, con Gina Gershon e Christoph Waltz.

Di caccia alle streghe aveva parlato anche Catherine Denevue in un intervento apparso sul quotidiano francese “Le Monde” un anno fa circa, teorizzando possibili abusi ed eccessi da parte del #MeToo.

Chiudiamo con un’ultima notizia che riguarda Scarlett Johansson, che rischia di venire esclusa dall’Oscar come migliore attrice, proprio perché è rimasta amica di Woody Allen e ne ha sempre preso le difese pubblicamente. Sarà lei la prossima vittima del #MeToo?

Antonio Salvatore Sassu

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