martedì, 20 Ottobre, 2020

Fare del Pd il campione del trasformismo: questo significa il Si di Zingaretti al referendum

2

Il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha fatto il gesto che tutti temevamo, cioè si è accodato sostanzialmente alla linea che sul referendum hanno espresso Cinque Stelle, cioè voterà Sì.
Si tratta di una decisione assai grave. Dovrebbe avere delle conseguenze politiche altrentanto gravi. Possono consistere solo in un voto di sfiducia degli iscritti al Pd a queste segreteria (Zingaretti, Franceschini e Orlando).
Zingaretti e i suoi collaboratori non hanno capito una cosa molto precisa: Di Maio e famiglia non hanno espresso favore al referendum per coerenza alla linea di condotta di ridurre la rappresentanza parlamentare. L’hanno proposta e portata avanti in funzione di un loro limpido obiettivo programmatico: distrugggere l’istituto parlamentare, ridicolizzare la richiesta che gli eletti siano competenti specialisti ecc. Riecheggiando Lenin Beppe Grillo anni fa, a Pisa, ha sostenuto che per governare lo Stato (a cominciare dal Minisitero de Tesoro) basta servirsi di una cuoca. MI permetto di non insistere nell’elencare questa cultura dell’antipolitica e dell’anti-parlamentarismo e di rimandare ad un mio recente saggio, Gialloverdi e camicie nere. Di Maio, Salvini e il fascismo, Goware, Firenze 2019.
Questo (cioè l’ostilità nei confronti del regime della democrazia parlamentare) è l’obiettivo che i Cinque Stelle perseguono. E intendono far valere col referendum di settembre.
Questa è la ragione per cui da questa movimento non sono state formulate proposte sulla riforma del regime parlamentare, dello stesso funzionamento delle due Camere, dell’elezione del capo dello Stato, della tutela delle minoranze e della rappresentanza delle Regioni in questo consesso ecc.
Il Pd e gran parte delle altre forze politiche si sono battute per correggere e modificare anche profondamente il sistema parlamentare, che da decenni presenta molti limiti organici. Ed è questa la ragione per cui una forza di sinistra come il Pd non può votare insieme ad una forza eversiva dell’Istituto della democrazia parlamentare quali sono Grillo, Di Maio, Crimi ecc., che, invece, coerentemente lo vogliono liquidare.
Zingaretti non prende sul serio gli iscritti e i votanti per il suo partito quando sostiene che solo votando Sì al referendum si possono varare le riforme (costituzionali e no) di cui il paese abbisogna.
Il che significa giustificare tutte le mancanze, cioè gli atti non compiuti da questo gruppo dirigente del Pd. Detto semplicemente: la mancata cancellazione dei decreti Salvini sui migranti, da Zingaretti promessa e mai mantenuta, va interpretata come un esempio di eccellente battaglia interna alla maggioranza o, invece,come un cedimento alla pretesa di Di Maio e compagnia di non smentire le operazioni antidemocratiche che insieme alla Lega nel primo governo Conte hanno imposto?
Il mancato accordo tra Pd e Cinque Stelle per candidati unici concordati nelle elezioni comunali e regionali è l’esemplificazione di un’altra sonora sconfitta di Zingaretti, Franceschini e Orlando o è, invece, la manifestazione della necessità di stringere con i pentastellati un’alleanza strategica, come ha detto Franceschini di concerto con Zingaretti.
Il Pd purtroppo è diventato, anche agli occhi dei suoi sostenitori (come Paolo Mieli sul Corriere della Sera) il partito che vive di scambi, di favori, di compensazioni e mance. Ha cessato da tempo di essere quel che è stata sempre la sinistra, cioè un partito di idee, riforme, progetti di cambiamento.
Siamo al trasformismo puro e semplice. Basta pensare al fatto che nella capitale del malgoverno assoluto qual’è l’amministrazione di Roma da parte di Virginia Raggi, il Pd non ha avuto il coraggio di presentare una propria candidatura. Non dispone di leaders capaci o non vuole contrastare la rielezione di un sindaco tanto simpatico quanto tenacemente incapace?
Questi errori e questi pericoli sono stati segnalati da tempo da dirigenti coma Carlo Calenda, dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori, e anche dal quotidiano del PSi, l’ Avanti!. A questo punto esiste un solo problema: avviare una verifica democratica, cioè un congresso, sull’adeguatezza o meno di Nicola Zingaretti a dirigere il Pd.

