domenica, 23 Febbraio, 2020

Emilia-Romagna, il buon governo ha una storia antica

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Il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonacini, è stato riconfermato in maniera clamorosa al termine di una campagna elettorale durissima, condotta del leader della Lega Matteo Salvini, che sperando di fare di un’eventuale vittoria della sua candidata, Lucia Borgonzoni, l’elemento scatenante della crisi dell’attuale governo giallo-rosso che portasse all’indizione delle elezioni anticipate, ha gettato tutto sè stesso in questa battaglia, tentando di tutto, strumentalizzando qualsiasi cosa, con comportamenti inqualificabili e contrari ad ogni decenza politica.

E’ un risultato importantissimo, non solo perchè riconferma l’insediamento a sinistra di una delle più importanti regioni italiane, ma perchè rappresenta la vittoria dei fatti sulle “narrazioni”, della realtà sulle falsificazioni, sperando che ciò determini, almeno in parte, un’inversione di tendenza nel modo di fare politica nel nostro Paese. Che è poi quello che chiedeva a gran voce il movimento delle “sardine”, che ha rappresentato il ritorno alla partecipazione nelle piazze e nel voto di tanti che in occasione delle precedenti consultazioni elettorali avevano preferito rimanere a casa e l’emergere di nuove generazioni di cittadini animati dalla voglia di impegnarsi e non solo di protestare.

Altri più esperti di me provvederanno all’analisi del voto, in particolare circa lo sfarinamento del M5S, sia in Emilia-Romagna che in Calabria, e sulle conseguenze del voto sul governo e sui rapporti di forza all’interno delle forze politiche che lo appoggiano.

A me interessa sottolineare un aspetto di natura storica, che ritengo tuttavia importante per comprendere l’atteggiamento degli elettori emiliano-romagnoli.

Bonacini ha rivendicato durante tutta la campagna elettorale, giustamente, gli ottimi risultati a livello economico, sociale, di benessere dei cittadini raggiunti nel quiquennio in cui ha guidato la sua regione, che si colloca tra i primi posti, se non al primo, in Italia, e in linea con le aree più avanzate dell’Unione Europea. E, sulla base di questi fatti concreti, ha chiesto e ottenuto dai suoi concittadini di essere confermato alla guida della Regione, evidenziando l’insussistenza di un vero programma alternativo da parte della candidata del centro-destra, praticamente oscurata dalla straripante occupazione della campagna elettorale da parte di Salvini.

Da dove nasce quest’attitudine degli emiliano-romagnoli al pragmatismo, alla capacità di rimboccarsi le maniche e di lavorare in squadra, avendo ben presente oltre che le necessità dell’individuo quelle della collettività in cui si vive ?

La risposta è semplice: il riformismo socialista.

Il socialismo italiano nasce, ancor prima che a Genova nel 1892, in Romagna, con Andrea Costa, primo deputato socialista nel Parlamento italiano, con la sua famosa “Lettera agli amici di Romagna”, con la quale prende le distanze dall’anarchismo.

Di Reggio Emilia era Camillo Prampolini, il realizzatore, già dal 1881, delle prime cooperative, a partire dalla “Società generale cooperativa e di mutuo soccorso fra muratori e braccianti”, che fu in grado di organizzare uno sciopero grazie al quale si ottenne l’aumento di salario e una lieve riduzione dell’orario di lavoro, prima vittoria del proletariato reggiano. Vi fu in breve tempo un enorme sviluppo delle cooperative di lavoro che diedero vita alla “Federazione delle cooperative di lavoro e produzione”. Prampolini esortava le classi dei lavoratori a unirsi in una organizzazione politica, un partito dei poveri, per ottenere il riconoscimento dei loro diritti e per impadronirsi del governo, fino ad allora gestito dai signori capitalisti.

A Molinella, in provincia di Bologna, cittadina di cui fu più volte sindaco, Giuseppe Massarenti fondò una rete di cooperative e braccianti, rete che rese le valli emiliane ricche di colture come riso, grano, e canapa.

