giovedì, 28 Maggio, 2020

Ezio Vendrame, morte di un sopravvivente

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Ezio Vendrame è deceduto sabato 4 aprile. A 72 anni. Ucciso da un cancro che alla fine lo ha sopraffatto. Chissà quando tutto è iniziato, chissà quando la prima cellula malata ha cominciato segretamente a raggrupparne altre mentre Ezio, sicuramente ignaro, continuava a scrivere le sue poesie ed i suoi racconti, mentre Ezio continuava a vivere la sua vita franca, schietta, solitaria e dolorosa.
Gianni Mura scrisse che Ezio Vendrame era un sopravvivente, che avrebbe potuto farlo scrivere anche sulla carta d’identità.
Quando i due si incontrarono Vendrame gli dette appuntamento al cimitero di Casarsa della Delizia in Friuli, paese natale suo e di Pasolini, al cospetto della tomba del Poeta. “Il mio compaesano più vivo”, disse lui.
Sopravvivente perché Ezio Vendrame è innanzitutto sopravvissuto ad un orfanatrofio.
I genitori ce li aveva ma non erano in grado di mantenerlo e allora lo mandarono dai preti.
Un ambiente duro. E in ogni caso lo si può immaginare, un bambino senza famiglia è la persona più vulnerabile del mondo.

