mercoledì, 12 Agosto, 2020

Fase 2 ripartenza al rallentatore alcune imprese restano chiuse

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La Fase 2 si è presentata con una ripartenza al rallentatore. Da quanto emerge da un sondaggio condotto da Swg con Confesercenti su consumatori ed imprese, il 72% delle imprese è già ripartito, ma ad oggi solo il 29% degli italiani è tornato a servirsi delle attività che hanno riaperto per acquistare prodotti o servizi. Per il weekend potrebbe esserci un’accelerazione se è vero che il 26% dei consumatori progetterebbe acquisti proprio per questo fine settimana, il primo dopo il lockdown. A pesare sui consumi è l’onda lunga dell’emergenza. Tra chi ha rinunciato agli acquisti, infatti, il 54% dichiara di non aver comprato perché non ne aveva bisogno. Si continua, dunque, ad attenersi ai consigli di limitare gli spostamenti non strettamente necessari. Il 24%, invece, non è tornato in negozi e bar per timore di esporsi a rischi. Ma c’è anche un 14% che preferisce risparmiare: i primi segnali delle tensioni sul lavoro, dipendente e indipendente, seguite all’emergenza sanitaria.

L’ombra del Covid si proietterebbe anche sulle abitudini: l’88% degli italiani ritiene che terminata l’emergenza continuerà a evitare assembramenti, mentre il 68% ha riscoperto grazie alla mobilità ristretta le attività del proprio quartiere, e segnala l’intenzione di servirsene di più. Più di quanto ipotizzato, il 54% dei consumatori avrebbero invece intenzione di rivolgersi maggiormente, in futuro, all’online. Il continuato movimento ridotto dei clienti, però, ha inciso pesantemente sui ricavi della maggior parte delle attività in questi primi giorni di ripartenza.
Complessivamente, il 68% di chi ha riaperto ammette di aver lavorato fino ad ora in perdita, di questi quasi la metà (37%) segnala vendite più che dimezzate rispetto alla normalità. Il 17% ritiene invece di aver mantenuto livelli di ricavi più o meno uguali al periodo ante-lockdown, mentre solo un 13% vede una crescita dei ricavi. A soffrire di più sono ristoranti, trattorie e pizzerie: il 92% degli imprenditori della somministrazione ritiene insoddisfacenti o molto insoddisfacenti i risultati dei primi giorni d’apertura. Seguono i bar (83%). Centri estetici e parrucchieri, invece, vivono un primo rimbalzo, con una percentuale di soddisfatti e molto soddisfatti rispettivamente del 81 e del 62%.
Su tutti, pesa l’aumento delle spese: in media, sanificazione e dispositivi di protezione sono costati 615 euro ad impresa. E gli aiuti faticano ad arrivare: secondo un approfondimento di Confesercenti sui propri associati, tra le imprese che hanno fatto richiesta per le forme di credito agevolato messe a disposizione dal Decreto Liquidità, il 51% riferisce di aver ricevuto risposta negativa. Nonostante le difficoltà, però, le imprese non abbandonano il campo: solo il 2% progetta di tornare a chiudere in tempi brevi, mentre l’81% continuerà a mantenere aperta l’attività come oggi.

Ma c’è un 17% che così non riesce a sostenere i costi, e ridurrà gli orari e/o i giorni di apertura. Anche se le imprese non si tirano indietro, c’è bisogno di considerare le difficoltà di questa fase e prevedere sostegni per chi riparte. L’aumento dei costi di gestione legato alle procedure di sicurezza è anticipato dalle imprese, che dopo quasi tre mesi di fermo hanno bisogno di liquidità. Purtroppo, come ha riconosciuto lo stesso governo, i finanziamenti continuano ad arrivare ad un ritmo troppo lento, è necessario dar loro un nuovo impulso: le attività non possono resistere a lungo in questa situazione.
Peggiore è la situazione tra le imprese artigiane. Nei primi 3 mesi di quest’anno il numero delle imprese artigiane presente in Italia è sceso di 10.902 unità. Un dato negativo, tuttavia in linea con quanto registrato nello stesso arco temporale dei 3 anni precedenti.
Il peggio dovrebbe purtroppo sopraggiungere nei prossimi mesi, quando l’effetto economico negativo del Covid si farà sentire con maggiore intensità.
Il coordinatore dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo, ha dichiarato: “In questi due mesi e mezzo di lockdown, molti artigiani senza alcun sostegno al reddito sono andati in difficoltà e non sono stati pochi coloro che hanno ipotizzato di gettare la spugna e di chiudere definitivamente la saracinesca. Dopo una settimana dalla riapertura totale, invece, lo stato d’animo di tanti piccoli imprenditori è cambiato. C’è voglia di lottare, di resistere, di risollevare le sorti economiche della propria attività. Purtroppo, non tutti ce la faranno a sopravvivere e non è da escludere che entro la fine dell’anno lo stock complessivo delle imprese artigiane presente nel Paese si riduca di quasi 100 mila unità, con una perdita di almeno 300 mila posti di lavoro”.

