sabato, 11 Luglio, 2020

Fernando Santi. Per il Socialismo e l’unità dei lavoratori

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Non meno di quello politico il mondo sindacale ha avuto tante uomini e donne che hanno speso la loro vita per un migliore avvenire dei lavoratori. Fernando Santi è stato uno di questi, e tra i maggiori: per moltissimi anni è stato uno dei più grandi e più amati dirigenti sindacali italiani, spirito fortemente unitario, interprete fedele delle istanze di giustizia e libertà della gente che lavora.

Nacque a Golese, piccolo comune nei pressi di Parma, il 13 novembre del 1902. Sensibile ai problemi dei lavoratori, desiderosi di lavoro e di pace, ragazzo ancora, interpretando il pacifismo per cui i socialisti si caratterizzavano nel panorama politico nazionale, prese parte alle agitazioni che precedettero la Grande guerra. Nel ’17 aderì alla Federazione giovanile socialista. Nei successivi anni, col ritorno della pace, riprese l’attività politica estendendola e arricchendola di nuove esperienze quale dirigente dei giovani socialisti. Lavorò per la federazione delle cooperative di Parma, poi nella federazione provinciale del Psi. Nel 1920 gli venne affidata la segreteria del circolo giovanile socialista e della cooperativa di consumo di Parma, successivamente della Federazione provinciale socialista e la vicesegreteria della Camera del lavoro. Collaborò al quindicinale “Per la vita”, che era stato fondato da Giovanni Faraboli, esponente socialista riformista, e prese parte alle azioni politiche e sindacali che il partito e la Confederazione Generale del lavoro promuovevano con sempre maggiore intensità, incontrando una crescente resistenza nel padronato e nelle forze conservatrici.

Chiamato a far parte del Comitato centrale della Fgs, respinse il rivoluzionarismo che allora attraeva tanti suoi compagni, affascinati dalla “luce che veniva dall’Oriente” e illusi che si potesse ripetere in Italia quanto avveniva in Russia per opera dei bolscevichi. A suo parere i lavoratori dovevano impegnarsi per ricostruire su nuove basi la società sconvolta e provata dalla guerra, ma con i metodi di lotta che avevano caratterizzato il PSI fin dalla fondazione, rifuggendo quindi dal ricorso alla violenza, dalla esaltazione della “dittatura del proletariato”, dalla sciopero mania. Irrinunciabili erano per lui il “riformismo che costruisce” e l’ “autonomia socialista”.

Quando perciò nel gennaio del ’21 si verificò la scissione comunista, egli non seguì quanti aderirono al Pcd’I: con la piccola minoranza di delegati rimasti fedeli al PSI lavorò per ricostruire la Federazione giovanile, che rinacque con lui segretario.

La situazione intanto diveniva sempre più difficile per l’avanzata della reazione. Le squadracce nazionalfasciste imperversavano dovunque, spargendo sangue innocente di lavoratori, distruggendo sezioni di partito, Camere del lavoro ecc, molte delle conquiste che nei precedenti anni avevano premiato le lotte dei lavoratori venivano cancellate.

Nell’agosto del ’22 Fernando Santi fu a fianco dei lavoratori di Parma nella “battaglia dell’Oltretorrente”, che si concluse con la sconfitta delle squadre fasciste capeggiate da Italo Balbo.

Due mesi dopo l’espulsione dal Psi dei riformisti facenti capo a Matteotti, Turati, ecc. lo portò nel Partito Socialista Unitario.

Dopo l’assassinio di Matteotti per opera della banda Dumini, si trasferì a Torino, dove gli venne affidata la direzione dell’importante sindacato tranvieri, ma provò la durezza del carcere. Nel 1925 assunse la segreteria della Federazione provinciale del PSU di Milano. L’esperienza però non ebbe lunga durata. Con la violenza delle squadracce, il favore della grossa borghesia, della Corona, ecc. il fascismo, superata ogni resistenza, stava compiendo l’ultimo atto della sua ascesa al potere assoluto. Nel ’25 venne sciolto il PSU, nel novembre del ’26 le “leggi eccezionali” e lo scioglimento di tutti i partiti antifascisti cancellarono ogni segno residuo di democrazia. Santi trovò allora lavoro quale dipendente di una ditta di profumi.

