domenica, 23 Febbraio, 2020

Emilia-Romagna, successo elettorale ma una sconfitta politica

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La vittoria di Stefano Bonaccini e del Pd alle elezioni regionali in Emilia Romagna è una importante vittoria elettorale, ma è una sconfitta politica (quasi epocale).
Ho votato per la lista socialista di supporto a Bonaccini. Occorre, però, chiamare le cose col loro nome e non restare preda di infatuazioni. Pertanto, consiglierei molta sobrietà e misura nel compiacimento. Credo che esso debba essere esteso in forma anche spettacolare soltanto per rimarcare che si è sconfitta l’aggressione della destra estremista di Salvini. Ma si deve cercare di dare una risposta politica e sociale ad alcune deficienze da lui denunciate nella lunga campagna elettorale a pancia in terra di questi mesi.
Il dato dal quale occorre partire è il seguente: la debacle politica della sinistra emiliana. In queste elezioni è stata grande e rimane intatta anche dopo il successo elettorale. E’ dovuto all’azione solitaria, alla premiership personale del presidente Bonaccini e quindi alla scomparsa dagli schermi del Pd. Non si può sottovalutare questa sorta di entrata in clandestinità del partito.
Esiste, e si rafforza, infatti, un grande pericolo. Se invece della Lega salvinizzata (che alimenta, cioè, paure e insicurezza, racconta balle sugli migranti, dà fiato agli spiriti antieuropeistici, nazionalistici e anche razzistici) si formasse una concentrazione di forze conservatrici e liberali (la cd destra pulita qual’era  quella di Forza Italia), anche l’Emilia potrebbe essere non solo contesa (lo è già), ma addirittura smantellata.
I dati elettorali sono impietosi. Nel giro di un paio anni la Lega ha quasi eguagliato i consensi del Pd. Secondo qualche proiezione sarebbe al 31,7%.
Il che significa che nella terra dove è nato ed è maturato – dalle campagne e dalle officine fino alle istituzioni statali – il riformismo socialista (successivamente egemonizzato dai comunisti), con i risultati di ieri nelle regione si è installato al primo posto l’esponente della destra estrema, coé la Lega. E il conglomerato delle forze di destra sfiora il 45%.
Bisogna attendere i dati elettorali comune per comune per capire se la grande scossa salviniana è una faglia che ha investito prevalentemente Bologna, Modena,Ferrara o è estesa anche alle piccole città (Ravenna, Forlì ecc.) e ai centri agricoli. Se così fosse la domanda di cambiamento corrisponderebbe ad una domanda di alternativa. E’ come emiliani e romagnoli avessero detto: ”Non vogliamo morire governati dai comunisti”.
Dall’eventuale formazione di un centro-destra liberale viene l’invito a Bonaccini a rendersi conto che il welfare state creato dai compagni in regione non basta. E’ una delle più grandiose conquiste sociali in Italia, ma sono cresciuti altri bisogni. Sono quelli della cultura liberale e liberista: meno Stato (o Regione che dir si voglia), più mercato, meno tasse, più sicurezza, maggiore protezione dei cittadini (in generale, oltre ai disabili e ai vecchi), meno occupazione funzionale a sistemare i compagni di partito, più spazio al merito e alle competenze invece che alle tessere politiche.
Se questi fossero i valori in campo, Bonaccini e il Pd sarebbero chiamati ad una grande sfida dalla destra. Intanto debbono registrare un ritardo micidiale. Tra chi come Berlinguer riteneva il comunismo un regime dispotico emendabile, cioè riformabile (con l’acquisizione dei principi della democrazia liberale) e chi come Bettino Craxi e il Psi hanno proposto un’alternativa di sinistra rigorosamente socialdemocratica, il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha scelto di stare col primo. Coerentemente nessuna delegazione ufficiale pidiessina è andata ad Hammamet. La divisione a sinistra rimane, dunque, ancora molto forte. Ed è un terreno su cui la un centro-destra liberale come una vecchia talpa potrebbe fruttuosamente scavare.

Salvatore Sechi

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1 commento

  1. Paolo Bolognesi on

    Se non ne ho frainteso il senso, mi sembra che queste righe celino un quasi “rimpianto” per la destra liberale del Cav., la cui scesa in campo fu allora “provvidenziale”, a mio avviso almeno, perché in quel momento non esisteva più alcuna opposizione alla sinistra non riformista, e ci saremmo probabilmente avviato verso una sorta di “pensiero unico”.

    Credo tuttavia, seppur con rammarico, che sia ormai “troppo tardi” per far rinascere una forza liberale elettoralmente consistente, perché la ingiusta “demonizzazione” che la sinistra ha lungamente esercitato verso il Cav. ha poi prodotto i suoi effetti (peraltro non ricordo che i riformisti della “sinistra” si fossero dissociati e smarcati dagli “accusatori”).

    E’ a mio parere successo che non pochi simpatizzanti del Cav., stanchi e risentiti per esser stati immeritatamente “bollati” come fascisti, ecc., si sono via via spostati verso la destra più “radicale”, con la quale si trova oggi a doversi misurare quella sinistra sempre in cerca di un “nemico”, e che osteggiò prima la parte riformista, e poi la destra liberale.

    In questa “competizione”, la odierna sinistra dovrebbe forse convertirsi quanto prima al Riformismo, ed affrontare in maniera non ideologica tematiche come la sicurezza, la fiscalità, ecc.., ma io dubito che ciò possa avvenire, visto che “nessuna delegazione ufficiale pidiessina è andata ad Hammamet” (vedremo inoltre come si atteggerà la sinistra quando il Senato affronterà l’autorizzazione a procedere per l’ex Ministro dell’Interno, perché i riformisti che io ho conosciuto si contrapponevano all’avversario per via politica, ossia fuori dalle Aule giudiziarie).

    Paolo B. 28.01.2020

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