Argentina Altobelli di Imola fu fin dal 1906 nel consiglio direttivo della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL) diretta da Rinaldo Rigola, assumendo un ruolo di primo piano anche all’interno del Partito Socialista Italiano, venendo designata, sempre nel 1906, tra i componenti della direzione nazionale, ruolo che ricoprì anche nel 1908 e nel 1910. Nel 1901 contribuì alla fondazione della Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Federterra), sorta a Bologna con l’intento di uniformare e disciplinare tutto il movimento dei lavoratori agricoli e destinata a diventare una delle più importanti organizzazioni del sindacato. Nel 1904 partecipò in qualità di delegata dell’Alleanza Femminile al Congresso internazionale di Amsterdam, mentre nel 1905 venne nominata segretaria nazionale di Federterra, cui diede un fondamentale contributo in termini organizzativi e politici. L’incarico, che ricoprì per vent’anni, fino allo scioglimento d’autorità dell’organizzazione, voluto da Benito Mussolini, rappresentò una novità per rilievo e ruolo politico attribuiti a una donna nell’Europa di quel tempo. Nel 1919 fu nominata rappresentante della Federterra nel Consiglio Superiore della Previdenza e delle Assicurazioni ed entrò nel Comitato Nazionale Femminile Socialista. Fautrice di molte battaglie per l’emancipazione femminile, compresa quella per il divorzio, Argentina Altobelli dedicò buona parte del suo impegno al miglioramento delle condizioni di vita dei più umili, primi tra tutti i lavoratori e le lavoratrici della terra, battendosi sul terreno dei diritti, delle normative e dei miglioramenti salariali, con particolare attenzione all’universo bracciantile e a quello mezzadrile. Nel 1912 partecipò alla promozione di un Primo maggio di “protesta”, contro la disoccupazione aggravata dalla crisi del settore tessile. Perseguitata dal fascismo, fu costretta ad una vita miserabile, fatta di stenti e lavori sottopagati. Morì nel 1942 a Bologna.

Francesco Zanardi fu sindaco socialista di Bologna, ricordato come il “sindaco del pane” perché promotore dell’Ente comunale di consumo che contribuì ad alleviare i disagi della popolazione durante il primo conflitto mondiale, e per lo sviluppo delle istituzioni scolastiche, secondo il suo motto elettorale “Pane e alfabeto”.

All’Università di Bologna nel 1884 si conobbero e socializzarono Guido Podrecca ed il famoso disegnatore Gabriele Galantara (Rata-Langa), che in seguito fondarono il famoso settimanale satirico “L’Asino”, che incontrò l’immediato favore del pubblico e divenne un efficace mezzo di diffusione delle idee socialiste.

Di Finale Emilia, Gregorio Agnini fu tra i fondatori del Partito socialista nel 1892. Eletto per la prima volta deputato nel 1891, fu confermato nell’incarico parlamentare per dieci legislature. Memorabili le sue battaglie politiche per l’abolizione del dazio sul grano, per le opere di bonifica, per la costruzione di linee ferroviarie in Emilia, per il sostegno delle cooperative.

Nato a Ravenna, nel 1901 Nullo Baldini creò la Federazione delle cooperative della provincia di Ravenna e, negli anni tra il 1919 e il 1924 in cui fu eletto deputato, fu membro del Comitato direttivo della Confederazione generale del lavoro. Dopo aver rifiutato la presidenza della Federazione (che gli venne offerta dai fascisti), Baldini espatriò prima in Grecia e poi in Francia. A Parigi riprese i contatti con gli antifascisti dell’emigrazione e organizzò cooperative tra gli emigrati. Dopo l’arresto di Mussolini, il governo Badoglio lo richiamò all’attività politica, nominandolo commissario della Federazione delle Cooperative. Nell’ottobre del 1943, Baldini fu tra coloro che ricostituirono, nella clandestinità, la Federazione socialista romagnola. Giunse a vedere la liberazione della sua città dai nazifascisti e all’indomani del 4 dicembre 1944 era già al lavoro per reintegrare il patrimonio della vecchia Federcoop ravennate.