Giocava a calcio e giocava bene, si fece notare ed a tredici anni lo portarono all’Udinese.
A Udine si sistema in una casa collegio dell’allenatore della primavera Gigi Comuzzi. Insieme a lui Dino, un ragazzone taciturno che di cognome faceva Zoff e che all’epoca era “un portiere brocco in cui nessuno credeva”.
Ezio raccontava che Zoff si portava a zonzo nel portafoglio, ripiegato bene bene, l’articolo di quando prese sette gol dal Foggia. Scrive Ezio, “Quello era il segno della forza e dell’umiltà e anche se avesse fallito nel calcio, per me sarebbe rimasto sempre il numero uno, un campione del mondo”.
Da Udine va alla Spal e poi alla Torres ed al Siena.
Nel 1971 approda al Lanerossi Vicenza, serie A.
Inizia il periodo d’oro, la gente accosta Vendrame a George Best, Boniperti lo paragona a Kempes.
Lui gioca, incanta, crossa, dribbla e quando è in vena gli avversari non sanno come fermarlo. Una volta a San Siro con l’Inter l’allenatore nerazzurro Invernizzi non sa più come fare: cambia tre volte la marcatura su di lui. Niente da fare. Alla fine tocca a Giacinto Facchetti provare a fermarlo ma non cambia niente, quel giorno Vendrame è immarcabile.
L’Inter lo cerca nel 1974 ma poco prima di firmare il contratto lo compra invece il Napoli di Lauro e di Vinicio. Non c’erano ancora i procuratori e quando si trova faccia a faccia con il direttore sportivo Janich senza pensarci troppo fa una richiesta d’ingaggio da 20 milioni di lire, vuole sparare alto e gli sembra di farlo, “Il doppio di quello che mi davano al Lanerossi Vicenza “. Janich accetta subito. Poco dopo Ezio scopre che tale Ferradini, un ragazzotto dell’Atalanta, “ne aveva chiesti e ottenuti 60 di milioni.”
Luis Vinicio l’ha voluto ma lo scarta quasi subito, poco incline a sopportarne l’anarchia tattica e comportamentale.
Già, anarchia comportamentale. Le donne prima di tutto. «Quante donne ho portato a letto? Centinaia, ma le ho amate una per una. Non ho mai fatto l’amore senza sentimento».
Amore e perdizione. Uno dei suoi libri si intitola “Se mi mandi in tribuna, godo”. Il libro è un distillato della filosofia di vita del friulano, dove ammette candidamente i propri vizi e ne fa quasi un pregio.
Il titolo del libro è riconducibile a un episodio di quando giocava nel Napoli. Siamo a Cagliari e Luis Vinicio lo manda in tribuna. Vendrame ne approfitta per andare nei bagni dello stadio con una ragazza conosciuta in areo nel viaggio di andata e presente sugli spalti.
Guascone imprevedibile, spiazzante. Una volta al Lanerossi Vicenza i tifosi lo acclamavano e lui: “Vi ringrazio per l’affetto che mi dimostrate, ma mi sembrate un po’ fuori di testa. Io so soltanto tirare calci a un pallone! Chissà quante cose voi sapete fare meglio di me. Non sono un chirurgo che salva vite umane e nemmeno un operaio che si deve fare un culo così! Sono un fortunato ed è per questo che non vi capisco. Che cosa saranno mai queste partite di calcio! Inventatevi delle alternative domenicali. Andate a vedervi un bel film, leggetevi un libro, oppure restata a casa e fatevi una bella scopata! Non possiamo vivere di solo calcio!”
Dopo Napoli inizia il declino da calciatore. Ma a lui piace giocare a calcio, non fare il calciatore e quindi stagione dopo stagione continuano i dribbling ma continua anche l’insofferenza alla forma.
Nel 1976-77 è a Padova in Serie C e fa il capitano, Mondonico è il capitano della Cremonese. “Mancavano due giornate alla fine, ospitavamo la Cremonese. A loro bastava un punto per ottenere la promozione in serie B, a noi di quella gara non fregava niente. Prima dell’inizio ci accordammo per il pari. Una gigantesca melina, una pazzesca rottura di balle. Giocavamo all’Appiani, vedevo gli sbadigli della gente e mi venne una vampata di vergogna. A un certo punto presi il pallone al limite dell’area avversaria e puntai la mia porta. Feci il campo in retromarcia, scartai avversari e compagni e mi presentai davanti al nostro portiere: finsi di calciare e sulle tribune qualcuno collassò. E che cavolo, bisognava regalare un’emozione, vivacizzare il pomeriggio”. In tribuna un tifoso muore d’infarto e quando un giornalista gli racconta l’episodio Vendrame dice: “Ci deve essere una ragione se un malato di cuore viene a vedere proprio me. Forse aveva deciso di suicidarsi”.
Siamo ancora a Padova, Vendrame nel frattempo ha continuato a morsicare la vita, ha conosciuto il poeta e cantautore livornese Piero Ciampi e sono diventati molto amici. Ciampi è allo stadio e Vendrame se ne accorge. Prende il pallone in mano, ferma la partita e lascia il campo come se niente fosse per andare a salutarlo. Lo stadio è basito, lui torna in campo. Si può ricominciare a giocare. A fine partita gli chiedono conto di quel comportamento e lui dichiara: «Il calcio è una cosa volgarissima di fronte ad un poeta come Piero».
In seguito contro l’Udinese accetta la promessa di soldi per lasciare vincere l’Udinese, a cui servivano punti promozione. Scende in campo ed i tifosi dell’Udinese iniziano a fischiarlo e ad insultarlo. Basta, pensa Vendrame. La palla va in angolo e lui si avvia a batterlo indicando ai tifosi dell’Udinese il punto dove farà goal, direttamente dal calcio d’angolo. Ancora fischi. Vendrame si soffia il naso sulla bandierina e calcia. E’ goal, esattamente dove aveva detto lui.
L’ultima volta che ha indossato le scarpette e si è abbassato i calzettoni sulle caviglie è stato con la maglia dello Juniors Casarsa, su un campetto con poca erba, dove la vita di tutti i giorni incrocia il pallone: operai, impiegati, studenti.
Mentre il giocatore di calcio si spegneva aveva però preso vita già da tempo la sua passione per la poesia e la scrittura.
Anche in questo senso l’amicizia con Piero Ciampi lo ispirò, lo condizionò, lo segnò. Diceva: “Piero è stata la persona che ha segnato la mia vita, l’ha stravolta. Se già prima mi sentivo un ostaggio del mondo del calcio, dopo la cosa fu ancora più forte. Piero ha dato un senso alla mia vita”.
Ecco, Ezio e Piero, due sopravviventi che si incontrano e che si frequenteranno assiduamente fino alla morte di Piero Ciampi, nel 1980.
Due anime affini che si annusano e si piacciono.
“Certe sere”, raccontava Vendrame su Ciampi, “si doveva andarlo a cercare perché magari era qualche giorno che non tornava. Lo cercavamo nei luoghi più assurdi, tra le vie sperdute o in chissà quali posti: poi te lo trovavi seduto su di un marciapiede che beveva dell’alcol denaturato, circondato dai topi”.
Vendrame ha detto ancora di Ciampi, “Ci sono Cristi che son stati crocefissi a trentatré anni, ma lui per me è nato crocefisso”.
E forse anche lui si sentiva in quel modo.
“Quanto pesa il dolore / sulle piccole spalle di un’anima” ha scritto. Oppure “In questo fottutissimo imbroglio tra la vita e la morte, i miei calli al cuore sono tutte le volte che mi sono battuto”.
Per un po’ di tempo rimase legato al calcio allenando i ragazzi della Sanvitese, gli unici ai quali riteneva di poter insegnare qualcosa. A molti genitori quell’allenatore non piaceva per quello che diceva ai ragazzi e per come concepiva il calcio giovanile.
Per questo Ezio diceva che “sarebbe bello allenare una squadra di orfani”.
Scrivendo ha passato anni dolorosi ma la poesia e la scrittura l’hanno aiutato a riempire la vita. Da lettore amava le poesie di Alda Merini e di Dino Campana, del quale diceva “le sue parole mi scorticano dentro”.
Amava anche la musica.
In casa aveva una chitarra ed una ventina di anni fa ha collaborato con i Tete De Bois; ultimamente frequentava il cantautore Filippo Andreani. Nel 2018 è stato ospitato nel suo album, nella canzone “Il secondo tempo”. Ascoltatela, c’è tutto il Vendrame giocatore di calcio.
“Appartengo a una razza maledetta, a una razza estinta, a una razza senza quartiere. Vivo costante nell’ora dei coltelli, nella galassia dell’amore, nella pattumiera della morte. Per questo vanto ancora il diritto di sognare. Di tutto il resto, io me ne frego. Ma oggi, nella disperazione galoppante che mi circonda, il sangue s’appiccica a tutto quanto c’è di buono. E così, nella miseria della mediocrità dei vostri trucchi e dei vostri maneggi, i miei baci, uscendo dal boato del mio corpo, si disperdono cadendo come foglie morte”
Tratto da “Calci al vento”, di Ezio Vendrame, professione sopravvivente.

 

Marco Burchi

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