mercoledì, 28 Ottobre, 2020

Eurobond e Mes, controversia nell’Unione

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Il MES è lo strumento primario dei salvataggi europei, erede del vecchio fondo Efsf usato per Grecia, Spagna, il Portogallo, Irlanda Cipro. Ma il Mes, l’agenzia lussemburghese creata nel 2012 per frenare la grande crisi finanziaria, è anche al centro di innumerevoli divisioni e polemiche interne ai Paesi con l’Italia oggi capofila per un’applicazione meno penalizzante.
Ad oggi, il Meccanismo europeo di stabilità, che si finanzia emettendo bond e ha un capitale garantito dagli Stati, ha a disposizione una potenzialità di circa 500 miliardi di euro e una serie di strumenti: prestiti, a fronte di un programma di riforme concordato; acquisti di titoli di Stato sul mercato primario e secondario; linee di credito precauzionali; prestiti per la ricapitalizzazione indiretta delle banche; ricapitalizzazioni dirette. Non solo: per accedere all’anti-spread voluto da Draghi, il programma ‘Omt’ della Bce, è necessario sottoscrivere un memorandum col Mes. Aiuti, quelli previsti finora, rivolti a un singolo Paese, con la sottoscrizione di un accordo su riforme da compiere e politiche di bilancio da seguire in cui Paesi come l’Italia vedono il rischio di subire penalizzazioni.

Ecco l’idea, di cui il governo italiano si è fatto capofila, di un’applicazione diversa di fronte al coronavirus: consentire al Mes di fornire linee di credito a tutti i Paesi di fronte all’impatto economico della pandemia. Lasciando a ciascuno la scelta di come spendere quei soldi. Una proposta, come quella dei ‘coronabond’, che trova giustificazione nella natura ‘simmetrica’ della crisi attuale, che sta colpendo tutti. Insomma più solidarietà, rompendo il tabù degli Stati nordici: la mutualizzazione dei debiti nazionali, che farebbe da apripista agli eurobond. Il braccio di ferro è sul futuro dei debiti: che gli aiuti vengano dalla Bce (comprando debito) o dal Mes, alla fine Paesi come l’Italia si ritroveranno con un rapporto debito/Pil che qualcuno teme diventi insostenibile, sopra il 150% del Pil. Una camicia di forza nei fatti, di fronte agli investitori. L’unica via d’uscita è la mutualizzazione, che per Berlino rappresenterebbe un’occasione di leadership europea. Ma anche un enorme costo politico.

Dopo la videoconferenza di ieri sera dei membri del Consiglio Europeo riuniti per la terza volta in tre settimane, nella dichiarazione comune si legge: “La pandemia di Covid-19 costituisce una sfida senza precedenti per l’Europa e per il mondo intero. Esige un’azione urgente, risoluta e globale sia a livello Ue che a livello nazionale, regionale e locale. Adotteremo tutte le misure necessarie per proteggere i nostri cittadini e superare la crisi, preservando i valori e lo stile di vita europei”.
Ma le interpretazioni sono molto diverse, a seconda dei paesi di provenienza, quando si va a guardare il significato di quell’impegno a prendere “tutte le misure necessarie”, e si pensa al medio termine, a come gli Stati membri finanzieranno l’ingente debito pubblico generato dal denaro che stanno spendendo in deficit per affrontare le conseguenze socioeconomiche, oltre che sanitarie, di questa crisi.

Per i nove paesi, tra cui Italia e Spagna, che chiedono di introdurre un nuovo strumento comune per finanziare quel debito, gli eurobond, è chiarissimo che bisogna cambiare marcia, pensare ciò che finora era impensabile, guardare all’efficacia della soluzione per una crisi senza precedenti, più che al consenso con cui sarebbe accolta dagli altri Stati membri.
Eurobond significa emissione di debito comune a tassi d’interesse bassi e uguali per tutti. Niente spread, condizioni di partenza identiche, nessun effetto penalizzante da parte dei mercati per i Paesi finanziati.
Dall’altra parte, per i tedeschi, gli olandesi, i finlandesi, gli austriaci, la parola eurobond, come mutualizzazione del debito, è un tabù insormontabile. Per loro, il massimo che si potrebbe realizzare è una versione più soft del Mes, o Fondo salva Stati, quello che, in cambio del suo sostegno ai paesi che l’hanno chiesto durante la crisi dell’Eurozona, ha imposto durissime misure di austerità.

