lunedì, 14 Ottobre, 2019

Fausto Coppi e l’orbo veggente. A cento anni dalla nascita

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Fausto Coppi è nato cento anni fa, il 15 settembre 1919, a Castellania, in un angolino del Piemonte sudorientale dove non succedeva mai niente. Quarto figlio di Domenico e Angiolina, un fagottino di soli due chili che diventerà il Campionissimo.

Tutti lo stanno giustamente ricordando e celebrando, i giornali, le tv. Il Comune di Castellania ha perfino cambiato nome ed adesso si chiama Castellania Coppi.

Se Fausto Coppi è diventato il Campionissimo lo deve certamente alla sua classe, alla sua attitudine ma anche alle capacità di tal Giuseppe Cavanna, detto Biagio, di vedere in lui, in quel corpo un po’ sgraziato, il fenomeno capace di ammaestrare le strade italiane e transalpine.

Di Coppi oggi, nel centenario, parlano tutti. Noi parleremo di Cavanna.

Biagio nasce nel 1893 a Novi Ligure, terra di ciclismo, ed a Novi Ligure morirà nel 1961.
Inizia a correre in bicicletta con discreto successo, si fa vedere protagonista in molte corse della zona e Novi ligure, in quel periodo, è terra di campioni, come Costante Girardengo per esempio. I due infatti si ritrovano a gareggiare sulle stesse strade ed all’inizio è Girardengo che deve rassegnarsi ad ingoiare la polvere sollevata dalla bicicletta di Cavanna, come durante il Campionato Novese del 1910.

Poi Girardengo si prende le sue rivincite e Cavanna nel 1915 attacca la bici al chiodo.

Decide allora di indossare i guantoni e sale sul ring. Del resto si dice che abbia un carattere rissoso, i pugni gli vengono facili e un passo alla volta, un pugno alla volta, una ripresa alla volta riesce a diventare campione piemontese di pugilato.

Presto però si rende conto che anche il pugilato non fa per lui, troppe botte, troppe volte al tappeto.

E’ così che ricompare nel mondo dello sport come aiuto massaggiatore di Eugenio Pilotta, anche lui con un passato da boxeur. Negli anni bui della prima guerra mondiale Pilotta rimane nello sport a fare il masseur e Cavanna diventa uno dei suoi aiutanti.

Negli anni venti troviamo Cavanna a fianco di Girardengo e dei pistard italiani che si guadagnano la pagnotta nei velodromi europei. Con Girardengo in particolare si instaura un rapporto di fiducia che li porterà a condividere le competizioni ciclistiche. Girardengo a pedalare ed a mangiar polvere sulle strade, Cavanna a rimetterlo in sesto dopo la corsa restituendo freschezza ai muscoli spossati.

Il nostro si appassiona alle questioni mediche legate allo sport e studia, legge, sperimenta. Dove oggi arriva la medicina dello sport un tempo arrivavano le felici intuizioni. Girardengo ad esempio soffriva di proverbiali “mal di schiena”. Cavanna lo manipola, sente una marcata debolezza della muscolatura paravertebrale lombare, soluzione? Subito al fiume, sullo Scrivia, a caricare carrette di ghiaia più volte a settimana e il mal di schiena migliora sensibilmente.

Piano piano nell’ambiente del ciclismo diventa famoso anche come allenatore e scopritore di talenti. Nei primi anni trenta, grazie alla passione ed ai fondi di un imprenditore di Novi Ligure, Cavanna si ritrova a dirigere una vera e propria scuola di ciclismo, facendo diventare casa sua una specie di casa-collegio. Da quella casa passeranno Sandrino Carrea ed Ettore Milano, Michele Gismondi e Franco Giacchero, Riccardo Filippi ed altri ancora

Nel 1936 Cavanna perde prima la vista dall’occhio destro, poi il sinistro. Disperato le prova di tutte prima di arrendersi all’evidenza. La passione per il ciclismo però non passa. Anzi.

Fausto Coppi non ha ancora iniziato l’attività agonistica che ne parlano a Cavanna. Lui lo convoca, ne intuisce le potenzialità ed inizia ad allenarlo.

Del resto dove lo ritrova uno con 34 battiti al minuto ed una capacità polmonare di oltre 7 litri d’aria. Non si lasceranno mai più.

