martedì, 7 Aprile, 2020

Eco-Demo-Crazia

0

In queste angosciate giornate di bufera pandemica, è frequente imbattersi in previsioni imponenti circa il cambiamento radicale che avverrà all’indomani di questa drammatica fase esistenziale. Il “nulla sarà come prima” è spesso riecheggiato nel corso di traumi esistenziali come questo che stiamo vivendo. Pur avendo in tal senso registrato smentite e conferme dalla storia, ed anche ragionevolmente diffidando di avventurose preconizzazioni, è da reputarsi verosimile tuttavia che l’attuale traumatica circostanza, oltretutto sensibilmente penetrando nella realtà socio-economica, possa rilevantemente incidere sulla coscienza individuale e collettiva, in sostanza sugli individui e sugli Stati.

Ecco allora che nel ventaglio dei possibili approdi, quello che a mio avviso appare più realistico e che pretenderebbe uno sforzo maieutico, risiede in ciò di cui mi occupo da tempo e che il mio Ecosocialismo, attraverso il metodo ecoriformista, ha identificato nello sbocco della Ecodemocrazia. Per meglio chiarire il significato attuale e concreto di tale indicazione, procederò per scomposizione etimologica. “Eco”, ambiente. Fondamentalmente, nella presente condizione torna a giganteggiare come messaggio etico l’insostenibilità di una visione radicalmente antropocentrica. Un filamento di materiale genetico, dalle dimensioni di nanometri, milionesimi di millimetro, “ha messo agli arresti domiciliari” l’umanità.

Questa presa d’atto non dovrebbe più essere obliata. Ciò lega in radice molti aspetti, che si traducono nell’insorgenza di un nuovo paradigma per la politica. Così come da qualche tempo l’impegno della politica è stato assorbito dall’epocale tema del cambiamento climatico, dai suoi effetti relativi al dissesto idrogeologico, alluvioni, siccità, incendi, è stato assorbito dai fenomeni sismici e da tutto quanto indichi in realtà l’esigenza di un nuovo modello di sviluppo con al centro la natura, allo stesso modo la drammatica condizione attuale denuncia la sussistenza di analoghe radici. Sul piano delle cause, l’origine dell’attuale situazione è da ricondursi al classico “salto di specie”, tecnicamente zoonosi, laddove un virus, che ha come ospite una specie animale, attraverso specifici vettori, meccanismi, mutazioni, assume come ospite l’uomo. Sul piano degli effetti, come nel caso della apparentemente emergente “specificità” lombarda, al di là del basilare contatto tra persone, vuoi in termini ambientali per il concorso dell’inquinamento da particolato, vuoi in chiave ecologica rispetto a particolari condizioni climatiche, vuoi sul piano più complessivamente naturalistico, relativamente ad una maggiore virulenza da mutazione, l’ordine delle cose resta sempre lo stesso.

Tuto ciò viene saldato dalla deriva antropocentrica, declinata in bulimiche forme di produzione, di consumo di commercio al di fuori di ogni garanzia ed ogni misura. Da questo terreno si scivola facilmente sul secondo aspetto. “Demo”, popolo. Anche qui, nella presente condizione, torna ad imporsi sul piano etico l’insostenibilità della odierna deriva individualistica, che sul terreno sociale si è risolta nella cancellazione di ogni afflato comunitario. È ragionevolmente prevedibile, certamente auspicabile, che si riscopra il valore fondamentale “dell’altro”, che riemergano i valori della famiglia, della comunità, che si rielabori un virtuoso quadro di priorità con al vertice il valore della vita. Corrispettivamente non può mancare l’esigenza di ridefinizione del rapporto pubblico-privato.

L’emblema della questione è oggi rappresentato dal capitolo della sanità pubblica. Al cospetto delle allegre sforbiciate nella spesa in questo settore, l’odierna emergenza sta presentando un conto umano ed economico rispettivamente drammatico ed ipermoltiplicato. Anche in relazione al settore ambientale, più volte, si sono ripetute tali considerazioni. In entrambi i comparti il “prevenire è meglio che curare” funziona sia principalmente sul piano umano che su quello economico. Abbiamo sempre sostenuto come un grande progetto di manutenzione territoriale possa al contempo salvare vite umane, risparmiare ingenti risorse, generalmente impiegate per tamponare l’evenienza, e dare posti di lavoro. Adesso, per fronteggiare l’eccezionalità sanitaria, si stanno impiegando molte più risorse di quelle presuntivamente risparmiate dalla corsa ai tagli, cui va sommato il precipizio produttivo e con esso quello della condizione lavorativa.

Naturalmente al cospetto della nuova consapevolezza, l’odierna disparità delle ingenti disuguaglianze diventerà cibo indigeribile. Anche in riferimento a ciò il primo aspetto trattato può essere funzionale al secondo, considerando che al fianco di una nuova produzione, solo attraverso un sistema di razionalizzazione delle risorse si può sorreggere l’apertura di una nuova stagione di redistribuzione. Quanto detto ci accompagna all’ultimo segmento terminologico. “Crazia”, potere. L’accadimento in questione per un verso ci ricorda, nel bene e nel male, l’oggettiva realtà dell’unitarietà del mondo, in riferimento alla quale ogni discorso rusticamente separatista sfiora il grottesco. D’altra parte impone l’evidenza della insostenibilità del presente assetto europeo. Abbiamo conosciuto fino ad oggi, nonché per alcuni di noi inutilmente denunciato, lo squilibrio di un’Europa caratterizzata da una cifra economicistica a fronte di una propria inconsistenza politica.

Di qui anche lo squilibrio nel rapporto con gli Stati membri, esautorati di fatto nelle proprie autodeterminazioni. Oggi, sempre alla luce dell’epocale incidente della storia, umana e naturale, che stiamo attraversando, non potrà non farsi strada l’ineluttabilità di un nuovo assetto di potere europeo, anche sulla scia delle misure intraprese circa l’accantonamento dell’ottusa vincolistica. Torno ad indicare un autentico ribaltamento dell’attuale impianto. Dalla presente cornice di una globalizzazione economica a fronte di una virtuale localizzazione politica si giunga al suo esatto opposto. Da un’Europa economica e non politica con gli Stati nazionali virtualmente politici ed economicamente svuotati, ritengo non sia più rinviabile l’edificazione di un’Europa politica che agevoli una virtuosa rilocalizzazione economica. Prefiguro solo da questo quadro di articolata armonia lo strumento più concreto per riassumere le istanze ecosociali suesposte, verso una prospettiva Ecodemocratica.

Carlo Ubertini

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply