lunedì, 6 Luglio, 2020

Fausto Longo
Una proposta di legge contro la violenza di genere

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A otto anni dalla ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica – Istanbul l’11 maggio 2011-, il traguardo resta lontanissimo.

Non ci si poteva certo illudere che, con la doverosa ratifica – legge 27 giugno 2013, n. 77-, il problema della violenza sulle donne fosse risolto: è la carenza di mezzi delle strutture amministrative e di volontariato – specie dopo che gli eventi-spia sono stati loro comunicati dalla parte in pericolo – a far rimarcare con forza il fatto che il problema è anzitutto applicativo.

L’integrità fisica o morale dei minorenni e dei soggetti deboli da tutelare è già oggetto di apposite procedure giudiziarie: l’istanza volta ad ottenere ordini di protezione contro gli abusi familiari, ai sensi dell’articolo 342-bis del codice civile; l’esposizione all’autorità di pubblica sicurezza dei fatti di stalking (Legge 23 aprile 2009, n. 38, anche prima che sia proposta querela per il reato ex articolo 612-bis del codice penale). Un ruolo, con questa procedura, deve essere attribuito anche ai servizi socio-assistenziali del territorio, nonché al sindaco competente per la proposta di trattamento sanitario obbligatorio, ove ne ricorrano i presupposti.

Nello stesso tempo potrebbe essere utile anche il procedimento di prevenzione, previsto dal codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, consentendo al Questore di ammonire oralmente il soggetto autore della minaccia e di proporre le misure ivi previste (divieto di avvicinamento a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona in pericolo ovvero obbligo di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona in pericolo; obbligo di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati da prossimi congiunti della persona in pericolo o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o da tali persone; divieto di comunicare, attraverso qualsiasi mezzo, con le persone in pericolo).

Si tratta di prescrizioni assistite da procedure di controllo mutuate dall’applicazione dell’articolo 275-bis, comma 1, del codice di procedura penale: cosiddetto «braccialetto elettronico», di cui al decreto del Ministro dell’interno 2 febbraio 2001, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 38 del 15 febbraio 2001.

Perché tutto questo (così come previsto all’articolo 1 della proposta di legge) abbia un’efficacia, occorre soprattutto incidere sulla coscienza collettiva: la cultura va diffusa mediante un’attenta opera educativa e formativa, mentre il diritto dovrebbe intervenire nelle situazioni patologiche con il consueto meccanismo deterrente e con quello, non meno importante, di affiancamento e supporto. La patologia, occorre prevenirla con un’equiparazione della discriminazione di genere alle altre già positivamente sanzionate dalla cosiddetta «legge Mancino»: a ciò tende l’articolo 2 della proposta di legge.

Quanto all’affiancamento, esso si consegue soprattutto non lasciando le vittime della violenza di genere abbandonate a sé stesse, dinanzi ad un finto agnosticismo nel quale spesso il sistema giustizia si rifugia per ignorare le situazioni in cui il carattere fittizio dello strumento processuale è evidente. Sull’abuso del diritto nel processo penale la dottrina si e già interrogata e le previsioni dell’articolo 3, rispondono ad un’istanza più volte avanzata dalla società civile.
Chi ha denaro può intentare cause contro il soggetto/oggetto delle proprie persecuzioni con motivazioni inventate, promuovendo azioni legali inutili, con spese a carico dello Stato, che nascondono altri interessi personali, sia che si tratti di vendette, di lotte tra coniugi, o altro ancora, con un unico scopo: dare fastidio, arrecare danno. In questo tipo di reato accade che lo stalker si descriva falsamente come vittima e presenti delle denunce contro la vera parte offesa, che è la sua vittima, accusandola dei più svariati reati nell’intento di arrecarle un danno psicologico, un danno di immagine e, tramite la denuncia, civile o penale, anche un danno giudiziario, sicuro di farla franca.
Ciò è inaccettabile giuridicamente, eticamente e socialmente: la soluzione è quella di creare un’apposita aggravante del reato di calunnia perché prendendo in giro la legge per fini personali, attraverso lo «stalking giudiziario» si vuole solo soddisfare un interesse personale di persecuzione della vittima, con reiterate azioni riproposte nel tempo, civili o penali, dettate da odio, vendetta, rivalità, invidia, interessi economici, o per pura perversione mentale mirante a dare fastidio, ad arrecare danno a tutti i livelli, a molestare, al fine di modificare le abitudini e il tenore di vita della vittima, farle perdere il lavoro, la salute, portarla all’esaurimento psicofisico, nella speranza che magari la vittima muoia per malattia da stress psicofisico, o per esaurimento arrivi al suicidio. Tutto ciò viene realizzato attraverso la calunnia espressa nelle azioni giudiziarie esperite contro la vittima, essendo spesso l’unico mezzo rimasto al persecutore, non essendo più in condizioni di poter esercitare, per esempio, la violenza fisica, per allontanamento dalla vittima, o lo stalking vero e proprio.
Ciò fa aumentare inutilmente il carico processuale, facendo perdere inutilmente tempo alla giustizia, che potrebbe impegnare lo stesso tempo, sprecato in tal modo, in maniera più proficua per i cittadini; il tutto grava lo Stato di spese inutili per procedimenti privi di qualsiasi fondamento. Non ultimo, la vittima molestata continuamente viene esposta inevitabilmente a spese legali e processuali, viene inoltre gravata da ingente danno, sia sul piano economico, sia sul piano psicologico, sia riguardo l’immagine personale e professionale. Dev’essere, pertanto, risarcito il danno in termini economici per le spese processuali fatte gravare sia sullo Stato, sia sulla vittima, comprendendo per essa anche il risarcimento per danno biologico, danno all’immagine personale e professionale, per eventuale cessazione di attività dovuta a malattia, o tentato suicidio, a causa di tutte le attività messe in atto nel tempo dallo stalker, che abbiano di fatto impedito alla vittima di continuare normalmente la propria vita, secondo il proprio precedente tenore di vita e le proprie attività lavorative secondo le proprie abitudini.
Il risarcimento economico dovrebbe essere così oneroso da scoraggiare chiunque dal tentare di prendere in giro la giustizia a fini personali, perseguitando le vittime finanche nelle aule giudiziarie, rovinando loro la vita, la salute e l’attività lavorativa, poiché non si possono lasciare gli autori di un’azione civile o, a maggior ragione, penale priva di fondamento, e i falsi testimoni procuratisi per renderla credibile, liberi da gravi responsabilità. Dallo scoraggiamento di azioni processuali di questo tipo deriverebbe, tra l’altro, un alleggerimento del carico processuale che grava nei vari tribunali, a causa di motivi inesistenti e strumentali ad altri fini del tutto illegittimi e sarebbero anche evitati tanti presumibili errori giudiziari che poi a distanza di tempo, magari di dieci anni o più, si scoprono essere tali.

Con il presente disegno di legge quindi si intende prestare la dovuta attenzione al problema, poiché la giustizia deve applicare la legge secondo equità e la legge non va presa in giro per delinquere servendosi dell’apparato giustizia.

Il testo della proposta di legge

 

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