Ecco un ricordo a Giancarlo Governi: “A proposito di sacrifici posso dare un’idea di ciò che ho fatto, specialmente su suggerimento di Cavanna, all’inizio della carriera.
Sveglia alle cinque; prima colazione alle sei; alle sette a Novi Ligure o a Tortona; alle nove ritorno a Castellania, fatta eccezione per i giorni destinati ai lunghi allenamenti (mercoledì e venerdì) che generalmente si svolgevano su distanze di 180-220 chilometri.
Bagno in un mastello, con acqua tiepida dove mettevo solitamente sale comune; a volte mettevo alcuni litri di aceto; dell’amido mi servivo soltanto dopo gli allenamenti più duri.
A mezzogiorno a tavola: antipasto di prosciutto crudo, tonno o sardine; minestra con carne o verdure; filetto e insalata o verdura cotta; uva quando non era stagione, l’uva che noi conservavamo. Niente vino. Soltanto raramente, per far piacere a mia madre, mezzo bicchiere del nostro vino. La birra era preferibile. Acqua minerale. Siesta dalle quattordici alle sedici, ancora a Novi alle diciassette. Cena alle diciannove, diciannove e trenta: minestra con molta verdura, mezzo pollo con insalata o verdura cotta, frutta secca.
Alle ventidue, al massimo, a letto. Durante la notte persiane della camera chiuse, ma con i vetri appena aperti.
L’ordine di Cavanna era perentorio: niente strada a piedi, perché un ciclista deve andare sempre in bicicletta. Il regime di vita era duro, però ogni volta che mi saltava
in testa di piantarla con il ciclismo, pensavo alla vita dura dei contadini e a quella dei
minatori.”

Nel 37 Cavanna manda Coppi a partecipare alla sua prima gara tra i professionisti e fa scrivere un biglietto all’organizzatore “Ti mando due miei allievi. Coppi vincerà il primo premio, Bergaglio farà quello che potrà. Osserva bene Coppi. Assomiglia a Binda”.

Coppi vince, come previsto da Cavanna. Il successivo 4 giugno Coppi si classifica terzo al Giro del Piemonte, fermato al momento della fuga decisiva solo da un salto della catena. Pavesi, direttore sportivo di Bartali alla Legnano è entusiasta e lo ingaggia, 700 lire al mese, niente male per uno che fino a poco tempo prima faceva il garzone per un salumiere.

Cavanna continua ad assistere Coppi ed a consigliarlo tatticamente e si arriva al Giro d’Italia del 1940, tappa Firenze-Modena.

Se il 15 settembre 1919 è nato l’uomo è indubbio che il 29 maggio 1940 è nato il Coppi Campione.

Fa il gregario di Bartali ma Bartali stenta per i postumi di una caduta e per un guasto meccanico. Sull’Abetone, al tredicesimo tornante, dopo sette chilometri di salita, Coppi lascia tutti di stucco e se ne va. E’ Orio Vergani che sul “Corriere della Sera” scrive: “Fu allora sotto la pioggia che veniva giù mescolata alla grandine, che io vidi venire al mondo Coppi… Vedevo qualcosa di nuovo: aquila, rondine, alcione, non saprei come dire, che sotto alla frusta della pioggia e al tamburello della grandine, le mani alte e leggere sul manubrio, le gambe che bilanciavano nelle curve, le ginocchia magre che giravano implacabili, come ignorando la fatica, volava, letteralmente volava su per le dure scale del monte, fra il silenzio della folla che non sapeva chi fosse e come chiamarlo”.

Da allora la storia di Coppi la conosciamo. Davanti a tutti. Quasi sempre.

Alla fine di quella tappa Bartali dichiara “A noi della Legnano non è andata mica tanto male, abbiamo vinto la tappa. Quel ragazzo, quello nuovo …… come si chiama … il Coppi” “Io credevo che si fosse ritirato è invece era andato avanti …. è bravo quello”.

Cavanna continua a stare vicino a Coppi e nel 1942 lo convince a provare il record dell’ora. Altro trionfo. La guerra li divide ma il loro legame riprenderà dopo il conflitto mondiale e durerà per tutta la carriera agonistica di Coppi.
Coppi e Cavanna, Cavanna e Coppi.
Biagio, l’omone dalle mani sapienti, sopravviverà a Fausto neanche due anni.
Amava dire: “Di Fausto Coppi dovevano accompagnarmi per tutta la vita soltanto la voce, il respiro, il fruscio delle ruote, l’odore del sudore e la spigolosità di quelle ossa taglienti, fragili e formidabili, che sentivo vive e pulsanti nelle mie mani di non vedente”.

Marco Burchi

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