venerdì, 19 Luglio, 2019

Femminismo italiano, quali prospettive? Parla Angela Azzaro

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Angela Azzaro, giornalista, caporedattrice de “Il Dubbio”, è una delle voci più interessanti del femminismo italiano. Da anni in prima linea nella lotta all’odio di genere, alle forme vecchie e nuove di potere patriarcale, si è sempre distinta per il coraggio e il rigore delle sue prospettive teoriche. Sin dai tempi in cui scriveva su “Liberazione” un impegno costante attraversa i suoi interventi: quello di ridare centralità all’elemento libertario, di tornare all’essenza antiautoritaria del discorso femminista. La incontro per fare il punto sul dibattito in corso, dal #MeToo alla Legge Merlin.

A inizio marzo la Consulta ha respinto le questioni di costituzionalità sulla Legge Merlin sollevate dalla Corte d’appello di Bari, che chiedeva se i reati di favoreggiamento e di reclutamento della prostituzione non siano in contrasto con il principio di libertà sessuale tutelato dalla Costituzione. La Lega intanto torna a parlare di riapertura delle case chiuse e una serie di associazioni femministe, tra cui Resistenza Femminista, Differenza Donna e altre fanno quadrato intorno alla Legge Merlin. Eppure esiste una posizione intermedia a cui non è stato dato spazio: quella del femminismo libertario, ma anche di coloro che sono direttamente coinvolti nella prostituzione, e cioè le e i sex worker.

Mi sembra un’analisi più che condivisibile. Forse è giusto che non sia stata la Corte Costituzionale a decidere sulla modifica della Legge Merlin: siccome è una legge che ha un peso importante nella storia della libertà femminile, è meglio che se ne discuta. Non mi sono scaldata più di tanto per questa sentenza, è un dibattito che deve avvenire in Parlamento coinvolgendo tutte le forze politiche – anche se è un Parlamento retrogrado su questi temi. È il legislatore a doversi assumere questa responsabilità. Nel merito della questione del favoreggiamento e del reclutamento, penso che siano proprio queste le norme della Legge Merlin che vanno cambiate. Spesso parliamo di lotta allo sfruttamento della prostituzione, eppure queste norme finiscono per favorirlo. Se io fossi una prostituta e facessi questa scelta liberamente, magari mi accompagnerei a un’altra prostituta per farmi forza: in strada ma anche al chiuso essere in due è meglio, non lo dico io ma coloro che fanno quel lavoro. Così facendo, tuttavia, verrei accusata di favoreggiamento. Dal punto di vista pratico è quindi una norma assurda, dal punto di vista ideale stiamo dicendo alle donne che sono delle “minus habentes”, che non sono in grado di decidere del loro destino. Ormai il movimento delle e dei sex worker ha criticato questa norma ed è giusto modificarla. Questo non significa tornare alle case chiuse, è un altro piano. Anche solo quell’espressione è da respingere, da rimandare al mittente…

Evoca una forma di segregazione.

Evoca una forma di segregazione, di sfruttamento, ma anche un’idea delle donna intesa come oggetto. Anche nella prostituzione le donne sono soggetti che decidono – quando vengono messe nelle condizioni di decidere. Quindi, tornando alla tua domanda iniziale, il mio timore è che a una cultura reazionaria che chiede la riapertura delle case chiuse si risponda in modo altrettanto reazionario, cioè negando soggettività e diritti a chi esercita un lavoro liberamente. Una cosa è lo sfruttamento, una cosa è la schiavitù e una cosa è il lavoro sessuale, a cui vanno riconosciuti diritti e anche doveri: ormai da anni le e i sex worker chiedono di pagare le tasse. La contrapposizione che si è creata nuoce davvero alla chiarezza sia dal punto di vista normativo che da quello simbolico. Si continuano ad alimentare pregiudizi e moralismi che non sono utili e respingono chi fa quel lavoro in una condizione di minorità.

Questo ci riporta al dibattito sui due modelli normativi della prostituzione che oggi vanno per la maggiore: quello abolizionista in salsa svedese – che punisce il cliente e considera la prostituzione una forma di violenza di genere – e quello regolamentarista. A me sembra che i sostenitori del modello abolizionista non tengano conto di una questione fondamentale: punire i clienti porta a marginalizzare ulteriormente coloro che scelgono di continuare a fare i sex worker, esponendoli a condizioni di maggiore pericolo e di maggiore isolamento.