Gli fu così possibile muoversi da una provincia all’altra e di incontrare elementi ancora fedeli al socialismo. La polizia lo teneva però d’occhio: nel ’34, trovandosi egli a Foligno, procedette al suo arresto. Rilasciato, venne nel ’36 cancellato dall’elenco dei sovversivi. Negli anni della seconda guerra mondiale ricercò i contatti con vecchi compagni socialisti e nel ’43, alla caduta di Mussolini, si inserì pienamente tra quanti lavoravano alla ricostituzione del Partito socialista, che per la convergenza di componenti e gruppi diversi (Ps, Mup, ecc.) assumeva il nome di Psiup (Partito socialista di unità proletaria). La liberazione di Mussolini voluta da Hitler e la nascita della Repubblica di Salò ridiedero però slancio alla polizia politica, sicchè egli, per evitare un sicuro arresto, riparò in Svizzera, dove venne accolto tra vecchi e nuovi rifugiati antifascisti e a Lugano resse la segreteria del Comitato preposto all’assistenza ai profughi politici italiani.

L’azione tuttavia lo richiamava. Nell’ottobre del ’44 egli si unì ai compagni e partigiani che avevano costituito la Repubblica di Val d’Ossola. La resistenza dei partigiani,però, stava per essere sopraffatta dai nazi-fascisti, che posero fine alla gloriosa esperienza. Santi raggiunse allora il capoluogo lombardo, dove riprese la sua attività fino al 25 aprile del ’45, giorno della insurrezione.

Gli venne allora affidata dal CLN la segreteria della Camera del Lavoro di Milano, dove si impegnò per diversi mesi, contribuendo a consolidare l’organismo, estremamente importante in un momento di ripresa della lotta sindacale.

Contemporaneamente entrò a far parte della Direzione nazionale del PSI, nel giugno del ‘46 venne eletto alla Camera dei deputati, nel 1947 venne chiamato a far parte della segreteria generale della Cgil col comunista Giuseppe Di Vittorio e il democristiano Giulio Pastore, assumendo il posto che sarebbe stato di Bruno Buozzi, assassinato dai nazifascisti. Iniziò così ai livelli più alti una attività che per diversi anni lo avrebbe legato saldamente al maggiore sindacato italiano, al partito della sua giovinezza e al parlamento.

Nel 1948 venne nuovamente eletto alla Camera e rieletto nelle successive tornate fino al ‘57.

Da sempre sostenitore della “autonomia del partito nella unità della classe”, dopo l’esperienza assolutamente negativa delle liste unitarie col PCI nel FDP si sentì confortato e confermato nella sua posizione.

Al congresso straordinario del PSI tenuto nel successivo giugno, divenuta maggioranza la corrente autonomista, entrò a far parte della Direzione nazionale del partito con Alberto Jacometti segretario, Giancarlo Matteotti vice-segretario e Riccardo Lombardi direttore dell’Avanti!.

Per il suo spirito fortemente unitario soffrì molto per la scissione delle componenti cattolica, socialdemocratica e repubblicana dalla CGIL, dalla quale scaturì la nascita della CISL e della UIL, che come tutte le separazioni divideva e indeboliva il movimento dei lavoratori, e si sforzò di privilegiare i momenti e le possibilità di unità tra le organizzazioni sindacali. Confortato dal sostegno unanime dei quadri e della base del sindacato unitario venne designato a far parte dell’Esecutivo della Federazione sindacale mondiale e del Consiglio di amministrazione dell’Ufficio internazionale del lavoro.

Proprio in quegli anni, però, rivelò i segni di un male destinato ad aggravarsi. Costretto a ridurre sempre più la propria attività e alla fine a dimettersi, nel ’65, pur visibilmente provato, volle partecipare al VI Congresso della Confederazione, che si svolgeva a Bologna, e fortemente commosso rivolse un ultimo saluto ai compagni, ricordando il proprio impegno e la propria dedizione, sempre con spirito unitario, alla causa dei lavoratori e del progresso. Pronunziò allora parole che commossero fortemente i delegati, ricordando la sua assoluta fedeltà ai lavoratori in 18 anni di attività, ed esprimendo la speranza che un giorno un lavoratore solo potesse dire: “è stato uno dei nostri, di lui ci possiamo fidare” per potergli rispondere :”puoi fidarti ancora, compagno”. Morì a Parma il 15 settembre 1969.

A tanti anni dalla sua scomparsa il suo ricordo suscita ancora vivo rimpianto tra i progressisti, tra quanti rimangono fedeli al socialismo e credono nella unità dei lavoratori come al bene più grande.

Giuseppe Miccichè

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