venerdì, 15 Novembre, 2019

ESCALATION TURCA

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Escalation militare in Siria dopo l’attacco della Turchia. Mentre migliaia di persone sono in fuga nelle zone del conflitto intervengono gli Usa per “incoraggiare fortemente” Ankara porre fine alle azioni militari contro i curdi, secondo quanto afferma il Pentagono. Il governo turco fa sapere che sono stati uccisi i primi due soldati dall’inizio delle operazioni. E l’Ue valuta eventuali sanzioni. Erdogan ha minacciato l’Europa di scatenare un’invasione di rifugiati “se insisterà a ostacolare l’operazione” e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio invita a non accettare ricatti e chiede all’Unione europea di “agire con una sola voce”.

Il consiglio di sicurezza dell’Onu ha evitato un intervento armato per risolvere il conflitto tra Turchia e Siria. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che si dice profondamente preoccupato dall’escalation militare turca, ha affermato: “Le operazioni militari devono sempre rispettare la carta delle Nazioni Unite e la legge internazionale umanitaria. Per risolvere questo ed altri problemi internazionali ci vogliono soluzioni politiche e non militari”. Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu è passata la linea della forza della ragione e della diplomazia. Impresa ardua nei confronti di chi cerca di farsi ragione esclusivamente con la forza militare.
Intanto al Congresso americano è stata presentata una legge per imporre sanzioni alla Turchia, mentre il presidente Erdogan minaccia l’Unione Europea di scatenare un’invasione di rifugiati se insisterà a ostacolare l’operazione, definendola un’occupazione. Minaccia inaccettabile ribatte Bruxelles. Ma Ankara ha chiest solidarietà innanzitutto alla Nato ed ha ribadito che con questa operazione si stanno difendendo i confini dell’Alleanza Atlantica e dell’Europa.
Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha affermato: “La Turchia deve comprendere che la nostra principale preoccupazione è che le loro azioni possano condurre ad un’altra catastrofe umanitaria. E che noi non accetteremo mai che i rifugiati siano usati come armi e per ricattarci. Le minacce del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, di aprire le porte ai rifugiati siriani per raggiungere l’Europa è totalmente fuori luogo”.
Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha assicurato che l’Alleanza Atlantica è fortemente impegnata nella sicurezza della Turchia, Paese sul fronte di una regione di grande volatilità. Ed ha precisato che nessun alleato nella Nato ha sofferto più attacchi terroristici della Turchia. Ma, nella conferenza stampa che ha tenuto a Istanbul con il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, ha ammesso che, in seno all’Alleanza, che si esprime per consenso, ci sono visioni diverse in merito all’offensiva di Ankara nel nord-est della Siria.
Secondo fonti vicine all’Amministrazione autonoma curda nel nord-est della Siria, attualmente nelle prigioni della Siria settentrionale gestite dalle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg), ci sono una donna con i suoi due figli tra i combattenti italiani dell’Isis. La notizia è stata confermata all’Adnkronos da fonti dell’intelligence. Anwar Muslem, presidente della regione dell’Eufrate ed ex sindaco di Kobane, ha dichiarato che ci sono italiani nelle carceri delle Ypg.
Secondo quanto riferito dalla delegazione curda in questi giorni a Roma, sotto il controllo delle forze curde ci sono circa 12mila jihadisti e 70mila loro familiari. Nel corso di una conferenza stampa alla Camera, Ahmad Yousef, membro del consiglio esecutivo della cosiddetta federazione della Siria del Nord, ha avvisato: “Quando la Turchia entrerà nel Rojava, la regione gestita dai curdi nel nord est della Siria, non potremo più controllare i detenuti dell’Isis che attraverso la Turchia si sparpaglieranno in tutto il mondo perché sono cittadini di 52 Paesi”.
Dalbr Jomma Issa, comandane delle Ypj, le unità femminili delle Ypg, ha sottolineato: “Questi jihadisti, sono molto pericolosi non solo per i curdi, ma per l’interà umanità. Noi non pensiamo di rilasciarli, ma non sappiamo neanche noi fino a quando possiamo sorvegliarli”.