Assolutamente sì. Ti faccio un esempio concreto. Un cliente è venuto a contatto con una prostituta che in realtà era sfruttata; è andato in questura, ha sporto denuncia e quella donna è potuta uscire da una condizione di schiavitù. Se andare con una prostituta fosse reato, se il cliente venisse a sua volta condannato, certamente non farebbe più denuncia. Il cliente – lo raccontano le prostitute che lavorano sulla strada – è il primo contatto con una realtà che può costituire una salvezza, per chi è soggetto a sfruttamento o ridotto in schiavitù. Seguendo quel modello, invece, le prostitute verrebbero isolate ancora di più, verrebbe creata una condizione di segregazione; dal punto di vista del diritto verrebbe negata loro la possibilità di esercitare liberamente. Sono contrarissima alla posizione abolizionista dal punto di vista concettuale e come ricaduta concreta nella vita delle persone. Se tu pensi di risolvere così un problema lo stai solo drammatizzando: parli a nome di donne che costringi ancora di più all’isolamento e alla possibilità di essere sfruttate.

Ho letto alcuni passaggi del volume di Julie Bindel dal titolo “Il mito Pretty Woman”, edito da VandA ePublishing e Morellini. Mi ha colpito il fatto che la prostituzione venisse descritta come un fenomeno esclusivamente eterosessuale. Eppure sappiamo che esistono anche una prostituzione omosessuale e transessuale – quest’ultima pari circa al 20 per cento del totale. Hai anche tu la sensazione che di questo gli abolizionisti parlino poco, forse volutamente?

Probabilmente sì, perché sposterebbe un po’ l’attenzione da una costruzione vittimistica delle donne, da una visione della donna non come soggetto di diritto ma come soggetto da tutelare. Farebbe vedere che anche tantissimi uomini si prostituiscono, non solo con uomini ma anche con donne. È dunque una realtà che sta cambiando molto. Chiaro che si può ragionare sul perché ci sia questa domanda di sesso a pagamento, è un discorso che va fatto ma non può diventare norma, proibizione, obbligo di qualcuno nei confronti di qualcun altro. Io resto fedele all’idea che ogni donna con il suo corpo fa quello che vuole; se una persona decide di prostituirsi deve poterlo fare e non può essere un’altra donna a negarle questo diritto, è una sua libertà. Secondo me queste attiviste impostano il discorso solo sulla prostituzione femminile perché fanno riferimento a una visione del mondo dove le donne sono sempre e comunque vittime. E anche questo è il portato di una cultura reazionaria che va altrettanto contrastata.

Agnès Poirier in un articolo sul New York Times dell’anno scorso ha descritto in modo molto pertinente questo nuovo cosiddetto femminismo di matrice americana che si sta diffondendo un po’ ovunque e che trasforma la battaglia femminista in una lotta dei sessi. Nel suo articolo Poirier cita la Simone de Beauvoir di “L’America giorno per giorno”, secondo la quale “in America si fa riferimento all’amore quasi solo in termini igienici. La sensualità è accettata solo in un modo razionale, che è un altro modo per rifiutarla.” E ancora: “Le relazioni tra uomo e donna in America sono all’insegna di una guerra permanente. (…) Sembra che non sia possibile amicizia fra di loro. Non si fidano l’uno dell’altra, mancano di generosità nel porsi l’uno con l’altra. Il loro rapporto si compone spesso di piccole vessazioni, piccole dispute e trionfi di breve durata”. Non credi che un femminismo che rifiuta la nozione di empatia rischi paradossalmente di diventare reazionario?

Non so se è una questione necessariamente di empatia. Naturalmente il femminismo è conflittuale, non è una passeggiata: mette in discussione in modo radicale il rapporto uomo-donna e almeno tremila anni di storia. Ma se questa conflittualità diventa l’affermazione che il femminile è perfetto, che io ho sempre ragione, che non mi devo mai mettere in discussione perché sei tu che sei sbagliato, allora si commette un errore madornale sia dal punto di vista filosofico che da quello intellettuale e politico. Il femminismo investe sia il femminile che il maschile. Anche le donne sono soggettività che si costruiscono attraverso quella storia millenaria che noi stiamo mettendo in discussione. Nel momento in cui riconosci a te stessa una superiorità stai in qualche modo rigirando la questione, ma sempre nel nome di un pensiero che va ridiscusso: un’idea dei rapporti uomo-donna, della divisione dei ruoli, del femminile e del maschile. Un discorso molto radicale, dunque, che però riguarda tutti e tutte, riguarda anche le donne. Questo potere si è espresso storicamente nell’oppressione maschile, ma non è che le donne siano estranee a questo meccanismo. Quel femminismo americano – poi c’è anche un pensiero anglosassone molto sofisticato, ricco di analisi e di spunti, che ho sempre studiato e amato – è il più banale perché riporta tutto alla donna come vittima e all’uomo come carnefice, ma non è questo il piano su cui dobbiamo agire.

