mercoledì, 23 Ottobre, 2019

Enrico Maria Pedrelli
Non solo generazione Erasmus

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Qui di seguito il discorso di Enrico Maria Pedrelli, segretario dei Giovani Socialisti, a Firenze durante la manifestazione ‘Stati Uniti d’Europa, verso la Rosa nel pugno’

Compagne e compagni, carissimi tutti
innanzitutto ringrazio dell’invito: sono stato eletto, qualche mese fa, Segretario Nazionale della Federazione dei Giovani Socialisti e ricopro questo ruolo con grande onore e con il massimo impegno; per questo volevo essere presente, per non far mai mancare il contributo dei giovani socialisti in ogni contesto.
E in questo contesto, ci troviamo noi oggi a ragionare sulle europee più importanti della storia: perché saranno queste elezioni a dare un decisivo assetto a tutto ciò che si muoverà dopo. Una ovvietà, di cui però i cittadini non sono ancora consapevoli, e sappiamo tutti benissimo che ancora una volta dovremo confrontarci con la piaga dell’astensione.
Ma non sono qui oggi a parlarvi di logiche elettorali, ma per presentarvi un contributo ideale in cui credo, e su cui i giovani socialisti stanno muovendo i loro primi passi.
Ebbene, noi apparteniamo a quella generazione che – si dice sempre – ha potuto godere sin da subito dei benefici dell’Unione Europea: non abbiamo visto guerre, godiamo di una libertà di movimento senza precedenti, qualcuno di noi va a studiare all’estero senza problemi, possiamo comprare un prodotto in qualsiasi parte d’europa avendo gli stessi diritti, e così via. Eppure io sinceramente non mi sento più fortunato. Rispetto per esempio a quelli che nelle generazioni precedenti oggi possono godere di una bella pensione; di chi ha avuto per tutta la vita un lavoro certo con il massimo dei diritti (la tredicesima, magari la quattordicesima, e le ferie pagate, un mese di vacanze al mare…); di chi certi traguardi li ha raggiunti studiando il giusto – oggi invece lo studio sembra un tunnel senza fine, dove diploma-laurea-master-qualsiasi altro attestato non basta mai, ce ne vuole uno in più! Tutte queste cose gran parte della mia generazione se le scorda. E allora compagni io il privilegio di andare in Austria solo con la carta di identità me lo vendo, me lo vendo volentieri per avere tutte queste cose!
E allora si parla di Generazione Erasmus – che non esiste perché quelli che ci vanno sono una esigua minoranza – di Millennials o cose del genere; per dire che siamo quelli che hanno a disposizione più conoscenze, più possibilità; ma invece noi siamo quelli che hanno capitalizzato meno di tutti. I giovani stavano meglio prima o dopo dell’Unione Europea?
La domanda naturalmente è sbagliata. Ma sappiate che è su questo che giocano i nostri avversari, e che hanno ragione, se noi non abbandoniamo gli entusiasmi per quello che è stato fatto ma che assolutamente oggi non basta. Non basta a proteggerci da una globalizzazione feroce e ingovernata; che poi non è vero che è ingovernata: lo è, ma non da noi, non dai popoli. Se è vero, come si legge in vari rapporti, che metà della ricchezza mondiale è detenuta da un 1% di ricchi, allora io non voglio essere così tanto ingenuo da credere che essi non abbiano un ruolo, e che non gli vada bene così.
E a noi, va bene così l’Unione Europea? Naturalmente ognuno cambierebbe qualcosa, ma io vedo proposte di cambiamento troppo timide. Invece i trattati dell’Unione Europea andrebbero interamente riscritti. L’attuale assetto non solo non funziona come dovrebbe, ma per alcune sue parti è addirittura ingiusto: a partire dalla preponderanza delle cosiddette libertà economiche sui diritti sociali. Su questa preponderanza più volte la Corte di Giustizia ha bloccato le iniziative congiunte dei sindacati – come nelle famose sentenze Viking e Laval del 2007. I sindacati di più paesi che si spalleggiano per avere condizioni migliori, per non far perdere posti di lavoro, per neutralizzare l’effetto micidiale della delocalizzazione delle aziende nei paesi a basso costo: questo è il futuro delle lotte sindacali, ma ad oggi non è possibile. Ad un capitalismo globale, la battaglia per i diritti dei lavoratori deve essere internazionale: perchè non iniziare allora dall’Unione Europea? Perché l’attuale assetto lo impedisce!
È una battaglia di cui dovrebbe nettamente farsi carico il PSE: riscrivere i trattati per iniziare una grande stagione europea di giustizia sociale, dopo quella che si è preoccupata di creare il mercato unico.

