domenica, 28 Febbraio, 2021
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Etiopia, il Nobel per la pace e la sanguinosa repressione

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Il Premier etiope Ably Ahmed Ali, premio Nobel per la pace 2019, sta diventando protagonista di una grande sanguinosa repressione politica ed etnica in corso nel Tigre’ una regione a nord del Paese. Non c’è altro modo di descrivere quanto sta accadendo nel territorio che ha come capitale Mekelle, dove negli ultimi tre mesi la situazione è degenerata in vera e propria guerra civile. Tutto è iniziato con il rinvio delle elezioni politiche e di tutti gli altri appuntamenti elettorali previsti per agosto , rinvio deciso dal Governo centrale per l’aggravarsi della pandemia da coronavirus. Ma la regione del Tigre’ non ha accettato questa decisione e le elezioni regionali si sono svolte a settembre con l’elezione dei nuovi organi amministrativi. Elezioni non riconosciute e dichiarate illegittime da Abry che dopo aver inutilmente tentato di fare rispettare la sua decisione ha deciso di inviare l’ esercito. Da qui è iniziata una vera escalation di violenze che hanno visto da una parte le forze del Tigray People’s Liberation Front (Tplf) e dall’altra l’ esercito federale (Endf). Le forze armate di terra sono a vantaggio del Tigre’. L ‘esercito regionale conta più di 200.000 uomini mentre quello di Addis Abeba circa 150.000 mila. Ma Ably può schierare anche l’ aviazione che con i suoi caccia e elicotteri da combattimento si sta rivelando fondamentale . I bombardamenti e le incursioni aeree hanno fatto prendere la bilancia a favore del Governo federale. A Ably poi risponde un ‘ altra formazione armata, il Northern Command che però ha visto il proprio quartier generale a Mekelle conquistato dalle forze tigrine. La popolazione del Tigre’, ridotta senza elettricità e linee telefoniche, sta cercando scampo e riparo in Sudan attraversando il confine a piedi e affollando i campi profughi allestiti. Si calcola che negli ultimi mesi 60.000 persone abbiano lasciato il Paese. Non si contano le carneficine compiute dall’ esercito federale nei confronti di militari e civili e duecentomila tigrini risultano dispersi. Anche se i comunicati di guerra dalle due parti sono ,come succede in questi casi, infarciti di dati propagandistici, le truppe di Addis Abeba stanno avendo la meglio. Anche perché poi possono contare sull’aiuto delle forze armate della vicina Eritrea. Con questo Paese ferocemente nemico dell’ etnia tigrina,  infatti, Ably aveva firmato uno storico trattato di pace. I soldati eritrei sono entrati nella parte settentrionale della regione ribelle e partecipano alla repressione decisa dal Governo federale. Una situazione ancora confusa che ha già causato migliaia nei vittime e che ha costretto l’Unione Europea a sospendere gli aiuti finanziari all’Etiopia, indispensabili per la situazione economico del Paese, finché non vi saranno chiarimenti sulla drammatica condizione umanitaria della popolazione tigrina. Ma i massacri non si fermano. E la posizione del Premier , Nobel per la pace, Ably Ahmed Ali , sta diventando sempre più imbarazzante in un contesto di morti, esecuzioni sommarie, distruzioni e persecuzione etniche.

Alessandro Perelli

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