giovedì, 14 Novembre, 2019

Fellini, La dolce vita e il pessimismo di Flaiano

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Ricordare gli oltre sessant’anni trascorsi dalla lavorazione del film di Federico Fellini “La dolce vita” (il primo ciak venne battuto il 16 marzo 1959 al teatro 14 di Cinecittà), sceneggiato dallo stesso regista, da Brunello Rondi, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, è un’occasione per rivisitare con gli occhi e con la mente i tanti episodi memorabili di un’opera spartiacque del cinema, che ha offerto uno spaccato dei rapidi cambiamenti del costume dell’Italia contemporanea, dopo le pellicole del neorealismo che avevano raccontato una <<società tradizionale>>. Nel film, fra gli incontri di maggiore significato che riaffiorano subito nel ricordo, oltre a quello dello sfaccendato giornalista mondano Marcello Rubini (Marcello Mastroianni) con la diva svedese-americana Sylvia (Anita Ekberg) che poi si immergerà nelle acque della fontana di Trevi, di fronte a Mastroianni esitante, ce n’è un altro che attira l’attenzione.

L’incontro di Marcello, che nutre ambizioni letterarie, con il raffinato Steiner (Alain Cuny), uomo colto, mite e sensibile, che suona Bach, registra i rumori della natura e organizza serate dove riunisce artisti e intellettuali. Ma anche angosciato a tal punto dal futuro, da uccidere i suoi due adorati bambini e levare poi la mano su di sé. Premesso che quando si parla de “La dolce vita” è difficile attribuire con certezza la paternità di una scena a uno dei quattro sceneggiatori del film, pare che l’idea dell’intellettuale suicida sia venuta a Tullio Pinelli, ripensando a Cesare Pavese, suo compagno di studi al liceo “Massimo D’Azeglio” di Torino, che nell’agosto del 1950 gli aveva scritto una lettera in cui annunciava la sua dipartita.

La confessione di Pinelli venuta fuori nel 1998, durante una conversazione con Tullio Kezich, puntuale biografo del grande Riminese, mal si concilia però con il contenuto di una lettera di Fellini del 5 settembre 1958, scritta durante il lavoro di sceneggiatura, indirizzata a Brunello Rondi: <<…mi è venuta un’idea. Si tratta di Steiner. Hai letto quella tragedia accaduta anni or sono in Francia? Un uomo giovane e ricco, con un lavoro straordinariamente ben avviato, una bellissima casa, innamoratissimo della moglie e attaccatissimo ai figlioletti, un pomeriggio è rientrato a casa verso le quattro, ha ammazzato i due bambini a randellate e poi si è gettato dal decimo piano. La moglie era al cinema. Un commissario e un amico di famiglia l’hanno avvicinata e pregata di salire su di una macchina. La donna non ha chiesto nulla, ha ubbidito in silenzio…>>. Questo episodio di cronaca ricordato da Fellini a Brunello Rondi, in sé poco originale e creativo, richiama alla mente un passo del dialogo “La scommessa di Prometeo”, compreso nelle “Operette morali” di Giacomo Leopardi, dove un uomo ricco e stimato da tutti si rende protagonista di una tragedia domestica, come poi Steiner ne “La dolce vita”. Momo e Prometeo – scrive Leopardi – <>. Considerando la familiarità che Ennio Flaiano aveva con l’opera di Giacomo Leopardi, forse non è fuorviante affermare che dietro la fragilità di Steiner si scorge la personalità tormentata e il pessimismo dello scrittore di Pescara. La sua aspirazione frustrata alla giustizia e alla verità, il suo disagio per la decadenza e il degrado di Roma e più in generale per la trasformazione di un Paese agricolo in una società avida, crudele e volgare. <> Il vecchio produttore Angelo Rizzoli, che aveva trascorso dieci anni nell’orfanotrofio milanese dei Martinitt e, diventato miliardario, desiderava che il cinema rappresentasse la società in maniera edificante, quando vide il film, davanti alla scena di Steiner che uccide i figli, si agitò sulla sedia e scuotendo la testa mormorò: <<Sarà anche arte, ma i bambini…i bambini non si toccano!>> Non approvava il suicidio di Steiner che lo faceva star male, e a Fellini diceva: <>.

Lorenzo Catania

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