lunedì, 14 Ottobre, 2019

Ettore Tibaldi, socialismo e libertà

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Nacque a Bornasco, in quel di Pavia, il 19 dicembre 1887. Nel 1907, ad appena venti anni, aderì al Partito socialista italiano. Aveva compiuto gli studi primari e secondari e si era iscritto all’Università di Pavia per seguire i corsi di Medicina. Lo animava un vivo interesse per il mondo dei lavoratori, e per questo si avvicinò alle organizzazioni classiste e cominciò a frequentarle rafforzando le proprie convinzioni. Nel 1913 conseguì la laurea e potè così iniziare una attività che poi svolse per lunghi anni con onore. Aveva forti sentimenti repubblicani, più volte pubblicamente espressi, e per questo subì un processo e venne condannato per vilipendio della Monarchia. Nel 1914-15 partecipò allo scontro fra neutralisti e interventisti, schierandosi con questi ultimi: a suo parere la partecipazione al conflitto avrebbe permesso all’Italia di raggiungere finalmente quella unità che i processi risorgimentali avevano condotto a buon punto; al tempo stesso, più in generale, il conflitto avrebbe permesso di dare all’Europa quella giusta sistemazione che i popoli attendevano da tempo.

Si aggregò allora alla Legione “Mazzni” che si era costituita in Francia per iniziativa di Giuseppe Chiostergi, Peppino Garibaldi e altri.
Rentrò poi in Italia e da volontario si battè contro gli austriaci prima di passare in Albania, dove fu ancora tra i conbattenti e si distinse per il forte impegno.
Nel 1917, fedele sempre alle sue convinzioni politiche, aderì all’Unione Socialisti Italiani, nata per evoluzione del PSRI (Partito Socialista Riformista Italiano) che si era costituito nel 1911 in seguito alla scissione dei social riformisti bissolatiani dal Psi. Nel 1919, concluse le operazioni militari, venne congedato con una medaglia che giustamente segnava il riconoscimento del valore dimostrato nei diversi fronti di guerra. La ripresa della lotta politica dopo la pausa che si era avuta dal ’15 lo vide ancora tra i socialriformisti più impegnati nella promozione del “Fascio della forze democratiche e dei combattenti”. Venne allora candidato alla Camera, ma non venne eletto. Non desistette comunque dall’impegno politico, che seppe conciliare con quello di docente universitario di patologia medica.

Il delitto Matteotti con la piena responsabilità dei fascisti lo portò a Pavia in primo piano tra i rappresentanti di “Italia libera”, il vivace movimento sorto a Firenze per iniziativa di Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Piero Iahier, Ernesto Rossi. Venne perciò ancor più insistentemente vigilato dalla polizia e dai fascisti che lo consideravano ormai come uno dei più forti avversari, e alla fne per effetto delle leggi contro le attività contrarie al regime venne allontanato dala cattedra universitaria. Trovò allora rifugio e possibilità di impegno professionale a Domodossola, dove fu primario presso l’ospedale “San Biagio”. Presto però, anche lì non ebbe vita tranquilla, e venne molestato in ogni modo.

Dopo il 25 luglio del ’43, caduto Mussolini, riprese l’attività politica e si fece promotore di un Comitato che il 7 novembre capeggiò un moto insurrezionale di Valdossola. Il moto si caratterizzava per la stretta solidarietà tra partigiani e civili, ciò che lo rese particolarmente forte logorando i nazifascisti con frequenti attacchi.
L’impegno fu veramente notevole e costò morti e feriti, ma alla fine venne represso. Ettore Tibaldi non si arrese e trovò rifugio in Svizzera, dalla quale rientrò e u tra i più attivi durante i 40 giorni della “Repubblica dell’Ossola”, che dal 9 settembre del ’44 costrinse i nazifascisti a distogliere notevoli forze da altre zone. Chiamato dalla fiducia generale a presiedere la Giunta di Governo, che di fatto era un Consiglio di guerra stante l’accerchiamento cui i partigiani erano sottoposti, guidò con abilità la resistenza fin quando il 19 ottobre i nazifascisti prevalsero ponendo fine al generoso sforzo.
Con il ritorno della libertà e la ripresa delle attività nei diversi settori Ettore Tibaldi venne restituito all’insegnamento universitario e all’impegno politico e amministrativo. Aderì infatti al Partito socialista Italiano, in nome del quale nel ’46 si battè per la Repubblica e nel ’48 venne eletto sindaco di Domodossola. Di lì a poco venne chiamato a più alti impegni. Nel ’53,57,’59 venne eletto senatore e in tale veste fu vice-presidente dell’alto consesso, apprezzato e stimato.

Nel confronto interno al Psi assunse posizioni sempre più radicali, e avversò il centro-sinistra, seguendo alla fine quanti nel ’64 con Vecchietti, Valori e altri diedero vita al Psiup, vissuto poi fino al ‘72. Fu questa l’ultima sua esperienza sul piano politico. Nel 1968, il 24 settembre, a Certosa di Pavia Tibaldi cessò di vivere.

Giuseppe Miccichè

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