Infine, a Faenza, in Romagna, nacque Pietro Nenni, che, dopo la giovanile adesione al repubblicanesimo, diventerà il leader del socialismo italiano.

Come ha più volte sottolineato Bonacini, in risposta a Salvini che prometteva agli emiliano-romagnoli di “liberarli” dal PD, l’Emilia-Romagna si è già liberata 75 anni fa con la guerra di Liberazione.

A questo riguardo, al di là della vulgata di una Resistenza tutta gestita dai comunisti, i socialisti emiliano-romagnoli hanno dato il loro importante contributo alla Liberazione della loro regione.

Nato a Bologna, Otello Bonvicini, attivo antifascista, nel 1938 era stato nominato segretario della Federazione giovanile socialista bolognese. Dopo l’8 settembre 1943 divenne comandante della III Brigata “Matteotti” e rappresentante del Partito socialista nel Comando delle SAP di Bologna. Catturato sul finire del marzo 1945, i fascisti lo torturarono e lo fucilarono il 19 aprile 1945 pochi giorni prima della Liberazione. Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Paolo Fabbri, di Conselice, si iscrisse giovanissimo al Partito Socialista Italiano. Da umile organizzatore di braccianti, divenne dirigente di organizzazioni operaie.

Arrestato nel 1924 e quindi confinato dalle autorità fasciste nel 1926 a Lipari, aiutò, nel 1929, Emilio Lussu, Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti nella loro leggendaria fuga dal confino, sacrificando se stesso per coprire i compagni e ricevendone un’ulteriore pena di tre anni per complicità in evasione. Scarcerato, più volte perseguitato dalla polizia, continuò la sua attività di fervente antifascista. Entrato nella Resistenza nelle Brigate Matteotti, alla fine del 1944 fu inviato al sud, per prendere contatto con i dirigenti del PSIUP, il neocostituito governo dell’Italia liberata e il comando alleato, al fine di organizzare la strategia per la liberazione nazionale. Dopo aver compiuto molteplici temerarie imprese, si presentò volontariamente ad effettuare una importantissima azione di collegamento con i Comandi che si trovavano oltre le linee nemiche. Addentratosi fra i nevosi valichi dell’Appennino, perse la vita, non è dato sapere se a causa di una mina o di un agguato. Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Alfredo Calzolari di Molinella, attivo nell’organizzazione socialista clandestina del suo paese, nel marzo del 1941 fu arrestato e mandato al confino. Rilasciato dopo cinque mesi riprese clandestinamente la sua attività di antifascista e, non a caso, quando arrivò l’armistizio, fu tra i primi organizzatori della Resistenza armata a Molinella, distinguendosi per coraggio e per acume politico. Nei giorni che precedettero la Liberazione, la “Brigata Matteotti Pianura”, diretta da “Falco” − questo il suo nome di battaglia − si distinse in numerosi combattimenti, infliggendo gravi perdite alle truppe tedesche in ritirata ed operando per impedire la distruzione di bacini idrovori di una bonifica di grande importanza, minati dal nemico, guidava all’assalto i suoi uomini. Rimasto gravemente ferito in un violento corpo a corpo, rifiutava ogni soccorso e, sebbene in fin di vita, trovava l’energia per incitare i suoi compagni che riuscivano così, con supremo sforzo, a sopraffare l’avversario. Medaglia d’oro al valor militare.

