venerdì, 4 Dicembre, 2020

Finanziamento pubblico in 153 Stati
È solo privato negli USA e pochi altri casi

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Obama-Finanziamento campagnaChe il sistema del finanziamento pubblico dei partiti funzioni male è evidente e sarebbe da sciocchi negarlo. Come sarebbe da ciechi non vedere che c’è stata un’enorme pressione mediatica, di taglio quasi sempre solo scandalistico, assai simile a quella che si accompagnò alle inchieste giudiziarie di tangentopoli. Come conseguenza, nell’uno e nell’altro caso, si è assistito a un progressivo indebolimento dei partiti che, indeboliti e ricattati, hanno via via smesso di assolvere alla loro funzione di cerniera e di mediazione tra interessi diversi e contrapposti. Uno spazio vuoto che è stato occupato dai cosiddetti ‘poteri forti’, espressione di grandi interessi e robuste corporazioni.

La storia della corruzione della politica (Ungere le ruote di John Thomas Noonan – Sugar Edizioni, 1984) è comunque vecchia quanto la civiltà. Al tempo dell’antico Egitto, ad esempio, si narra che i funzionari rubassero sui materiali destinati a costruire le piramidi dei faraoni.

Nella Atene del 388 A.C. il pugile Eupolus sembra avesse offerto doni a tre avversari perché questi andassero al tappeto prima del tempo.

Per non parlare di Roma al tempo degli imperatori o dello Stato Vaticano fino ai giorni nostri…

Questo per dire che sarebbe da grandissimi ipocriti sostenere che il ‘vizietto’ di rubare i fondi pubblici sia nato con la modernità e abbia raggiunto vette impensabili solo con la Repubblica. Gli scandali ci sono stati, tanti, diffusi. Sempre e ovunque. Questo non vuol dire ‘così’ fan tutti’ dunque non facciamo nulla perché un rimedio va per forza trovato.

Con la crisi poi gli italiani sono giustamente ipersensibili sul tema della spesa pubblica e sono propensi a tagliare, abolire, cancellare qualunque programma di spesa senza stare a sottilizzare sia che si tratti di ammodernare la difesa aerea, che vola da 25 anni con gli stessi caccia, sia che si tratti della linea TAV Torino – Lione.

Sappiamo bene quanto sia difficile andare controcorrente, rinunciare a lisciare il pelo a un’opinione pubblica furibonda per gli scandali e l’inefficienza dello Stato e dei partiti.

Ma quando il sistema non funziona dobbiamo chiederci cosa fare per aggiustarlo, guardare fuori dai nostri confini e vedere come fanno gli altri, non abolirlo sic et simpliciter perché il costo per la collettività potrebbe rivelarsi in brevissimo tempo enormemente più alto del risparmio conseguito.

Il finanziamento della politica coincide con la democrazia, è un tutt’uno ed è davvero strano che a volte proprio da sinistra arrivi la spinta maggiore per la sua abrogazione.

Fu durante il quarto governo Giolitti, un secolo fa, che venne introdotto lo stipendio ai parlamentari perché altrimenti era evidente la difficoltà delle classi meno abbienti di essere rappresentate. Una riforma cruciale tant’è che l’indennità parlamentare è prevista nella Costituzione, con l’articolo 69.

Un secolo fa era sufficiente lo stipendio a garantire un accesso minimo di tutti alla democrazia parlamentare. Non c’era la propaganda elettorale, di oggi, gli spot in TV, l’uso massiccio dei mezzi di informazione, i manifesti elettorali 6 per 3. Molti sindacalisti, soprattutto a sinistra, e pochi volontari costituivano il nerbo dell’organizzazione dei partiti. Nel dopo guerra la politica comincia ad aver bisogno di risorse crescenti. Lo sappiamo tutti ed è inutile rifare la storia.

È superfluo ricordare che il finanziamento pubblico venne introdotto nel 1974 sull’onda degli scandali, proprio come antidoto alla corruzione, accompagnato dal divieto del finanziamento privato. Il meccanismo è stato più volte corretto, emendato, ma oggi se ne vuole la totale cancellazione per tornare al punto di partenza, al solo finanziamento privato.

Dunque l’Italia dovrebbe fare come in Europa fanno soltanto Malta, Andorra, Svizzera, Bielorussia, Ucraina. Oppure come l’India, il Bangladesh, Libano e Singapore, il Senegal, la Mauritania, Sierra Leone e altri Stati centroamericani e sudamericani. Come noterete tra questi non c’è nessuna grande nazione sviluppata. E non è un caso.

I Paesi che prevedono il finanziamento pubblico annuale, totale o parziale, sono 96, ossia il 44% dei Paesi del mondo. Poi ce ne sono 57 che prevedono fondi pubblici ai partiti in relazione alle spese sostenute in campagna elettorale.
Alcuni casi per restare nel Vecchio Continente: la Francia, prevede due tipi di finanziamento pubblico, in base ai voti ottenuti e in forma di rimborsi, in proporzione ai rappresentanti eletti per un totale i circa 70 milioni;
in Spagna ci sono rimborsi elettorali in base ai voti ottenuti per un totale di circa 130 milioni all’anno;
in Germania, c’è un finanziamento pubblico fisso ai partiti, in base ai voti ottenuti per un tetto di circa 133 milioni;
in Gran Bretagna lo Stato fornisce direttamente due milioni complessivi a una decina di partiti, a cui vanno aggiunti i fondi della Camera dei Comuni ai partiti dell’opposizione per alcuni milioni di sterline.

Qualcuno però dice: facciamo come in America! Ma siamo sicuri che questa sia la scelta migliore?

Il sistema americano assicura una trasparenza molto alta ad un finanziamento che è tutto privato (in verità c’è anche pubblico, ma è alternativo a quello privato e così esiguo che di solito vi si rinuncia). Questo ha comportato anche la ‘privatizzazione’ della politica, lo strapotere delle lobby, l’uso massiccio delle leggi ‘ad aziendam’ e l’uso di una quantità abnorme di denaro per sostenere le campagne elettorali delle Camere e del Presidente.

Qualcuno si ricorda per stare ai casi più recenti la vicenda della legge per regolamentare, non proibire, l’uso privato delle armi? Obama è stato ripetutamente umiliato dalla lobby delle aziende che costruiscono pistole e fucili.

E in Italia possiamo viceversa credere che un due per mille versato dai pensionati abbia la stessa forza del 2 per mille versato da imprenditori e professionisti di successo?

No, a meno di non credere che gli interessi di queste categorie coincidano. E l’esercito di disoccupati e sottoccupati, immigrati e operai, è forse in grado di concorrere a sostenere le campagne milionarie che in Italia ha fatto il centrodestra in questi ultimi vent’anni? No, non possiamo essere così ipocriti.

Possiamo solo impegnarci a rendere trasparente il sistema, a imporre regole più precise e severe per impedire lo spreco e la malversazione, ma non possiamo tagliare le nostre radici, negare l’essenza stessa della nostra missione politica che è e resta quella di difendere i più deboli e assicurare un futuro migliore alle classi meno agiate.

Carlo Correr
Fonte dati: www.idea.int

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