lunedì, 3 Agosto, 2020

Essere italiani, cosa sono, cosa pensano, cosa vogliono davvero?

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«Perché perdere così tanto tempo ed energie per focalizzare cosa vuol dire essere italiani – cosa sono, cosa pensano, cosa vogliono davvero?» Bisogna partire dal rimbombo di questa domanda per comprendere davvero l’insormontabile fenomenologia del trash che Gabriele Ferraresi squaderna e almanacca tra il divertito e il rigoroso in questi quaranta annali raccolti nel suo Mad in Italy (Il Saggiatore, euro 18).

Debitore della seminale opera di Tommaso Labranca, questo campionario riprende vagamente la struttura di Patria di Deaglio, che dall’evento particolare riusciva a allargare l’inquadratura fino a lambire il generale di una stagione, utilizzando però il trash anziché gli attentati o i mondiali di calcio come cartina di tornasole per studiare quarant’anni di storia italiana. Attenzione: trash non va confuso con il brutto, il cafone, il kitsch e men che meno con il vasto scibile che finisce sotto la categoria del pop. Per Labranca (e dunque per Ferraresi) va inteso piuttosto come «l’emulazione fallita»: il «surgelato» Paolo Brosio che in diretta con Emilio Fede prova a fare l’inviato della Cnn fuori dal Palazzo di Giustizia di Milano; Little Tony che scimmiotta con vera devozione Elvis Presley; Mariotto Segni che guarda a Bill Clinton come modello di riferimento. Come diceva Labranca, la formula del trash è matematica: è lo scarto tra l’intenzione originale e il risultato raggiunto, fra le aspirazioni e la rappresentazione. Sono questi i detriti della storia che interessano a Ferraresi per stilare l’unica biografia del paese possibile.

I quarant’anni presi in esame sembrano quasi un lungo sogno che via via assume i connotati di un incubo ricorsivo, estenuato. C’è l’Italia rampante degli anni ’80, che a fatica sembra essersi scrollata di dosso i suoi contadineschi pasolinismi, quella dei paninari di Italian Fast Food con Sergio Vastano e «il Gran Gallo» Enzo Braschi, che accanto a Burghy scopre i cocktail di gamberi e le salse tonnate, «si picchia per un paio di Timberland» e «rincorre il mito dei capitani d’industria». E c’è poi la penisola dell’opulenza decadente di oggi, una società signorile di massa nella fortunata formula di Luca Ricolfi: «un posto dove si produce poco ma si consuma moltissimo. Un posto dove i cittadini che non lavorano hanno superato ampiamente il numero di cittadini che lavorano».
In mezzo, un collante unico o quasi: il tubo catodico.
È il 1980 quando TeleMilano diventa Canale 5 e a 90º minuto si mostrano le camionette della polizia che vanno a prendere sul campo da gioco calciatori e dirigenti per lo scandalo del Totonero. «Giustizialismo, forca, “buttate la chiave” – o almeno buttateli in B – dodici anni prima di Tangentopoli e ventisei prima di Calciopoli», già allora la giustizia si fa spettacolo, il tintinnio di manette alza lo share.
Anche gli Anni 90 teorizzati dal film di Oldoini hanno i loro momenti di gloria, come quando su Rai 2 va in onda una farlocca autopsia a un alieno con in studio una nutrita platea di esperti, tra cui il Roberto Pinotti ufologo e autore assieme a Alfredo Lissoni del recente Mussolini e gli ufo. Il 1996 vedrà poi «la coda lunga del giustizialismo, delle manette facili, con il mostro o i mostri da sbattere in prima pagina» concentrarsi su Gigi Sabani e Valerio Merola nel caso Vallettopoli: c’è sempre una qualche topoli dove avvengono scandali inenarrabili per cui indignarsi e su cui puntare i riflettori delle scomodissime inchieste tv.
E ancora, è su Odeon Tv che Licio Gelli partecipa prima di morire a un programma che si chiama incredibilmente Venerabile Italia. Sempre sul piccolo schermo la Piovra diventa Romanzo criminale e quasi non ci accorgiamo che Michele Placido da commissario Cattani è passato a fare il regista, ma non prima di essersi tolto la soddisfazione di interpretare Padre Pio nell’ennesimo sceneggiato tv; «un ingorgo di santi da fiction», marescialli Rocca, Linde e brigadieri messo in ridicolo negli sketch dell’Ottavo nano da Covatta, Guzzanti e Paolantoni.

Interpellato sull’immarcescibile successo della sua Corrida, Corrado Mantoni, il presentatore sempre azzimato, sempre gioviale, fornisce quello che Ferraresi, non a torto, definisce «un saggio di sociologia condensato in una frase» sul paese in cui viviamo: «Guardi, cercherò di farmi capire con un gioco di parole. Questo è un varietà che cambia continuamente ma che in realtà non cambia mai. Mi spiego: la struttura è sempre la stessa. Ci sono gli ospiti, ci sono io, quello che ogni volta è diverso è il concorrente, anima della trasmissione. Il concorrente è imprevedibile».
Sarabande e samarcande, uomini-gatto telegattoni e iene, il finto rapimento di Lapo Elkann e la salma scomparsa di Mike Bongiorno: il format Italia non cambia mai e non conosce crisi, una lunga festa da strapaese, una sitcom macabra come «Troppo frizzante» in Boris, in cui scopriamo a un certo punto che quel bar in cui si muovono i comici è l’aldilà e che le risate finte sono di altri morti come noi.


Stefano Friani

 

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