Dopo secoli di guerre e tragedie, va conquistato una volta e per tutte il glorioso passaggio storico di un’Europa unita, sociale e pacifista: il contrario dell’Unione Europea oggi, che non è né unita, né sociale, né pacifista. Perché è vero che ha assicurato l’era di pace più lunga e fertile che abbiamo mai avuto, ma dentro ai sui confini: al di fuori, i conflitti – molto spesso i conflitti di interessi tra alcuni stessi stati membri – sono stati esternalizzati; e dall’Ucraina alla Libia i fuochi della guerra e della instabilità regnano.
L’Europa vive un federalismo monco, dunque instabile, che ha creato un apparato istituzionale non rappresentativo ed illogico: questo perché il percorso che c’è stato, se da una parte tendeva al definitivo federalismo, dall’altra si scontrava con la realtà; e cioè che le nazioni non vogliono – come è naturale che sia – cedere più sovranità di quanta ne decidano. E che legare le decisioni delle nazioni, tra mille clausole di salvaguardia, vincoli e regolamenti, o peggio tramite l’inserimento del vincolo di bilancio nelle costituzioni – e il nostro articolo 81 andrebbe immediatamente riportato allo stato precedente – è una politica scellerata che non tiene conto delle situazioni particolari e dell’esistenza di politiche economiche differenti dalla dottrina dominante; che sono legittime, ed anzi, auspicabili.
Sulla scia di questo non credo si debbano accusare le nazioni di “egoismo”, ma io credo debbano essere indagati i loro legittimi interessi e riconosciuti. L’Europa allora deve essere una Confederazione, o una Federazione cosiddetta leggera. Gli Stati Uniti d’Europa sono uno sbaglio se costruiti sul modello americano: non è vero che basta qualsiasi unione europea purchè sia, e come contrastiamo il nazionalismo italiano, così dobbiamo contrastare un dannoso “nazionalismo” europeista – che si basa su un’idea astratta di popolo europeo.
Non esiste un popolo europeo; esiste l’Europa dei popoli. Le radici culturali comuni dell’Europa nascono col cristianesimo – in un dialogo, spesso antagonistico, con l’Islam; si sviluppano col mescolarsi delle tradizioni e delle lingue, e poi si consolidano con il comune progresso scientifico, tecnologico, e intellettuale: la prova che, pur tra guerre e divisioni, è stato il continente europeo ad essere il contesto in cui i popoli sono cresciuti e prosperati. Non si possono dunque ignorare le comunanze, come però non si possono ignorare le differenze: non esiste un unico popolo europeo perché ogni nazione ha con se un carico di culture e aspirazioni che sono differenti dalle altre, e che vanno rispettate e valorizzate: uniti nella diversità. Se invece si cerca di livellare ingegneristicamente le differenze, si creano mortificazioni e tensioni, foriere di instabilità e malessere: è per questo motivo che il progetto europeo ha avuto recenti e gravi battute di arresto.
Ogni nazione ha un preciso ruolo internazionale nel mondo, ed è adempiendo a questo ruolo che si raggiunge l’equilibrio e la pace. Dunque non si può pretendere che questi ruoli siano annullati dalla creazione di un unico e nuovo grande stato: il grande Leviatano. Le nazioni europee devono avere ampi margini di manovra in alcuni settori, mentre devono certamente metterne in comune altri; per esempio: devono essere comuni la difesa (ma allora in stile NATO!), il mercato, le politiche monetarie, la ricerca, i progetti aerospaziali; ma in politica estera gli stati devono mantenere ampi margini di manovra.
In questo, la sovranità – quella popolare, quella costituzionale – è la chiave per costruire l’Europa. E’ dalla sovranità dei popoli europei che discende il potere dell’ Unione. Le prerogative che avranno gli stati rimangono a loro, secondo le proprie costituzioni; non sono invece concesse dall’alto. Per questo non si può dar vita ad una vera e propria costituzione europea, origine di nuova e comune sovranità, ma la Federazione che andrà costruita deve rimanere su base trattativista. Solo in questo modo si possono conciliare le esigenze e le libertà delle varie nazioni con l’Unione.

La futura Federazione/Confederazione europea non si deve chiudere in confini, ma deve realizzare la Pan-Europa. E’ innanzitutto in un mondo che diventa multipolare che acquista vitale importanza il progetto europeo: già da tempo è superata la grande divisione est/ovest del mondo, e l’Europa non può più essere un’appendice statunitense. Ma l’Unione Europea – affinché adempia anche al compito di essere pacifista e non semplicemente pacificata – non può chiudersi nei confini di un grande e unico stato impermeabile all’esterno; ma attraverso la struttura di una Confederazione/Federazione leggera essere fautrice di un grande raggruppamento senza confini di nazioni fortemente interdipendenti tra loro.
La Carta Europea dei Diritti dell’Uomo è un magnifico esempio di come ciò possa essere possibile, dato che vi aderiscono nazioni – come la Russia – che non appartengono all’UE. Può esistere dunque un’Europa a più velocità, e in questo senso l’Italia non solo deve essere il cuore pulsante del progetto europeo, ma deve essere anche libera di attuare la propria azione nel Mediterraneo: dando vita, anche qui, ad una serie di trattati e interdipendenze che lo pacifichino e lo facciano prosperare.
La Pan-Europa è l’idea di un’Europa che non si chiude in confini, ma è un assetto di comunioni e di libertà reciproche che passando dal Mediterraneo arrivano a toccare l’Africa, e poi il Medioriente, e infine la Russia. È esattamente il federalismo di cui Proudhon scriveva molti anni fa! Un sistema a strati che ha nella vera e propria Unione Europea – formata da pochi paesi – il cuore pulsante; la quale dovrà essere ispirata da principi umanistici e sociali; e non dal subdolo unico motivo di tenere stabili i prezzi.
Se su questi temi c’è apertura e accordo, i giovani socialisti non faranno mancare la loro forza, in un progetto nel quale, se deve essere liberal-socialista, noi rappresenteremmo la gamba decisamente più socialista.

Grazie

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