martedì, 20 Agosto, 2019

Festival di Sanremo 2019 ovvero il festival dell’armonia

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Il Festival di Sanremo 2019 sarà, per Claudio Baglioni, il “festival dell’armonia”; ma non è la sola definizione che il direttore artistico ha voluto sancire per la 69^ edizione della kermesse canora, in cui sarà affiancato alla conduzione da Virginia Raffaele e Claudio Bisio. Lui ama farsi chiamare “dirottatore artistico”, quasi fosse un capitano al timone, alla guida di una nave alla deriva nel mare della musica, che percorre un cammino che la porterà verso chissà cosa e chissà dove: verosimilmente fino a scoprire il vincitore di quest’anno. Molti lo hanno soprannominato “dittatore artistico” per il rigore, la precisione e la dovizia con cui ha lavorato al Festival.

Ma, al di là di tutti gli appellativi che si possano creare, questa è sicuramente un’edizione un po’ diversa. Si è partiti subito all’insegna di grandi cambiamenti. Innanzitutto, nella prima serata, si sono esibiti tutti e 24 i partecipanti, che non potranno essere definiti concorrenti perché non c’è una gara; infatti non ci sono eliminazioni e non ci sono neppure più le categorie di Big e Nuove Proposte, ma hanno cantato tutti insieme indistintamente. Sicuramente questa nuova modalità, con tre giurie a votare, ha incuriosito; tanto che la prima puntata d’esordio è stata seguita da una media di dieci milioni di telespettatori, con una punta di 15 milioni durante la performance di Andrea Bocelli e del figlio Matteo in “Follow me”: peraltro molto bella e toccante e sicuramente uno dei momenti più alti della serata. Come se non bastasse, non c’è stata neppure una vera e propria classifica di piazzamento finale, ma una semplice suddivisione generica e provvisoria, in continuo cambiamento, di gradimento del pubblico espresso in tre fasce: la fascia blu, quella per chi ha avuto più preferenze raccolte; quella gialla, una via intermedia; quella rossa, quella più bassa, con meno adesioni a favore. Nella fascia blu si sono piazzati: Ultimo, Loredana Bertè, Daniele Silvestri, Irama, Simone Cristicchi, Francesco Renga, Il Volo, Nek. In quella gialla: Enrico Nigiotti, Negrita, Paola Turci, Anna Tatangelo, Patty Pravo e Briga, Arisa, BoomdaBash, Federica Carta e Shade. In quella rossa: Mahmood, Achille Lauro, Nino D’Angelo e Livio Cori, Einar, Ghemon, Motta, Ex Otago, Zen Circus.

Sul palco dell’Ariston è tornato anche il co-conduttore dello scorso Pierfrancesco Favino, che si è cimentato in una performance divertente sui migliori musical di successo con Virginia Raffaele ovvero: Sister Act, Mary Poppins e Bohemian Rapsody; infatti lui era Freddie Mercury, lei Mary Poppins. Un grande momento di ilarità. Invece Michelle Hunziker è salita sul palco nella seconda serata, scatenatissima e piena di entusiasmo, adrenalinica, quasi eccitata. Anche Claudio Baglioni e Claudio Bisio sono stati al centro di un bel momento – nella puntata d’esordio -, in cui hanno duettato insieme in “Io sono qui”; mentre Claudio Bisio si è cimentato in un monologo molto riuscito, per mettere a tacere le polemiche ‘politiche’ su Baglioni, in cui faceva notare – con ironia assoluta ovviamente -, l’ossessione per i migranti da sempre presente nelle canzoni di Baglioni. Poi, come se due Claudio non bastassero, ne è arrivato un terzo: Claudio Santamaria, con cui hanno imitato lo storico Quartetto Cetra. Nella seconda serata, invece, bello e intenso il momento in cui Virginia Raffaele si è cimentata nell’interpretazione divertente e parodistica – quasi comica – della Carmen, l’opera lirica o meglio l’opéra-comique di Georges Bizet in quattro atti, su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, tratta dalla novella omonima di Prosper Mériméedi.

Poi l’omaggio al compianto e scomparso Fabrizio Frizzi, che avrebbe compiuto proprio il 5 febbraio 61 anni. Ma non è stato il solo momento commovente della serata iniziale. Qualche lacrima è scesa anche durante le canzoni, come per esempio durante quella impegnata di Simone Cristicchi, che meriterebbe sicuramente il premio della critica come in passato, che ricorda un po’ “Ti regalerò una rosa”. Anche quella di Anna Tatangelo è molto profonda, dimostra una maturità raggiunta dalla cantante di Sora. Standing ovation per Il Volo, con un brano forte come quello di “Grande amore”. Si candidano ad essere favoriti per la vittoria come del resto anche Arisa, che ha colpito tutti con la positività della sua canzone: leggera, ma significativa. “Mi sento bene” parla della sua gioia di vivere e di godere di ogni momento ed attimo con serenità e allegria, con spensieratezza quasi, senza troppe preoccupazioni, cercando di farsi scivolare i problemi; molto ritmata e orecchiabile, non facile da eseguire con i continui sali e scendi di toni e di cambiamenti di ritmo.