 

Salvatore Sechi

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

2 commenti

  1. Avatar
    Paolo Bolognesi on

    Non me ne voglia l’Autore di queste righe, ma mi riconosco abbastanza poco nelle Sue conclusioni, laddove si dice “a questo punto esiste un solo problema: avviare una verifica democratica, cioè un congresso, sull’adeguatezza o meno di Nicola Zingaretti a dirigere il PD”, perché io credo che anche una tale “verifica” cambierebbe nulla o quasi nel procedere di questo partito, nè, guardando al passato più o meno recente, riesco a vederlo come “un partito di idee, riforme, progetti di cambiamento”.

    Se così fosse stato, quella sinistra avrebbe infatti appoggiato il proposito craxiano della cosiddetta “grande riforma” e, per inciso, nel pensare a quel progetto, mi chiedo cosa intendano quanti, anche in casa socialista, vanno talora affermando, peraltro in modo piuttosto generico, che egli abbia commesso errori di valutazione, dopo la caduta del Muro di Berlino (quando invece aveva da tempo intuito che l’architettura istituzionale del Belpaese andava in qualche modo “rimodulata”).

    Tornando al vicino Referendum, andrebbe riconosciuto al Cavaliere di aver allora concepito una Riforma che non si limitava certo al semplice “taglio” dei parlamentari, ma incorse nella contrarietà della sinistra, oltre o non superare la prova referendaria del giugno 2006; e anche di fronte ai comportamenti dell’oggi resta da capire perche l’attuale PSI mantenga alleanze organiche con una sinistra che sembra aver poco di Riformismo (e perché in questi anni non abbia ad esempio cercato intese con FI).

    Paolo B. 10.09.2020

  2. Avatar
    Salvatore Sechi on

    Risposta a Paolo Bolognesi.
    Sono d’accordo su gran parte delle osservazioni di Paolo Bolognesi. L’attuale gruppo dirigente del Pd è difficilmente riformabile. Il partito é privo di collanti sociali. E’ un aggregato di padroncini di tessere elettorali e vive di accordi e spartizioni. La proposta di una collaborazione strategica con Cinque Stelle (avanzata da Franceschini e mai smentita d Zingaretti e da Orando) è la bandiera bianca su ogni idea di sinistra.
    L’unica cosa che questa segreteria dovrebbe tentare di fare é di recuperare i voti che il Pd ha perso negli utimi anni, magari lanciare una grande battaglia per la riforma del funzionamento della macchina giudiziaria. Chi entra in un’aula di giustizia, si rende immediatamente conto che quella struttura ha poco, molto poco, da spartire con l’idea di Stato di di diritto.
    Il PSI dovrebbe chiedersi se si possa collaborare con un partito che santifica Berlinguer, ma soprattutto che non ha il coraggio di riconoscere che storicamente il socialismo democratico ha vinto sul comunismo, anche nella versione che il Pci presumeva di avere rappresentato. Nencini avrebbe dovuto mobilitare tutto il mobilitabile per dire No al prolungamento della secretazione sulle vicende di Ustica e di Bologna decisa irresponsabilmente dal premier Conte con la connivenza (vergognosa) di Zingaretti (insieme a Franceschini e Orlando) e di Leu.
    Il voto a favore del referendum chiude questo cerchio di liquidazione di ogni segmento di una moderna sinistra socialista.
    Con i circa 400 miliardi di Euro che l’Europa e tutte le istituzioni ci forniranno, sarà arduo scalzare Los que mandan, come si direbbe in Argentina, in seno al Pd.

    Salvatore Sechi

Leave A Reply