L’ambasciatore turco a Roma, Murat Salim Esenli, ha affermato. “Siamo scioccati e delusi per le dichiarazioni che arrivano dal governo italiano. Spero che il governo italiano ai livelli più alti capisca le ragioni della Turchia. Difendiamo i nostri confini, non difendiamo solo la Turchia e i cittadini turchi, ma anche i confini della Nato. Indirettamente stiamo difendendo i confini dell’Unione Europea e vogliamo ricordarlo ai nostri alleati Nato. Le cose sono più complesse di come le presenta la stampa. La situazione non è bianco e nero come la presentano i giornali. Purtroppo, l’Ue sta salendo sul carrozzone dell’anti-Turchia. Ed è estremamente preoccupante, la pericolosità delle generalizzazioni. Speriamo che l’Ue si svegli su questo. La Turchia ha spiegato le ragioni dell’operazione, le ha comunicate formalmente alle Nazioni Unite, e se anche dopo di questo ci sono ancora critiche, commenti, per noi significa assicurare sostegno alle organizzazioni terroristiche. Abbiamo dato spiegazioni sugli sviluppi ai nostri confini dal 2011. Se si insiste nel cercare di difendere Ypg/Pyd (i miliziani curdi siriani delle Unità di protezione del popolo curdo e il Partito dell’Unione Democratica) significa assicurare sostegno al terrorismo e non possiamo accettarlo”.
La Siria di Bashar al-Assad è tornata a denunciare l’invasione turca, dopo l’offensiva scattata mercoledì scorso nel nord del Paese, e a ribadire che contrasterà le forze di invasione presenti illegalmente sul suo territorio. Dure critiche sono arrivate dal vice ministro degli Esteri siriano, Faysal Miqdad, nei confronti del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dicendo: “Un bugiardo non ha il diritto di affermare che sta difendendo il popolo siriano o di puntare il dito contro altri per i crimini che lui stesso ha commesso contro i siriani”.
Nelle dichiarazioni rilasciate all’agenzia ‘Sana’, ha aggiunto: “L’aggressione turca contro i territori siriani, pone la Turchia in una posizione che non è differente da quella dell’organizzazione terroristica di Daesh (Isis) e di molti altri gruppi terroristici”.
Alla vigilia dell’inizio delle operazioni turche, Miqdad, parlando ai curdi siriani, ha detto: “La Siria accoglie tutti i suoi figli, e vuole risolvere tutti i problemi in modo positivo”.
Sugli sviluppi dell’offensiva iniziata mercoledì scorso dalla Turchia nel nord della Siria, il ministero della Difesa di Ankara ha annunciato che sono in totale 277 i terroristi neutralizzati dall’inizio dell’operazione ‘Fonte di pace’. Come riporta il canale ‘Trt’, secondo il bilancio ufficiale, la notte scorsa sono stati uccisi altri 49 terroristi delle Ypg, le Unità di protezione del popolo curdo. I militari turchi usano il termine ‘neutralizzati’ per indicare i miliziani uccisi o catturati.
Il ministero della Difesa turco, inoltre, ha fatto sapere che un proprio soldato è morto e altri tre sono rimasti feriti; mentre, secondo quanto hanno denunciato gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, sono più di 70mila gli sfollati tra la popolazione civile.
Vladimir Putin ha denunciato: “L’intervento militare della Turchia può portare ad una fuga dei prigionieri dell’Isis catturati dalle forze curde. Non è certo che Ankara possa tenere sotto controllo la situazione”.
In merito all’escalation, inoltre, Donald Trump è tornato a difendere la sua decisione di ritirare le sue forze dalla Siria del Nord, mossa che di fatto ha dato il via libera all’attacco lanciato da Ankara. Trump ha detto: “La Turchia sta preparando l’attacco ai curdi da tanto tempo, combattono da sempre, noi non abbiamo soldati o militari da nessuna parte nei pressi della zona di attacco. Sto cercando di mettere fine ad una guerra senza fine, parlo con entrambe le parti. Qualcuno vuole che noi mandiamo decine di migliaia di soldati nell’area e iniziamo di nuovo la guerra. La Turchia è un membro della Nato”.
