martedì, 22 Settembre, 2020

ELECTION DAY ADDIO

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Legge elettorale

Il nemico n.1 di Renzi ha un nome preciso: Kronos. È il calendario, l’inarrestabile successione di minuti, delle ore e dei giorni. Quello della legge elettorale doveva essere il punto centrale. Il neosegretario del PD avrebbe dovuto scoprire le carte e indicare chiaramente la sua strategia, veloce. E invece pare finito all’angolo.
Alla direzione nazionale del partito, a largo del Nazareno, Renzi ha messo da parte tutta la sua foga: «Chiedo al presidente di convocare per lunedì (20) la riunione della direzione sulla legge elettorale. Nella mia cultura la direzione deve votare». Nulla di fatto.

Ha avuto paura Matteo Renzi? Sapeva che se avesse sbattuto i pugni sul tavolo, avrebbe potuto farsi male, molto male. E allora rimanda la palla nel campo “avversario”,  chiedendo «un mandato sui paletti alla riforma elettorale». E aggiunge: «Nei prossimi 15 giorni abbiamo molto lavoro davanti. Abbiamo da chiudere la discussione sulla legge elettorale respingendo il ricatto “legge elettorale sì se si va a votare a maggio” e per questo inserisco nei colloqui anche la riforma del Titolo V e del Senato. Ai partiti faccio una proposta nobile, seria e istituzionale e così sarà un anno costituente».  Tutto questo lascia intendere che i tempi si allungano, diventano mesi, semestri, anni. Altro che election day.

Si chiude, dunque, la fiammata renziana? Ancora presto per dirlo, ma è legittimo affermare che si affievolisce. Delle decisioni davvero importanti che si aspettavano dalla direzione democratica, solo quella sull’adesione al PSE annunciata dal sindaco fiorentino sembra emergere. «Oggi, l’adesione del PD al PSE annunciata da Renzi apre uno scenario nuovo in Italia che bisogna avere il coraggio di cogliere fino dalle prossime elezioni europee. La legge elettorale aiuta la formazione di maggioranze stabili ma la politica ha un potere maggiore», ha commentato il segretario socialista Riccardo Nencini.

Ancora irrisolto, di fatto, il nodo elettorale. «Renzi ha un partito che, ad oggi, i migliori sondaggi danno al 34-35 per cento. Non riesco a capire come si possa immaginare di avere un sistema elettorale che garantisca, in queste condizioni, la maggioranza dei seggi». Accadde per i socialisti francesi, ma solo perché riuscirono a conquistare quei voti, ricorda Cesare Salvi, già ministro del lavoro con i governi D’Alema e Amato ed ex senatore dei DS. «Non vorrei che, dietro tutto questo dibattito sulla riforma elettorale ci fosse la tentazione, come diceva Ennio Flaiano,  che “per effetto delle nuove leggi si perdano voti e si guadagnino seggi”», dice Salvi all’Avanti! commentando l’attuale dibattito in merito alla riforma della legge elettorale dopo il pronunciamento sull’incostituzionalità del Porcellum da parte della Consulta.

Il ragionamento di Salvi è tutto di carattere politico e, come tale, vuole svincolarsi dalle parole d’ordine imposte dalla cronaca: per fare presa sull’elettorato dopo il risultato elettorale dello scorso febbraio si continua, infatti, a battere il tamburo sulla questione della governabilità. «Oggi nel Paese, il problema prevalente è quello della rappresentatività, non quello della governabilità. Negli ultimi vent’anni non c’è governo che non abbia avuto i numeri per far passare le leggi, anche nel momento più difficile del “Prodi II” che aveva davvero una maggioranza risicata perché, allora, il Paese era diviso esattamente in due».

Secondo il senatore Salvi, dunque, si discute su falsi problemi. Del resto è tipico dei momenti di confusione in cui si impongono slogan mediatici e di facile presa. Come quello, tanto caro al giovane sindaco fiorentino, che ripete che “la sera delle elezioni si deve sapere chi ha vinto e chi ha perso”: «Davvero un’autentica sciocchezza», dice senza mezzi termini Salvi. Secondo l’ex esponente dei DS, infatti, «questo fatto di sapere la sera stessa delle elezioni chi ha vinto e chi no, è possibile solo se si elegge una persona, il che vuol dire presidenzialismo». Ma, al contrario, «se si elegge un’Assemblea non c’è sistema elettorale al mondo, se non quelli bocciati dalla Corte, che possa consentire un risultato di questo tipo».

Del resto non mancano gli esempi, a cominciare dalle ultime elezioni in Gran Bretagna, Paese per antonomasia del maggioritario, passando per la Germania fino alla Spagna dell’ultimo Gonzalez: «In tutti questi casi si è dovuti arrivare ad un accordo per fare un governo di coalizione perché nessun partito era riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta. Un conto sono sistemi maggioritari che hanno una logica rispettabilissima di favorire aggregazioni di maggioranze, un conto sarebbero delle forzature, come nel caso delle ipotesi attualmente sul tavolo nel dibattito politico italiano, che prevedono, inesorabilmente, o forzature tali da risultare incostituzionali, oppure sistemi che non sono in grado di dare i risultati tanto sbandierati».

Quale irresistibile tentazione si nasconde, dunque, dietro la strana convergenza Renzi-Berlusconi intorno al cosiddetto “modello spagnolo”? Per Salvi, siamo sempre allo stesso punto, allo stesso vizio della storia politica italiana: l’uomo forte e solo al comando. «La tentazione dell’uomo forte che arriva e risolve i problemi viene alimentata da un certo smarrimento della cultura politica. Il sistema spagnolo piace ai due perché consente le liste bloccate, cioè consente al capo del partito di indicare i parlamentari, cosa che diventa più difficile con i collegi e impossibile con le preferenze. Si tratta di mantenere il controllo sui partiti».

Lo stesso presidente dei democratici, Gianni Cuperlo, ha messo il dito nella piaga sottolineando l’evidente: «Dopo che abbiamo fatto una campagna a tappeto sul diritto dei cittadini di scegliersi i propri eletti per quel minimo di coerenza dobbiamo dire no alle liste bloccate».

E se la strategia del Cavaliere è storia arcinota, diversa è la posizione del neoeletto segretario democratico: non fosse altro perché Berlusconi il partito se l’è letteralmente creato da sé, non così Renzi. «Evidentemente Renzi ha bisogno di affermare la sua autorevolezza, ma lo vedo un po’ impacciato», continua Salvi, «perché o è davvero bravissimo, oppure quelli che non gli vogliono far incassare il risultato, a torto o a ragione, gli faranno portare a casa una sconfitta alla prima verifica». Insomma, dopo l’ubriacatura delle primarie tutte giocate in stile americano in maniche di camicia e portatile Mac, ci si risveglia con il mal di testa provocato dalla complessità della politica vera.

D’altro canto, il flirt con Berlusconi che il segretario democratico continua a coltivare, non è privo di insidie. Non fosse altro perché ricorda uno dei capitoli più bui della storia della sinistra Italiana: la “brillante operazione” di capitan Veltroni nel 2008 che riuscì, convinto di vincere, a perdere davvero tutto. «Speriamo non finisca alla stessa maniera», esclama Salvi che non nasconde di cogliere nella situazione attuale un pericoloso «parallelismo».

Roberto Capocelli

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