domenica, 27 Settembre, 2020

Energia e Rublo. L’economia russa tentenna

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Gasdotti-Russia-rublo-PutinL'”oro nero” scotta e a bruciarsi è la Russia. La decisione dell’Opec, il cartello dei Paesi esportatori, di lasciare invariata la produzione del petrolio e la conseguente caduta dei prezzi mette in crisi l’economia russa, già colpita dalle sanzioni economiche a seguito della guerra in Ucraina: un esempio su tutti è che da gennaio a fine novembre la capitalizzazione di borsa della principale società energetica russa, Rosnesft, è calata del 38%. Ma ogni disgrazia ne tira a sé un’altra, in queste ore il Rublo, la moneta russa, annaspa e oggi perde l’8% rispetto a venerdì con un cambio a 52,4 sul dollaro e 65,4 sull’euro. A far scivolare il rublo sul mercato dei cambi, tanto che la valuta russa non precipitava così tanto dai tempi della crisi finanziaria russa del 1998, non poco ha contribuito il crollo delle quotazioni del petrolio, principale prodotto da esportazione per la Russia, sceso del 10%.
Petrolio e gas, infatti, sono l’asse portante dell’economia russa in questo momento: rappresentano i due terzi delle esportazioni e ben la metà delle entrate dello Stato. In questo momento, quindi, se il vento della crisi economica soffia sull’Europa, non manca di tormentare la Federazione russa: secondo la Banca Centrale russa l’inflazione arriverà ad avere due cifre nel primo trimestre del 2015, un livello pesante da sostenere per la popolazione, già alle prese con un’economia in stagnazione.
Ma la Russia ha il retaggio della ‘guerra fredda’ sulle spalle e ha imparato dai migliori, gli Usa, a trovare soluzioni originali: diverse proteste contro lo shale gas sono scoppiate nei Paesi dell’Est Europa, finanziate – si sospetta – dalla Russia, per mantenere la dipendenza energetica.

Uno dei casi è quello della Bulgaria, dove all’americana Chevron è stato impedito il fracking per lo Shale Gas, quel procedimento attraverso il quale gli Usa riescono ad estrarre petrolio dalle rocce bituminose. Le manifestazioni ambientaliste sarebbero da ricondurre a collegamenti tra il Cremlino e i gruppi locali che hanno aizzato i manifestanti e finanziato una campagna mediatica anti-shale. L’obiettivo, non sarebbe solo l’America, ma anche punire l’atteggiamento filoeuropeista del Primo ministro Borisov. Ma non è il solo fronte su cui pare ci sia lo zampino del Cremlino: come riportato dal New York Times, anche in Romania la Chevron ha dovuto ritirarsi dopo violente manifestazioni contro la perforazione dei terreni rumeni.

Secondo le dichiarazioni riportate, Gazprom, il colosso energetico controllato dallo Stato russo, ha un chiaro interesse a prevenire che i Paesi dipendenti dal gas naturale russo possano sviluppare le proprie forniture di energia alternativa: è uno degli strumenti di pressione e di politica estera tipici del Cremlino, verso i suoi ex Paesi satelliti.

Ad ogni modo mentre il rublo scende (frenato solo grazie all’intervento della Banca Centrale russa che sta dando fondo alle riserve valutarie per difenderne il corso) Putin non resta con le mani in mano e vola ad Ankara per partecipare al vertice il cui tema è il rafforzamento dei rapporti economici e commerciali con la Turchia.
I due Capi di Stato, Putin ed Erdogan, molto simili per il loro modus operandi su diritti civili e libertà, sono sulla strada per nuovi accordi energetici e doganali, ma restano ancora lontani sulle trattative che riguardano Siria e Ucraina.

Maria Teresa Olivieri

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