In merito alle sanzioni, Trump ha aggiunto: “Altri dicono di starne di fuori, di lasciare che i curdi combattano le loro battaglie (anche con il nostro aiuto finanziario) Io dico ‘colpire la Turchia finanziariamente anche con sanzioni’ se non gioca seguendo le regole, io controllo attentamente”.
L’esercito turco, sostenuto dai combattenti dell’Esercito siriano libero, ha preso inoltre il controllo di un ckeckpoint all’ingresso della localita’ Ras al-Ain, nel Nord della Siria, sul confine con la Turchia. Lo riporta Al Jazeera. La postazione militare era controllata dalle Forze democratiche siriane.
Altre 11 persone sono state arrestate a Smirne, città della costa egea della Turchia, dopo aver condiviso sui propri account social dei post critici nei confronti dell’intervento militare turco, iniziato due giorni fa nel nord est della Siria.
Gli arrestati sono accusati di aver fatto propaganda a favore dell’organizzazione terroristica curda Ypg, contro cui l’intervento militare è diretto, e di aver condiviso sui propri account social post che istigano all’odio nei confronti del governo, dello stato e delle forze di sicurezza turche.
Con la stessa accusa ieri altre 21 persone sono state arrestate nella città a maggioranza araba e curda di Mardin, non lontano dal confine siriano, mentre. ad Istanbul è stato aperto un procedimento giudiziario a carico di altri 78 cittadini.
Le forze aeree turche hanno bombardato una chiesa nel villaggio di Tall Jihan, nel nord della Siria, a pochi chilometri dal confine turco. Lo ha confermato all’Agi l’ex sindaco di Kobane ed attuale presidente della Federazione della Siria del Nord, Anwar Muslem. È stata colpita la chiesa della Vergine Maria che ospitava i fedeli della confessione ortodossa siriaca. Muslem ha spiegato: “Il raid sul luogo di culto c’è stato ma non sappiamo ancora se vi siano vittime. Migliaia di civili sono in fuga dall’area”.
Le Ong che forniscono assistenza sanitaria alle popolazioni curde della regione del Rojava, nel Nord-Est della Siria, sono ancora operative con i loro mezzi e il personale, ma “un’eventuale escalation dell’offensiva turca potrebbe pregiudicare i già pochi servizi sanitari” che offrono alla popolazione civile della zona al confine con la Turchia. Luca Cafagna, il project manager della Ong italiana ‘Un ponte per …’, lo ha riferito all’Agi parlando da Dohuk, nel Kurdistan iracheno, a poche decine di chilometri dal confine con la Siria dal luogo dove gestisce le operazioni nella regione colpita dagli attacchi turchi.
