venerdì, 19 Luglio, 2019

Ecomafia. Un giro d’affari di 16,6 miliardi di euro

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Nella Penisola continua l’attacco di ecocriminali ed ecomafiosi nei confronti dell’ambiente: ciclo illegale del cemento e dei rifiuti, filiera agroalimentare e racket degli animali sono nel 2018 i settori prediletti dalla mano criminale che continua a fare super affari d’oro.
L’aggressione alle risorse ambientali del Paese si traduce in un giro d’affari che nel 2018 ha fruttato all’ecomafia ben 16,6 miliardi di euro, 2,5 in più rispetto all’anno precedente e che vede tra i protagonisti ben 368 clan, censiti da Legambiente ed altri organismi attivi in Italia.
I dati raccolti  da Legambiente sono stati pubblicati nel report annuale dedicato alle illegalità ambientali, Ecomafia 2019. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia. Il rapporto spiega anche come si sviluppa il fenomeno.

Ecomafia è un neologismo coniato da Legambiente per indicare i settori della criminalità organizzata che hanno scelto il traffico e lo smaltimento illecito dei rifiuti, l’abusivismo edilizio e le attività di escavazione come nuovo grande ‘business’ in cui stanno acquistando sempre maggiore peso anche i traffici clandestini di opere d’arte rubate e di animali esotici. Dal 1994 L’Osservatorio Nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente svolge attività di ricerca, analisi e denuncia del fenomeno in collaborazione con tutte le forze dell’ordine (Arma dei Carabinieri, Corpo Forestale dello Stato e delle Regioni a statuto speciale, Capitanerie di porto, Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Direzione investigativa antimafia), l’istituto di ricerche Cresme (per quanto riguarda il capitolo relativo all’abusivismo edilizio), magistrati impegnati nella lotta alla criminalità ambientale e gli  avvocati dei Centri di azione giuridica di Legambiente.

Lo smaltimento illegale di rifiuti industriali è il più pericoloso campo d’attività delle ecomafie ed uno tra i settori illegali più redditizio. Anziché essere trattati e gestiti secondo le norme, che ne assicurano lo smaltimento in regime di sicurezza ambientale e sanitaria, i rifiuti speciali vengono nascosti  e così avvelenano l’aria, contaminano le falde acquifere, inquinano i fiumi e le coltivazioni agricole, minacciano la salute dei cittadini, contaminando con metalli pesanti, diossine e altre sostanze cancerogene i prodotti alimentari.
In questo racket, insieme alle mafie, agiscono i manager delle aziende, faccendieri, amministratori locali e  tecnici senza scrupoli che insieme costituiscono una vera e propria associazione criminale che conta su pratiche collaudate di corruzione, frode ed evasione fiscale, attiva da nord a sud su tutto il territorio nazionale. I reati in questo campo possono avvenire in ogni fase del ciclo: produzione, trasporto e smaltimento. L’azienda può dichiarare il falso su quantità o tipologia di rifiuti da smaltire, la classica truffa del cosiddetto ‘giro bolla’ che falsifica la classificazione del rifiuto nei documenti d’accompagnamento, per dirottare il carico o farlo sparire, oppure affidare l’operazione a imprese che lavorano sottocosto sapendo che utilizzeranno metodi illeciti.

Il nostro Paese è anche il crocevia di traffici internazionali di rifiuti pericolosi e materie radioattive provenienti da altri Paesi e destinati a raggiungere, ad esempio via mare a bordo delle ‘Navi dei veleni’, le coste dell’Africa e dei paesi asiatici.  Proprio sui traffici illegali verso la Somalia stava conducendo un’inchiesta la giornalista Rai Ilaria Alpi, uccisa a Mogadiscio con l’operatore Miran Hrovatin nel 1994.

Continua a crescere l’illegalità nel settore dei rifiuti, sia per numero di infrazioni, 7.984 (l’anno prima erano state 7.312), sia in termini di persone denunciate, 9.828, e sequestri, 3.091, mentre registra un lieve calo il numero di arresti, 93. I carabinieri, nelle loro varie articolazioni, hanno verbalizzato la parte più significativa delle infrazioni, pari a 5.818, seguiti dalle Capitanerie di porto (1.263), dalla Guardia di finanza (596), dai Corpi forestali regionali (271) e dalla Polizia di Stato (36). Dal 1997 le infrazioni superano abbondantemente la soglia dei 100.000, per l’esattezza 100.129. Nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa è stato rilevato il 47% delle infrazioni sul totale nazionale (in cifre, pari a 3.756); il numero più alto di reati è stato verbalizzato in Campania (1.589), Puglia (947), Calabria (657) e Sicilia (563). La Toscana è la prima regione del Centro con 634 infrazioni (802 denunce e 181 sequestri), che quest’anno è riuscita persino a scavalcare al quarto posto della classifica la Sicilia, che se n’è viste contestare 563; segue il Lazio (545), la Lombardia (535), il Piemonte (402) e così via. Va sottolineato che la Lombardia è la regione con il numero più alto di arresti, ben 23, seguita dal Lazio e dalla Campania (15), dalla Calabria (12).

Nel rapporto di Legambiente emerge soltanto la punta d’iceberg di un fenomeno ben più ampio ed esteso: quello che sfugge al controllo delle forze di polizia. Problema di non facile soluzione. Ma di questo il governo non ne parla ed ancor meno il ministro degli Interni che ha le competenze e gli strumenti per intensificare la lotta a tale fenomeno. Invece, finora, ha dirottato l’attenzione sui poveri migranti vittime di un sistema inaccettabile. Dal vicepremier Matteo Salvini, finora, nessun provvedimento è stato adottato per intensificare la lotta alle ecomafie. Occorrerebbe ridurre i costi di smaltimento dei rifiuti nel rispetto della legalità, tema su cui dovrebbero attivarsi gli Enti Locali ed il Governo.

Salvatore Rondello

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