Giuseppe Bentivogli di Molinella, aderì sin da ragazzo al Partito socialista. Alla nascita del fascismo, fu tra i più attivi protagonisti delle lotte contadine degli anni 1919-22. Con l’andata al potere di Mussolini, fu costretto a riparare all’estero. Rientrato in Italia nel 1926, fu confinato per cinque anni nell’isola di Ponza. Dopo l’8 settembre 1943, nonostante la non più giovane età, oltre a dirigere il movimento contadino e socialista in Emilia, Bentivogli fu uno dei più attivi organizzatori della Resistenza. Partigiano combattente della Brigata “Matteotti”, si prodigava nella lotta di liberazione in moltissime azioni quanto mai rischiose mettendo sempre il nemico nelle più gravi difficoltà. Catturato dai fascisti poche ore prima della liberazione di Bologna, sopportava le atroci torture infertegli dal nemico con impassibile fermezza; condannato alla pena capitale, affrontava la morte da eroe. Medaglia d’oro al valor militare.

Alberto Trebbi, di Bologna, socialista dal 1916, fu tra il 1919 ed il 1923, segretario della FIOM bolognese e in tale veste diresse il locale movimento di occupazione delle fabbriche, che si esaurì nell’ottobre del 1922. Trebbi divenne così bersaglio privilegiato dello squadrismo fascista e, dopo essere stato arrestato nel dicembre del 1923, nell’ottobre del 1924 fu duramente bastonato (con la moglie Ellena Tannini, pure lei socialista). Nell’aprile del 1925 nuovo arresto e mesi di carcere senza processo, mentre gli squadristi provvedevano a incendiare la latteria gestita da Ellena. Dopo l’approvazione delle Leggi eccezionali fasciste, cominciò per l’operaio e sindacalista bolognese la serie degli invii al confino e delle ammonizioni: 5 anni a Lipari e alle Tremiti; poi nel novembre del 1929, il ritorno a Bologna, dove s’industriò nella vendita di calce, gesso e laterizi, sempre tenuto sotto controllo della polizia. Ciò non dissuase Trebbi dall’attività politica clandestina (intramezzata da fermi e arresti), che nel 1942 lo portò a collaborare alla costituzione del Comitato unitario di azione antifascista, nel quale confluirono comunisti e azionisti e un rappresentante del Partito popolare. Nell’agosto del 1943 Trebbi contribuì alla formazione di quello che sarebbe poi diventato il PSIUP e, dopo l’8 settembre, rappresentò il Partito socialista nel Comitato militare unitario. Il 7 novembre fu arrestato, carcerato a San Giovanni in Monte e poi a Castelfranco Emilia e quindi, il 21 gennaio 1944, fu deportato in Germania. Sopravvissuto ai lager di Dachau, Natzweiler e Allach, quando rientrò a Bologna, alla fine di maggio del 1945, pesava 43 chili. Riuscito a ristabilirsi, riprese il suo impegno nel PSI. Organizzatore di cooperative di produzione e lavoro, fu anche membro di organi direttivi nazionali della Lega delle Cooperative.

Nato a Reggio Emilia, Piero Boni durante la Resistenza si battè alla testa di una delle Brigate “Matteotti”. Dopo dieci mesi di scontri con i nazifascisti, partecipò alla liberazione di Parma. Medaglia d’argento al valor militare. Membro dell’Ufficio sindacale del PSI, nel primo dopoguerra Piero Boni entrò a far parte della Segreteria della CGIL. Nella primavera del 1960, fu eletto, a fianco di Luciano Lama, segretario generale aggiunto della FIOM e membro dell’Esecutivo della CGIL, incarico che gli verrà confermato nel 1962 e nel 1964, a fianco di Bruno Trentin.

Questi sono solo pochi nomi, spesso dimenticati dagli stessi socialisti, che rappresentano gli esponenti di punta del movimento dei lavoratori sorto in Emilia-Romagna tra la fine dell’800 e l’avvento del fascismo, che proprio contro le organizzazioni bracciantili e operaie, le società di mutuo soccorso e le cooperative scatenò la violenza squadristica più feroce e sistematica, e che poi, nella guerra di Resistenza, combatterono nelle Brigate Matteotti dando il loro contributo di sangue alla Liberazione.

Queste sono le radici della capacità di buon governo della Regione grazie alle quali il centro-sinistra ha vinto in Emilia-Romagna.

Alfonso Maria Capriolo

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