venerdì, 4 Dicembre, 2020

IL RITORNO DEL CAVALIERE

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I sondaggi avevano ampiamente previsto le difficoltà del centrosinistra. In Sicilia lo spoglio per le elezioni Regionali è ancora in corso ma il candidato del centrodestra Nello Musumeci attualmente mantiene il primo posto nella corsa, seguito da Giancarlo Cancelleri. Sono state scrutinate oltre la metà delle sezioni, il dato è di 3.207 su 5.300, il candidato del centrodestra, ha il 39,2%, il candidato del M5s Giancarlo Cancelleri 34,9%. Seguono Fabrizio Micari con il 18,9%, Claudio Fava con il 6,2 e Salvo La Rosa, con lo 0,72 %. A vincere è però “partito del non voto”: solo il 46,76% ha votato per l’elezione del presidente della Regione e dell’Assemblea, mentre il 53,23% ha disertato le urne. Rispetto al 2012 quando aveva votato il 47,41%, il dato dell’affluenza è in calo dello 0,65%.

L’effetto non è arrivato smorzato nelle stanze del Nazareno. Parla chiaro il Presidente del Pd, Matteo Orfini. Su Fb non nasconde le difficoltà, dopo un primo grossolano tentativo del Pdi siciliano di accollare la colpa della delusione elettorale a Pietro Grasso reo di essere uscito dal Pd dopo l’approvazione della legge elettorale. “In Sicilia e nel Municipio X di Roma – afferma Orgini – il Pd arriva terzo. Sono oggettivamente due sconfitte. E quando si perde si deve riflettere e capire gli errori per correggerli. Ma anche distinguere le legittime strumentalizzazioni politiche dai numeri e dalla storia di queste due elezioni”. “In Sicilia – prosegue Orfini – vincemmo con Crocetta perché la destra si divise. Oggi la destra è di nuovo unita e vince. Il Pd ha provato a lavorare sullo schema di una coalizione larga, guidata da una personalità della società civile. Non siamo riusciti fino in fondo a raggiungere questo obiettivo perché Mdp e Sinistra Italiana hanno scelto di candidare Fava con il solo obiettivo di far perdere il Pd e vincere la destra. E perché anche parte del mondo moderato rispetto a cinque anni fa ha scelto la destra”. E sulle elezioni del decimo Municipio di Roma aggiunge: “Il Pd è il secondo partito con circa il 14 per cento. Si e’ votato dopo lo scioglimento per mafia e dopo l’interruzione di un’amministrazione da noi guidata. A far dimettere l’allora Presidente fui io, quando non era indagato (o almeno non era noto che lo fosse). Successivamente fu arrestato e poi condannato in primo grado. Capite bene che con queste premesse il Pd sarebbe potuto scomparire”.

“Ma dove è la novità? – si difendono i renziani – la scorsa volta si è vinto con il 13 per cento del Pd, con l’11 dell’Udc e il 6 della sinistra di Crocetta e perchè la destra era divisa”. Una lettura che sembra un pò assolutoria ma è in realtà mirata a sostenere che “siamo in partita se c’è una coalizione”. E soprattutto ad evitare lo scontro interno e a convincere Dario Franceschini, Orlando e Michele Emiliano a non andare all’attacco del segretario condannando il Pd a sconfitta certa alle elezioni del 2018 a favore del centrodestra o di M5S. I dirigenti del Pd, però, non sembrano intenzionati a fare sconti al leader. “La sconfitta è pesante ed è l’ultima di una serie di risultati presi sotto gamba”, è l’analisi diffusa. Ora o Renzi dimostra di voler decidere insieme su tutto, a partire dalla definizione delle liste elettorali, e di impegnarsi davvero a costruire “senza veti” una coalizione o, come dice un big della minoranza, “parte il cinema”.

I big Pd non vorrebbero dare per perso fino all’ultimo anche un confronto con Mdp, ipotesi che Renzi vede remota “non per colpa sua”, dicono i suoi. Il leader è pronto, attraverso il coordinatore Lorenzo Guerini, ad aprire da domani il confronto con i possibili alleati. Mettendo sul piatto anche la disponibilità a primarie di coalizione se qualcuno le chiedesse. “Per il centrosinistra serve un nuovo inizio. Il Pd è pronto a confrontarsi senza veti con tutte le forze progressiste, europeiste, moderate, interessate a costruire unità e non divisione”, ribadisce, ancora a urne aperte, Maurizio Martina. Un messaggio rivolto oltre ma soprattutto dentro il Pd per scongiurare un tutti contro tutti e per invitare i dem a concentrarsi sui veri rivali: i grillini.

Intanto si prepara la resa dei conti. La direzione del Pd è convocata per il 13 pomeriggio. Il leader del Pd si chiude nel silenzio. “Evitiamo qualsiasi dichiarazione, facciamo domani il confronto, o quello che sarà” si limita a dire Matteo Renzi entrando nella sede fiorentina della Stanford University dove tiene un corso rivolto agli studenti americani.

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