venerdì, 6 Dicembre, 2019

Emanuele

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L’ultimo incontro è stato sette giorni fa, sabato scorso a Roma. Il primo fu 28 anni fa. Non ricordo i particolari, ma sono ancora marcati i contorni, i colori. Era inverno, erano giorni come questi, nel 1991. Da allora, tante fotografie. Quella del suo trentacinquesimo compleanno, quella di lui ai giardini di S. Elena il mio primo giorno di Morosini, quelle in montagna, ma non di quando si ruppe la sdraio dove era seduto.

Poi il giorno della laurea. Al Palio di Siena. Emanuele era tante cose. Un familiare, un amico, un compagno. Tutto questo. Tutto, tanto e troppo, come in realtà era lui. Perché Emanuele era troppo, o meglio smodato. Era smodato nel mangiare e nel bere. Era smodato nelle letture. Era smodato nella voce e nel fisico. Era smodato negli umori, negli entusiasmi come nelle delusioni. Era smodato negli slanci d’affetto ma anche nei rancori feroci. Era smodato nella ritrosia su un passato familiare indecifrabile e a tratti leggendario. Era smodato nel lavoro, nel rigore con cui svolgeva i compiti a lui assegnati così come nella durezza dei suoi interventi su Facebook. Era smodato nella cultura in un mondo di ignoranti e nelle buone maniere in una società di maleducati. E così anche nel partito, con il quale aveva un rapporto tutto suo, maniacale, monacale.

Ho sentito in molti chiedersi, e lo faranno a maggiore ragione oggi, se dal partito a cui aveva dato tutto non avesse in fin dei conti ricevuto troppo poco. Se non sia stato tutto sommato ingiusto che in tanti anni di dedizione folle non abbia mai ricevuto il riconoscimento di un incarico istituzionale, di una candidatura importante. Essì che di figure improbabili in posizioni di rilievo ne aveva viste sfilare tante. Lui non ne parlava, prevaleva in lui una forma di decoro da persona perbene qual era. E tutto sommato dal partito lui aveva avuto, e lo sapeva bene, un premio più grande e più vero, quello del senso alla propria esistenza. Pochi anni fa si tolse però la soddisfazione della pubblicazione del suo libro, “L’Asino che vola”, di cui andava così orgoglioso. Nei ringraziamenti sono riportati i nomi delle persone che lui sentiva davvero vicine, alcune delle quali l’avevano letteralmente salvato in momenti di difficoltà che lui non raccontava.

Nella dedica mi scrisse “A Federico, il mio erede politico”. Ultimamente, incassata la mia uscita dal partito, dal suo partito, talvolta, si rivolgeva a me dicendo scherzosamente che rappresentavo “Il suo più grande fallimento”. Io cercavo di spiegargli che non era così, che, anzi, grazie a lui avevo avuto l’opportunità di maturare una delle esperienze più importanti e segnanti della mia vita. Certo, mi sarebbe piaciuto dargli qualche soddisfazione in più e mi addolora l’idea di non potergliene più dare. Che, infine, è solo un modo di dire quanto gli volessi bene. E non ero il solo.

Federico Parea

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