mercoledì, 23 Ottobre, 2019

Ferrarotti: “Olivetti, un profeta in fabbrica”
ma oggi esplode il dramma dell’amianto

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Adriano OLIVETTI-IvreaVenti indagati tra industriali e manager e un’inchiesta aperta dalla Procura di Ivrea per 20 morti sospette: si teme che si tratti di altre vittime dell’amianto. Secondo i magistrati, alcuni operai che avevano lavorato negli stabilimenti della Olivetti – dove si fabbricavano telescriventi e personal computer – dopo la pensione si sarebbero ammalate di mesotelioma pleurico. Così, ma questa volta per motivi di cronaca giudiziaria, si torna a parlare della storica fabbrica italiana dopo il grande successo della miniserie trasmessa dalla Rai, dedicata ad Adriano Olivetti, l’imprenditore illuminato che mutò radicalmente il modo di fare industria in Italia. In particolare si distinse per i suoi innovativi progetti industriali secondo cui il profitto aziendale doveva essere reinvestito a beneficio della comunità. Avanti! ne ha parlato con Franco Ferrarotti, sociologo e intellettuale poliedrico, nonché collaboratore di Olivetti stesso per almeno 15 anni. “Sono l’ultimo superstite, e come tale un super teste”.

Ferrarotti, come spiega il consistente successo – oltre sei milioni di telespettatori medi – della fiction dedicata ad Adriano Olivetti?

Credo che il successo risieda nel deserto politico, culturale e morale in cui siamo e ci muoviamo. Una figura come la sua – capace di uscire in tutti i sensi dalle coordinate – evidentemente attrae il pubblico. Olivetti aveva anticipato una serie di problemi che 40 anni erano considerati dai benpensanti, anche della sinistra, dei vaneggiamenti.

E oggi?

Oggi ci si accorge che alcune sue intuizioni erano piene di senso. Per esempio la crisi dei partiti: Olivetti era un socialista – in senso generale – come il padre Camillo. Secondo lui, in qualsiasi contesto di vertice – che sia un partito, un’azienda – se si instaura una oligarchia inamovibile, comincia ad emergere un approccio basato sulla protezione e sulla scelta di circondarsi di persone mediocri. E la mediocrità si auto-riproduce. L’intuizione politica di Olivetti fu quella di riformare gli organi di rappresentanza perché non erano più rappresentativi.

Olivetti ebbe anche un’intuizione sull’aspetto sociale che deve avere l’industria.

L’idea fu mia, lui la accettò in pieno. Il concetto di base è che la proprietà non è né privata, né pubblica, bensì è plurima, composta da quattro componenti: quella tecnologica, quella della comunità dove ha sede l’impresa, gli operai, e infine una piccola percentuale destinata agli azionisti privati. Gran parte dei profitti non andava infatti agli azionisti di maggioranza, ma venivano spesi per i salari e i servizi sociali. Un’altra destinazione era rappresentata dalla costruzione di biblioteche per gli operai che vivevano altrove, con lo scopo di farli istruire e dare loro una cultura.

Secondo lei, dopo quasi mezzo secolo com’è cambiato il capitalismo?

Il capitalismo è proteiforme, mobile e insuperabile, perché si supera da sé. Non è ideologico né dottrinale, intende solo fare denaro per i privati. E contiene una mortale contraddizione: per fare più profitti bisogna aumentare la produzione, e diminuire i salari. In tal modo si innesca però il corto circuito – che vede contrapposte la sovra-produzione da una parte e il sotto-consumo dall’altra – che conduce alla crisi complessiva. Olivetti non licenziava mai: in caso di sovra-produzione non si doveva ricorrere al licenziamento, ma bisognava trovare nuovi sbocchi, nuovi mercati.

Silvia Sequi  

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