Arisa e Il Volo si sono esibiti di nuovo anche nella seconda serata, insieme ad altri 10 cantanti; gli altri 12 nella terza serata invece. Per quanto riguarda le canzoni, quello che possiamo dire è che Francesco Renga ha aperto la serata, poi è stata la volta del rock elettrico quasi di Nek, con cui ha cantato il romanticismo della sua ricerca e volontà di essere “all’altezza dell’amore”, di trovare la capacità di essere veramente (sempre) pronti sul serio ad amare davvero. Molto rap per i giovani, che si sono connotati anche per canzoni impegnate. Per esempio Irama racconta la storia di una violenza tra le mura domestiche ispirata a una storia vera. Mentre Ultimo, l’importanza di dare attenzione alle piccole grandi cose della vita. Testi a sfondo sociale, di denuncia o quasi, quelli di Daniele Silvestri (con la partecipazione di Rancore, che parla di una storia dura di chi vive ai margini) o di Enrico Nigiotti. Il ritmo travolgente dei BoomdaBash ricorda il loro duetto di successo di questa estate con Loredana Bertè; loro hanno fatto muovere tutti in sala, lei è stata accolta molto calorosamente dal pubblico. Tanti gruppi, anche ritornati e ritrovati: dai Negrita (che mettono al centro l’importanza della libertà, che è ‘non avere mai paura’, la ricerca di cambiare sempre e di non abituarsi all’abitudine) agli Ex-Otago, a Zen Circus. Tanti duetti inediti interessanti. Come Patty Pravo e Briga; un piccolo problema tecnico ha creato qualche difficoltà a partire con la canzone, ma lei ha sdrammatizzato in maniera divertente; più serio lui, più teso, che è rimasto molto composto, poi si è sciolto; nel ritornello le loro voci si sono molto ben amalgamate. Così come quella di Federica Carta e Shade, che hanno messo un po’ di rap a dare ritmo a una canzone romantica comunque. Poi il dialetto di Nino D’Angelo e Livio Cori. Con sensualità Paola Turci in “L’ultimo ostacolo”, parla di come affrontare insieme a chi ci vuole bene, insieme, uniti, come in una famiglia, i vari problemi che ci si presentano: quasi come fosse l’ultimo ostacolo da dover superare che ci si presenta di fronte, con la convinzione di non essere mai soli. Poi giovani vincitori di Sanremo Giovani: Einar e Mahmood, od altri come Ghemon, Motta e Achille Lauro; quest’ultimo accusato di plagio perché la sua canzone “Rolls Royce” assomiglierebbe al brano del 1995 degli Smashing Pumpinks dal titolo “1979”.

Ma quello che vogliamo è che, al di là di tutte le polemiche che inaspriscono gli animi e basta, si dia importanza alla musica, alle canzoni, come ha voluto ribadire Claudio Baglioni; al ritmo e alle sonorità, ma anche ai testi, alle parole, ai significati. Ci piace evidenziare il fatto che molti brani – impegnati socialmente anche – vengono dai giovani e che il segno del cambiamento dei tempi, una sorta di specie di rivoluzione velata, è dimostrato dalla presenza sempre più imminente e massiccia del rap anche a Sanremo: quasi sia un linguaggio più comune, più facile, più accessibile a tutti, della vita di ogni giorno; una forma di dialogo universale che si ricerca e trasversale, anche tra generazioni diverse. Persino i duetti inediti sorprendono: Patty Pravo e Briga, ad esempio, così diversi e così lontani nel tempo come generazioni di cantanti, eppure in grado di parlarsi così bene. C’è sicuramente bisogno di un messaggio di positività in mezzo al trambusto sociale, politico ed economico: la polemica sui migranti lo dimostra, non è un caso; ricordare l’importanza della vita, con tutti i problemi e le difficoltà che si devono affrontare (in cui soprattutto le generazioni più giovani sono a rischio, in cui ci si vende per soldi e in cui si viene sfruttati e abusati, sia fisicamente che psicologicamente, in maniera violenta ed indiscriminata) è essenziale. Farlo attraverso la musica, il modo migliore. Per una musica in grado di far stare bene, sollevandoci da tutti i pesi, quella in grado di dare armonia alle nostre vite, nel senso di sollievo, e di farlo qualsiasi sia la forma d’espressione: tutti i generi, infatti, sono in armonia tra di loro, ossia equivalenti, in grado di portare conforto e una visione più positiva od ottimista forse. Mescolare i generi è una diretta conseguenza logica di tutto questo: non lo dimostrano solo i duetti per l’appunto, per altro al centro delle prossime serate del Festival, ma anche che una contaminazione, commistione di generi mescolati insieme in un unico brano, è quasi una nuova formula vincente nelle canzoni, molto ricercata, od almeno tentata. Da Arisa ad altri brani che inseriscono ritornelli rap a brani più pop. La stessa canzone “Follow me” lo dimostra; non era in gara certo, ma di sicuro già un successo: un po’ in inglese, un po’ melodica, un po’ lirica, un po’ a tratti pop e soul quasi persino; insomma quasi come uno swing che scivola come le dita sulla tastiera di un pianoforte ad eseguire tutte le note di una scala che rappresenta le corde dell’anima, dei nostri sentimenti, delle fasi della vita durante le quali le viviamo, con i suoi momenti di tormento, di sofferenza e di strazio, alternati a quelli di luce e di esplosione di una gioia piena di elettricità, di adrenalina pura, di ritmo, che trascina in modo irrefrenabile, senza che ci si possa fermare o controllare. Poi pensiamo ad esempio quando, nel loro sketch quasi sul musical, Virginia Raffaele e Pierfrancesco favino hanno mischiato i tre principali muscial presi: Sister Act, Mary Poppins e Bohemian Rapsody, per farne uno nuovo quasi.

