martedì, 27 Ottobre, 2020

Eutanasia. Ricorso del Pm contro assoluzione di Cappato e Welby

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“Prendiamo atto con rispetto della decisione della procura di Massa di ricorrere in Appello contro la nostra assoluzione, stabilita dalla Corte di Assise di Massa “perché il fatto non sussiste relativamente al rafforzamento della volontà e perché il fatto non costituisce reato relativamente all’aiuto alla morte volontaria che abbiamo fornito a Davide Trentini”. Il ricorso della Procura arriva pochi giorni dopo la lettera “Samaritanus bonus” (con la quale la Santa Sede ha definito un “crimine” l’aiuto a morire e ha bollato come “complici” coloro partecipano a tale aiuto, materialmente o attraverso l’approvazione di leggi) e conferma la gravità dell’incertezza giuridica e delle minaccia che incombe sui malati terminali italiani che vogliano sottrarsi a condizioni di sofferenza insopportabile”, così Marco Cappato e Mina Welby, rispettivamente tesoriere e co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, hanno commentato la notizia del ricorso presentato dal PM contro la loro assoluzione: entrambi sono stati assolti dai giudici della Corte di Assise di Massa, per l’aiuto al suicidio offerto a Davide Trentini, il 53 enne, da 30 malato di sclerosi multipla, che nell’aprile del 2017 decise di metter fine alle insopportabili sofferenze in Svizzera, dove ricorse al suicidio assistito, “Vogliamo ribadire oggi che la grave responsabilità di quanto sta accadendo è tutta del Parlamento italiano che non ha ancora fornito risposta ai due richiami della Corte Costituzionale. Da parte nostra, rifaremmo quanto abbiamo fatto per aiutare Davide, e siamo pronti a rifarlo con altri malati nelle stesse condizioni quando sarà necessario, anche se il prezzo da pagare dovesse un giorno essere quello di finire in carcere.”

Lo scorso 27 luglio i giudici della Corte di Assise di Massa avevano assolto Marco Cappato e Mina Welby per l’aiuto fornito a Davide Trentini – perchè “il fatto non sussiste, (in relazione alla condotta di rafforzamento del proposito di suicidio) e perché il fatto non costituisce reato (per quanto riguarda la condotta di agevolazione dell’esecuzione del suicidio).

In seguito alla sentenza della Corte costituzionale sul caso Cappato/Antoniani nel 2019, era stato riconosciuto in Italia il diritto al suicidio medicalmente assistito attraverso il Sistema Sanitario Nazionale alle persone pienamente capaci di intendere e volere, affette da patologia irreversibile fonte di gravissime sofferenze e dipendenti da trattamenti sanitari salvavita.

Le motivazioni della sentenza dei giudici di Massa hanno successivamente “chiarito questo diritto”, evidenziando che il requisito dei “trattamenti di sostegno vitale”, indicato dai Giudici della Corte Costituzionale con la sentenza 242/19, non significa necessariamente ed esclusivamente dipendenza “da una macchina”, ma qualsiasi tipo di trattamento sanitario, sia esso realizzato con terapie farmaceutiche o con l’assistenza di personale medico o paramedico o con l’ausilio di macchinari medici, compresi anche la nutrizione e idratazione artificiali.

In assenza di una legge che stabilisca in modo preciso le modalità attraverso le quali lo Stato è tenuto a rispettare ed aiutare l’esercizio della libertà di scelta da parte dei malati, però, non c’è certezza sui tempi ed è forte il rischio di finire comunque alla via giudiziaria. Così il diritto non viene né goduto, né garantito.

Su questo, l’Associazione Luca Coscioni sta seguendo già due casi: uno in cui l’ASL si è occupata di investire il Comitato etico, come indicato dalla Consulta, l’altro in cui invece l’ASL ha risposto con un diniego a procedere, senza offrire opportune spiegazioni. Per questo, serve urgentemente una legge: per stabilire procedure certe, chiarire a tutti le professionalità coinvolte e cosa occorre fare, suddividendo inequivocabilmente ruoli e competenze, senza il rischio di essere vittime di attacchi giudiziari.

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