Luca Cafagna ha detto: “Si cominciano a vedere le prime conseguenze devastanti dell’offensiva turca, nel Nord della Siria e non solo vicino al confine con la Turchia. Le città colpite da bombardamenti aerei e colpi di artiglieria terrestre sono diverse, fino a una trentina di chilometri di distanza dal confine. La zona è ad alta densità urbana e la popolazione coinvolta numerosa, oltretutto provata da 8 anni di guerra dai quali cominciava a riprendersi. C’è un numero imprecisato di persone che hanno lasciato le proprie abitazioni, in preda al panico. Alcune centinaia di loro hanno trovato rifugio nelle scuole di Hassake, un’ottantina di chilometri a sud. Le conseguenze dal punto di vista umanitario non sono al momento valutabili. Facciamo il possibile per rimanere operativi: siamo in prima linea nella zona del conflitto con ambulanze di prima emergenza e ci coordiniamo con tutte quelle presenti nella regione. Stiamo facendo un grande sforzo, siamo in prima linea nelle zone più colpite con le ambulanze di prima emergenza per supportare la popolazione civile. Noi sosteniamo una quindicina di strutture sanitarie, ospedali e centri salute della regione, e il nostro partner principale è la Mezzaluna rossa curda. Il numero di feriti fra la popolazione civile è al momento imprecisato, ma probabilmente superiore ai circa 20 confermati ufficialmente: non c’è un adeguato sistema di monitoraggio nelle zone del conflitto. Le città in cui sono presenti le ambulanze sono Derek, Derbasye, Qamishlo, Amuda, Ras El Ain, Tel Abiat, Kobane, per trasferire i feriti agli ospedali di Tell Tamer, Hassake, Raqqa ed Ain Issa, più lontani dalla zona direttamente coinvolta. Siamo ancora nella prima fase dell’offensiva e non sappiamo ancora che cosa succederà nelle prossime ore. Si è creata tensione in un territorio in cui la popolazione è già stata colpita dalla guerra e stava cominciando a stabilizzarsi. Un’eventuale occupazione turca nella zona del nord est della Siria potrebbe avere conseguenze gravissime: in passato, si sono già verificate violenze da ‘pulizia etnica’, e si metterebbe in crisi il meccanismo di risposta all’emergenza. Inoltre, Erdogan ha minacciato di espellere milioni di rifugiati siriani che sarebbero da ricollocare e, ancora, c’è il pericolo di un risveglio dell’Isis: già due giorni fa, decine di militanti delle cellule dormienti dello Stato islamico hanno cominciato ad attaccare i campi profughi di Raqqa. Tutto questo avviene perché è venuto meno quel sistema di garanzia di cui gli Stati Uniti facevano parte, con pattugliamenti congiunti con l’esercito turco e quello delle forze siriane democratiche per creare una zona di ‘decompressione’ del conflitto. Guarda caso, gli scontri sono più duri proprio nei luoghi da cui le forze Usa sono partite. Stiamo mobilitando le nostre unità di emergenza e siamo pronti a rispondere con punti di stabilizzazione dai quali trasportare i feriti negli ospedali che supportiamo. C’è un sistema di coordinamento delle Ong (oltre a Upp, Medici senza Frontiere, Save the Children e diverse altre) per coprire le necessità stabilite dal piano di emergenza ma se la situazione degenera, non siamo sicuri di poter continuare ad operare. Molte Ong hanno spostato al sicuro il personale evacuando in parte lo staff non necessario, ma continuano a garantire l’operatività sul posto”.

La più volte annunciata operazione militare a est del fiume Eufrate è iniziata ieri pomeriggio, ma diversi interrogativi potrebbero aprire a Recep Tayyp Erdogan scenari imprevisti nell’offensiva nel nord-est della Siria, a partire dalla sorte dei reduci dell’Isis e delle loro famiglie.
Da quanto si ta profilando, è probabile che l’esercito Libero siriano (Els), alleato di Ankara, sfondi dal confine di Tel Abyad, mentre i turchi passerebbero via terra da Ras al Ayn, nelle cui vicinanze sono stati sferrati i primi bombardamenti di oggi, che hanno colpito i depositi di munizioni e la principale strada di collegamento verso la città. Sia Tel Abyad (dove i curdi affermano di aver fermato l’offensiva di terra) che Ras al Ayn sono state abbandonate dai marine statunitensi lunedì mattina.
All’offensiva i turchi affiancheranno un pattugliamento intensivo del confine, con 100 blindati che hanno raggiunto Kilis, provincia turca a 68 km da Aleppo, ma non confinante con la superficie interessata dal prossimo intervento, in quanto a ovest dell’Eufrate. Il piano della Turchia, infatti, prevede la creazione di un corridoio della lunghezza di 480 chilometri e della profondità di 30 km, a est del fiume.