E allora, appena iniziato, neppure il Festival si può fermare; così non resta che continuare a guardare questa manifestazione canora così rilevante in Italia e rappresentativa del nostro Paese, per vedere e scoprire chi sarà a trionfare. Oltre che per il duetto con Giorgia in “Come saprei”, infatti, Claudio Baglioni ha ben fatto notare un simbolismo presente nella foto di Fabrizio Frizzi (durante la sua commemorazione), scelta da lui per ricordarlo: a braccia aperte, guardando verso l’alto, proprio come Domenico Modugno in “Volare”; quasi a lanciare in volo la musica, che parte per l’etere in giro per il mondo a regalare e donare emozioni di vita. All’epoca c’era “Volare”, oggi “Il Volo”, ma sicuramente Sanremo continuerà a volare nella mente della gente con le sue canzoni: anche quelle che non vinceranno diventeranno dei successi. Perché Sanremo è Sanremo. Sempre. Eternamente. Può cambiare forma, ma non sostanza: quello che rappresenta (ha sempre rappresentato e sempre rappresenterà) per gli amanti della musica è intramontabile. Per questo ogni volta è sempre un’emozione forte; è bastata vedere tutta l’emozione, la tensione, quasi la commozione negli occhi di un Marco Mengoni un po’ ‘scosso’ nella seconda serata per capirlo. Il cantante si è esibito in “Hola” con Tom Walker e poi con Claudio Baglioni al pianoforte in “L’essenziale”. Presenti, tra gli ospiti, anche Ricardo Cocciante, Laura Chiatti e Michele Riondino che hanno presentato il film per la regia di marco Danieli “Un’avventura” (che uscirà il 14 febbraio al cinema); ma anche i comici Pino e Amedeo che hanno proposto un Baglioni tris, una terza edizione targata Claudio Baglioni. Staremo a vedere.

Barbara Conti

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1 commento

  1. Andrea Malavolti on

    Diversi quotidiani dedicano spazio alla triste polemica legata alla competizione canora di Sanremo. “La vittoria del milanese Alessandro Mahmoud (la grafia del cognome è diversa da quella del nome d’arte) a Sanremo smuove commenti e genera interpretazioni. Lo specchio del Paese. Chi lo vede in positivo: le differenze arricchiscono. Chi lo vede in negativo: l’invasione corrode l’identità italiana”, scrive il Corriere. “A Sanremo vince Mahmood di padre egiziano e fede islamica, e che sia nato e cresciuto a Milano, si ritenga e in effetti sia italianissimo nulla conta quando si aprono le gabbie e le cloache dei social iniziano a vomitare un complottismo delirante e un odio razzista che mettono davvero i brividi. – riporta La Stampa – Ma l’immigrazione è anche tema politico, quindi i proMahmood diventano subito di sinistra e gli anti-Mahmood di destra, tutta una guerra a colpi di tweet fra i guelfi della mondializzazione e i ghibellini del sovranismo, con i politici che ci mettono subito sopra l’elmetto, Salvini contrario, Sala orgoglioso e via andare”. “Non credo di essere un simbolo per nessuno per il semplice fatto che sono nato e cresciuto a Milano, quindi sono italiano al 100 per cento”, le parole di Mahmood a Repubblica. (Fonte Pagine Ebraiche)

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