L’altro giorno ho visto la pubblicità di Miss Dior con Natalie Portman. Veniva mostrata una coppia di fidanzati l’uno di fronte all’altra, lui urlava a lei: “Io ti amo!” e lei rispondeva: “Dimostramelo!” E poi cominciava a fuggire inseguita da lui. Rideva sadicamente, addirittura lo spintonava. L’atmosfera di questa pubblicità si respira anche in molto cinema contemporaneo. Si ritiene che l’autodeterminazione della donna si debba ottenere da una parte attraverso una forma di aggressività passiva e dall’altra, come dicevi prima, vittimizzando in qualche modo la donna, rappresentandola come un soggetto che fugge, che si fa rincorrere. Non c’è più traccia di indipendenza o di libertarismo…

Sì, il discorso sulla libertà è rimasto un po’ indietro. Il femminismo viene da anni e anni di moralismo e di giustizialismo; la strada a cui penso è invece la costruzione di libertà. Quando parli di libertà metti in discussione modelli strettamente legati all’eterosessualità: è l’esplosione della soggettività, del desiderio, significa mettere in campo molte più soggettività di quelle che l’immaginario tradizionale ci racconta. Mentre prima, paradossalmente, si stava più attenti a costruire nuovi modelli di donne e di uomini, adesso tutto è molto più irregimentato, più standardizzato. E siccome sappiamo quanto sia importante il potere dell’immaginario, questo significa che anche le ricadute sulla realtà, sull’inconscio collettivo alludono a un ritorno indietro. Per fortuna, con il movimento di Non Una Di Meno si sta affermando una visione diversa del femminismo che si ispira al movimento italiano degli anni Settanta e al pensiero Queer.

Il #MeToo è stato criticato con sfumature diverse anche da voci interne al femminismo, tra cui Margaret Atwood, Germaine Greer, Anna Bravo, Lea Melandri e la stessa Catherine Deneuve con il manifesto delle cento donne francesi. La Atwood scrisse che per ottenere i diritti delle donne bisogna lavorare per i diritti in generale, perché le due cose sono intimamente legate.

Ogni volta che intervengo sul #MeToo ho anch’io una posizione molto critica e cito lo stesso articolo di Margaret Atwood, in un altro passaggio in cui dice: se entra in crisi lo stato di diritto le prime a pagarne le spese siamo noi donne. Pensiamo di lavorare per il cambiamento, ma nel momento in cui diciamo che basta un’accusa per demolire una persona, per trasformarla in un mostro o in un reietto stiamo in realtà distruggendo un sistema di democrazia che riguarda tutte e tutti, che protegge prima di tutto noi: storicamente erano le donne le streghe, quelle messe al rogo. Mettere in discussione le regole della convivenza civile, le norme giuridiche, i processi è una follia: non porta da nessuna parte, dal punto di vista del vivere democratico. E poi è una scorciatoia: si pensa di apportare dei cambiamenti servendosi di metodi approssimativi, giustizialisti, moralisti, ma questi metodi assecondano una visione del mondo a cui manca quella volontà conflittuale che secondo me è alla base del femminismo. Questi metodi solo apparentemente aggressivi si collocano in realtà all’interno del mainstream attuale, che ha fatto appunto del giustizialismo e del moralismo le proprie bandiere. Un po’ come avviene nel “Racconto dell’ancella”: pochi comandano, le regole della democrazia saltano e le donne diventano schiave sessuali. Atwood certo non ignora cosa sia il femminismo ma ha sempre rifiutato una logica giustizialista o vittimistica, ed è riuscita a immaginare questa grande distopia dove le donne tornano a essere corpi usati per la riproduzione. La prima stortura, dunque, consiste nel rinunciare a ciò che la democrazia ha costruito – cioè lo stato di diritto – e a quello che il femminismo ha costruito: l’antimoralismo.

E giungiamo a una conclusione inaspettata. C’è forse un paradossale rapporto fra il populismo di Trump e il populismo del #MeToo? Non assistiamo, in entrambi i casi, al tramonto di un pensiero dialettico, critico?

Apparentemente sono avversari, perché Trump è colui che rivendica non dico di molestare ma almeno di avere una visione della donna assolutamente anacronistica, volgare. Ma alla fine hanno in comune il fatto di fondarsi non su un ragionamento, non sulla comprensione degli eventi ma sul parlare direttamente al popolo. Anche il #MeToo è molto populista, voyeuristico, cerca la reazione immediata della gente; alla base c’è certamente la denuncia di un potere, soprattutto nei luoghi di lavoro, di un comportamento che si è affermato storicamente… ma la soluzione non sono il linciaggio o la gogna. Quella scorciatoia, paradossalmente, ci accomuna a quelli che critichiamo, e quindi a Trump. È un paradosso, ma un paradosso che regge perfettamente.

Giulio Laroni

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