La linea di credito del Mes, verrebbe adattata alle circostanze e ribattezzata “Pandemic Crisis Support”, con due condizioni: nel breve termine, dedicata solo alle misure di risposta alla crisi del coronavirus; e nel medio-lungo termine legata a “un’aspettativa di ritorno alla stabilità”, ovvero al risanamento finanziario del paese interessato, come ha spiegato il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno, riferendo che su questo punto c’era un “ampio consenso”.
L’Eurogruppo aveva parlato delle due diverse ipotesi martedì scorso, sempre in videoconferenza, e aveva preparato un rapporto sulla discussione per il vertice dei leader che menzionava esplicitamente la linea di credito condizionale del Mes, ma non gli eurobond, nascosti dietro la formula “le diverse proposte”.
Questa asimmetria, nel rapporto di Centeno, si rifletteva poi nella bozza della dichiarazione finale dei leader dei Ventisette, che riportava la frase: “Prendiamo atto dei progressi fatti dall’Eurogruppo sul ‘Pandemic Crisis Support’”, ancora una volta senza neanche menzionare gli eurobond. Come se la strada del ricorso al Mes fosse già segnata, e quella degli eurobond considerata impraticabile.
Ma durante il vertice, non potendo far entrare nella dichiarazione finale la parola, «eurobond», il premier italiano Giuseppe Conte e lo spagnolo Pedro Sanchez hanno ottenuto di togliere anche ogni riferimento al Mes, menzionando il “Pandemic Crisis Support”.

Così ora l’Eurogruppo è invitato semplicemente «a presentare proposte entro due settimane».
Sempre nella dichiarazione dei ventisette si legge: “Queste proposte dovrebbero tener conto del carattere senza precedenti dello shock causato dalla Covid-19 in tutti i nostri paesi e la nostra risposta sarà intensificata, ove necessario, intraprendendo ulteriori azioni in modo inclusivo, alla luce degli sviluppi, al fine di dare una risposta globale”.
Nelle loro risposte durante la conferenza stampa teletrasmessa, al termine del vertice, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno accuratamente evitato di menzionare sia gli eurobond che la linea di credito del Mes, nonostante le domande molto esplicite e precise fatte dai giornalisti.
Charles Michel ha detto: “All’Eurogruppo è stato affidato il compito di discutere le diverse proposte, e di presentare ai leader entro due settimane le diverse possibilità. Un segnale importante è che ogni Stato membro riconosce che questa crisi è eccezionale e unica, e richiede misure molto forti”.
Centeno, tuttavia, che ha partecipato alla videoconferenza dei leader, puntando sulla soluzione che considera più praticabile, o meno impossibile, ha riferito: “Oggi ho presentato ai leader le caratteristiche chiave del ‘Pandemic Crisis Support’, a partire dagli strumenti esistenti del Mes, e dalla prontezza dell’Eurogruppo a concludere questo lavoro e a perseguire soluzioni innovative con tutte le istituzioni”.

Dopo che martedì erano emerse le divisioni fra i ministri delle Finanze, che si erano affidati al vertice Ue per una mediazione al più alto livello politico che permettesse di uscire dal guado, appare ora paradossale che i leader abbiano rimandato la palla allo stesso Eurogruppo, chiedendogli di continuare a discutere e avanzare delle proposte entro due settimane.
Quello che sembra stia avvenendo è una polarizzazione, per cui le due diverse proposte stanno diventando sempre più ipotesi tra loro alternative, sostenute da due fronti sempre più contrapposti.
In questo quadro, l’eliminazione della condizione di ritorno alla stabilità finanziaria, per la linea di credito del Mes, appare come un possibile compromesso, mentre appare più difficile che passi la tesi degli eurobond, o “Corona bond”. Non sarebbe da escludere neanche che, se si arriva a un dialogo fra sordi, le divisioni si approfondiscano ancora di più, fino a mettere a rischio la stessa tenuta dell’Eurozona. Non è più solo un negoziato politico: pesano le migliaia di morti dell’epidemia in Italia e Spagna, e quelli che rischiano di aggiungersi ancora in altri paesi.

Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, dopo il Consiglio Ue, ha dichiarato: “Ci saremmo aspettati una più forte assunzione di responsabilità dai leader. Ora abbiamo due settimane di tempo per lavorare, sperando che si sciolgano le riserve e vengano date risposte. Ci sono le istituzioni europee che stanno combattendo per difendere i nostri cittadini, le nostre vite e la nostra democrazia, nessuno può uscire da solo da questa emergenza. Per questo la miopia e l’egoismo di alcuni governi va contrastata. Voglio essere molto chiaro: i governi nazionali non sono l’Europa”.
Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo economico, intervenendo sulla disputa europea, ha commentato: “L’avversione di alcuni Paesi del Nord Europa alla prospettiva degli Eurobond, ovvero alla condivisione del debito a livello europeo, mi lascia perplesso, per usare un eufemismo. Non vorrei che qualcuno in Europa stesse pensando di lasciar fare debito all’Italia per poi punirla successivamente”.

Anche Luigi Di Maio ha affermato: “Se non interveniamo in maniera decisa, non risolleveremo la nostra economia. E questo non possiamo nemmeno immaginarlo. Abbiamo detto agli altri Stati membri che l’Italia spenderà tutti i soldi necessari, non è questo il momento di tener conto di parametri, scartoffie e burocrazia. Davanti all’emergenza economica ci aspettiamo lealtà da parte dei partner europei. Ci aspettiamo che l’Europa faccia la sua parte. Abbiamo imprese, lavoratori e famiglie che hanno bisogno di un sostegno concreto. Noi questo sostegno glielo vogliamo dare”.
Il compromesso finale, più tattico che politico, non riduce le distanze tra i fronti contrapposti, e arriva dopo la minaccia dell’Italia e della Spagna di non firmare le conclusioni del Vertice e dopo il durissimo attacco di Giuseppe Conte che ha chiesto ai partner, Germania e Olanda in testa, una risposta forte ed adeguata. Il premier ha detto: “Che diremo ai nostri cittadini se l’Europa non si dimostra capace di una reazione unitaria, forte e coesa di fronte a uno shock imprevedibile e simmetrico di questa portata epocale? Come si può pensare che siano adeguati a questo shock simmetrico di così devastante impatto strumenti elaborati in passato, che sono stati costruiti per intervenire in caso di shock asimmetrici con riguardo a tensioni finanziarie riguardanti singoli Paesi?. Basta con gli strumenti usati in passato. Se fosse questo non disturbatevi, ve lo potete tenere, perché l’Italia non ne ha bisogno. Le conseguenze del dopo Covid-19 vanno affrontate non nei prossimi mesi ma domani mattina. L’Italia non chiede una mutualizzazione del debito.  Ciascun Paese risponde per il proprio debito pubblico e continuerà a risponderne”.

Per ora la partita è rinviata, nelle prossime settimane i governi cercheranno un compromesso in sede di Eurogruppo. Ma le posizioni rimangono lontane. Sarebbe necessario un maggior dialogo tra i gruppi delle due diverse posizioni che altrimenti rischiano di far naufragare l’Unione europea.
Anche questo problema improvviso ed imprevisto, sarebbe stato più facilmente risolvibile se l’Unione Europea avesse raggiunto l’unità politica agognata da più di sessanta anni. Il male comune causato dal Covid-19 è una grande opportunità politica per fare dei passi avanti proseguendo speditamente nel processo di unificazione politica dell’Europa.

 

Salvatore Rondello

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