Un interrogativo con cui ad Ankara sono costretti a fare i conti riguarda la potenza di fuoco che i curdi dello Ypg sono disposti a mettere in campo, quando in gioco è una piccola parte del territorio sotto il loro controllo. Va ricordato che a partire dal 2015 i circa 45.000 uomini, di cui 13.000 arabi (fonte Pentagono) delle milizie curdo siriane hanno ricevuto armi e addestramento da parte degli Usa, nell’ambito della lotta all’Isis.
Il presidente turco dovrà anche tenere conto di possibili ricadute di politica interna, derivanti dalla parte di accordo tra Stati Uniti e Turchia in cui si prevede che Ankara prenda in custodia i prigionieri reduci dell’Isis. Nonostante le operazioni contro i gruppi separatisti curdi riscuotano sempre un largo consenso, sia parlamentare che popolare, l’idea di farsi carico di circa 2.000 terroristi e 60.000 familiari di persone provenienti da tutto il mondo che avevano abbracciato la causa del califfato, è divenuta motivo di dibattito in Turchia.
L’opposizione già parla di una trappola da parte degli Usa, che scaricherebbe la responsabilità dei prigionieri, così come di Francia, Germania, Gran Bretagna, Russia e gli altri Paesi, che hanno rifiutato di riprendersi e processare i propri cittadini radicalizzati e partiti per la Siria.
Erdogan ha accettato il fardello, ha annunciato che i prigionieri verranno trasferiti, ma non ha rivelato nessun piano a riguardo e per questo è finito nel mirino dell’opinione pubblica turca. È un fattore con cui il presidente turco dovrà fare i conti, considerato che l’operazione a est dell’Eufrate è stata annunciata per colpire lo Ypg e ricollocare i profughi siriani, ma ha come obiettivo far guadagnare all’Akp del presidente il consenso perduto nelle ultime elezioni.
La Caritas italiana, in una nota diffusa poco fa, ha lanciato un appello al Governo italiano, all’Unione europea e a tutta la Comunità internazionale “affinché si faccia tutto il necessario per interrompere, senza condizioni, l’ennesimo eccidio e ristabilire il rispetto del diritto internazionale”.
Nella nota di denuncia della Caritas si legge anche: “Con il beneplacito di alcuni Stati si è consumata l’ennesima violazione del diritto internazionale, ormai calpestato sistematicamente in una guerra che dura da oltre 8 anni e che ha trasformato il suolo siriano nel campo di battaglia di una guerra infinita tra potenze regionali. Ora più che mai c’è bisogno dell’impegno e della solidarietà di tutti, perché si possa trovare una soluzione pacifica a questo ennesimo fronte di guerra e si possa rispondere velocemente ai bisogni umanitari più immediati. Il popolo siriano, piagato da quasi nove anni di guerra che hanno causato morte, distruzione e povertà, ha bisogno di pace per ricostruire la propria vita con dignità. Tutta la rete Caritas, già operante da anni nel Paese, si sta mobilitando per essere pronta a rispondere a questa nuova emergenza umanitaria. In particolare, le Caritas di Aleppo e Hassake, con il sostegno di Caritas italiana e di altre Caritas estere, si stanno organizzando per riuscire a rispondere alle molteplici necessità in un contesto sempre più difficile e pericoloso”. Caritas italiana sostiene gli interventi delle Caritas dei Paesi coinvolti nella crisi siriana, Siria, Libano, Giordania, Turchia, Cipro, Grecia, Macedonia, Serbia e Bosnia, sin dallo scoppio della guerra a marzo 2011. Ad oggi Caritas italiana, grazie alle offerte ricevute e a contributi dell’otto per mille alla Chiesa Cattolica, ha realizzato decine di progetti con un intervento complessivo di oltre 7.200.000 euro in vari ambiti: assistenza umanitaria, supporto psicosociale, sanità, promozione del lavoro e convivenza pacifica tra i giovani. Un supporto molto utile, ma insufficiente a risolvere il grave problema dell’umanità causato dalla tragedia delle guerre che producono distruzione, morte e sofferenze laceranti la vita delle persone.

Salvatore Rondello

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