A preoccupare la CGIA, tuttavia, non c’è solo la mancanza di credito che attanaglia gli artigiani e in generale tutte le Pmi, ma anche le previsioni dei consumi delle famiglie italiane per l’anno in corso.
Secondo il Def 2020, infatti, la caduta sarà pari al 7,2 per cento; in termini assoluti il crollo degli acquisti rispetto al 2019 sarà di circa 75 miliardi e a farne le spese saranno soprattutto gli artigiani, i piccoli commercianti e i lavoratori autonomi che vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie.
Insomma, i fatturati di queste piccole attività sono destinati a cadere rovinosamente, trascinando verso la chiusura definitiva tantissimi negozi di vicinato.
L’entità della contrazione dipenderà dalle misure di sostegno che verranno introdotte dal Governo nei prossimi 2-3 mesi. Tenendo conto che negli ultimi 11 anni lo stock delle imprese artigiane è crollato di quasi 200 mila unità, al 31 marzo 2020 le aziende artigiane attive in Italia ammontavano a 1.275.970.

Per evitare che entro la fine del 2020 si registri una ulteriore moria di tantissime botteghe artigiane, la CGIA torna a ribadire la necessità di erogare a queste attività importanti contributi a fondo perduto e di azzerare per l’anno in corso le imposte erariali: come l’Irpef, l’Ires e l’Imu sui capannoni.
Il segretario della CGIA, Renato Mason, ha affermato: “L’artigianato ha bisogno di sostegno perché è l’elemento di coesione sociale del nostro sistema produttivo. Se spariscono le micro imprese, rischiamo di abbassare notevolmente la qualità del nostro made in Italy. E’ vero che con il decreto ‘Rilancio’ sono state introdotte diverse misure tra cui l’azzeramento del saldo e dell’acconto Irap in scadenza a giugno, la riproposizione dei 600 euro per il mese di aprile e la detrazione del 60 per cento degli affitti, ma tutto questo è ancora insufficiente a colmare la rovinosa caduta del fatturato registrata in questi ultimi mesi da tantissime piccole realtà. Troppi provvedimenti che rischiano di disperdere in tanti rivoli le risorse messe a disposizione che, invece, dovrebbero essere convogliate solo su tre voci: famiglie, indennizzi diretti alle imprese e taglio delle tasse”.
Secondo l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, le misure di sostegno messe in campo dal governo, anche i tanto attesi contributi a fondo perduto introdotti con il cosiddetto Dl ‘Rilancio’ a favore delle piccole attività, rischiano di non sortire gli effetti sperati per via delle dimensioni economiche del ristoro, considerate molto contenute.

A mesi dall’inizio del lockdown, nella Fase due dell’emergenza, con il Paese in affanno soprattutto sul piano economico, si moltiplicano le difficoltà di cittadini, famiglie e imprese.
Televideo della Rai ha intervistato Carlo Cottarelli economista ed esperto di finanza internazionale per fare il punto sulle prospettive future e sulle ricette per uscire dall’emergenza. Cottarelli dopo aver rivestito ruoli di rilievo in Banca d’Italia, all’Eni, al Fmi, è stato anche Commissario per la Revisione della Spesa Pubblica nei governi Letta e Renzi. Attualmente è Direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici italiani.

