domenica, 25 Ottobre, 2020

Elezioni, il ritorno dei cacicchi

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Ha i volti di Zaia, De Luca, Emiliano il “partito dei governatori”, i politici locali che hanno stravinto le regionali del 20 e 21 settembre prendendo molti più voti dei loro partiti.

Addirittura clamoroso il caso di Luca Zaia che con la sua lista ha triplicato i consensi della Lega di Salvini. È stata la vera sorpresa delle elezioni, ma non si tratta di una novità.

Venticinque anni fa, i sindaci diedero vita a un fenomeno analogo. Il partito del “cacicchi”, come li chiamò uno sprezzante D’Alema, aveva allora i volti di Rutelli, Bassolino, Enzo Bianco. Erano primi cittadini che, esattamente come adesso alcuni governatori, raccoglievano – su scala territoriale – molti più voti dei loro partiti. Era la loro forza, ma anche la loro debolezza. E non a caso D’Alema, che si considerava un grande leader nazionale, li equiparò ai “cacicchi”, cioè a quei signori medievali che in Messico facevano piccole battaglie locali contro l’armata spagnola.

Ma i “cacicchi” di ieri e di oggi coprono un vuoto, quello dei partiti che hanno perduto i contatti con il Paese reale, di cui non riescono più a interpretare i bisogni. Da qui la scorciatoia imboccata dai movimenti sovranisti e populisti che, dopo aver drenato centinaia di migliaia di voti a colpi di slogan e propaganda, adesso mostrano la corda, perché nemmeno loro offrono soluzioni ai problemi della gente. Il flop di Salvini e il disastro dei Cinquestelle, messi in luce dalle Regionali, sono lì a dimostrare che anche la stagione dei partiti mediatici si avvia al tramonto.

Non è un caso quindi se, approfittando di un voto amministrativo, la maggioranza degli elettori ha deciso di premiare quei governatori che hanno mantenuto un rapporto con il territorio e che – pur tra mille errori – hanno già dimostrato di conoscere e di saper affrontare i problemi delle popolazioni locali.

Se adesso questi nuovi cacicchi riusciranno a fare il salto e a prendere in mano l’intero Paese è tutto da dimostrare. La sola cosa certa è che venti anni fa i sindaci non ce la fecero. Rutelli, lasciato il Campidoglio, nel 2001 si presentò come candidato premier del centrosinistra e l’anno dopo fondò un partito. Fu un fallimento per Palazzo Chigi e la Margherita non durò molto. Poi, quando nacque l’Api fu subito un flop.

Felice Saulino
SfogliaRoma

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