Sulla proposta di Francia e Germania per la creazione di un Recovery Fund di 500 mld di aiuti a fondo perduto per i beneficiari, ma a titolo oneroso per gli Stati che li utilizzano da reperire sui mercati attraverso i bond, il prof. Cottarelli ha detto: “Dovrebbero essere trasferimenti a fondo perduto finanziati da un prestito contratto dall’Unione Europea. Naturalmente il prestito andrebbe rimborsato e le risorse per rimborsarlo, visto che l’Ue non ha poteri di tassazione, dovrebbero venire dai singoli stati, presumibilmente in proporzione al Pil. Per un Paese come l’Italia che è stato
colpito più duramente dal coronavirus i trasferimenti iniziali sarebbero però più forti dei rimborsi, per cui in termini netti ci sarebbe un beneficio. I 500 mld sono meno di quanto speravo ma sono tutti trasferimenti. Vedremo se la proposta della Commissione prevederà una integrazione eventualmente con prestiti”.

Secondo Cottarelli: “Sarà necessario indebitarsi di più per fare fronte alla crisi. Dovrà aumentare il deficit pubblico: nel 2019 era 1,6% del Pil quest’anno si arriverà oltre il 10%, il governo stima intorno al 10,4% ma sarà più alto. Questo deficit alimenta l’aumento del debito che dal 135% si avvicinerà al 160% del Pil”.

Nel Piano di Cottarelli presentato più di 6 anni fa al governo Letta e poi a Renzi, c’erano delle indicazioni su come ridurre il debito.

In proposito, Cottarelli ricorda: “Per prima cosa è necessario fare riforme che consentano al Paese di crescere. Solo così si riduce il rapporto tra debito pubblico e Pil: perché se questo cresce più velocemente del debito, si incrementano le entrate dello Stato e di conseguenza non si aumentano le tasse né si tagliano le spese. Il mio piano prevedeva risparmi sulle spese da usare per abbassare le tasse. Si chiedeva un contributo da parte di tutti per tagliare le tasse, ma prese singolarmente quelle riforme da attuare avrebbero comportato un costo politico e ciò spaventava la politica”.

Sulle priorità per recuperare le entrate e aggredire gli sprechi, l’economista ha detto:
“Un drastico taglio alla burocrazia è fondamentale, una P.A. più efficiente, meno lenta nel prendere decisioni anche in materia di Giustizia, è determinante. Una Giustizia penale, civile, amministrativa lenta e inefficiente è un freno fondamentale alla crescita”.

Dalla crisi dei sub-prime del 2008 fino ad oggi, imprese e cittadini hanno sempre meno soldi in tasca. Su questo argomento, secondo Cottanelli: “Il governo dovrebbe attenuare la perdita di reddito di cittadini e imprese, evitare che le imprese, i negozi e le attività non possano riaprire perché hanno fallito. Poi ci vuole una forte motivazione, una spinta per far uscire le persone dall’incertezza affinché tornino a spendere. E’ fondamentale che lo Stato vari un programma di investimenti pubblici per dare una spinta diretta all’economia, ma per fare ciò abbiamo bisogno di persone preparate”.

Al quesito se saranno sufficienti gli investimenti pubblici ed il taglio agli sprechi per risollevare l’economia così devastata dalla crisi, il prof. Cottarelli ha concluso: “L’altra cosa sarebbe una diminuzione temporanea delle imposte indirette che avrebbe un effetto immediato sulla domanda, oppure una spesa diretta per gli investimenti da parte dello Stato. Più spesa significa più produzione e più ricchezza per far ripartire l’economia. E’ prioritario ridurre la burocrazia: vediamo adesso Conte con il decreto ‘Semplificazione’ se riuscirà a farlo”.

Storicamente, il Partito Socialista Italiano si è sempre battuto per una Pubblica Amministrazione efficiente. Soltanto adesso alcuni lo hanno capito. L’efficienza di uno Stato non si raggiunge soltanto con le parole dei buoni propositi, ma attraverso una serie di riforme coordinati e rispondenti coerentemente alla finalità. Per lo sviluppo economico, l’intervento dello Stato rappresenta un altro punto importante del programma politico socialista. Dopo anni in cui le scelte di politica economica sono state dettate dal neoliberismo che nega l’intervento dello Stato nell’economia, non è necessaria la presenza della pandemia per comprendere che bisogna cambiare politica economica.

Salvatore Rondello

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