domenica, 17 Novembre, 2019

Fine di May, l’addio in lacrime della “Donna in servizio”

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Non sono stati anni facili per il Primo Ministro britannico Theresa May che più volte ha retto l’urto di numerosi tentativi di far cadere il suo Governo, ma stavolta senza nessuna pressione la May ha annunciato le sue dimissioni in lacrime con la fine del mese, ironia della sorte, di maggio (May). La donna dei Tory lascerà la guida del partito conservatore il 7 giugno, aprendo la strada a un successore che si insedierà come nuovo primo ministro della Gran Bretagna entro la data del recesso estivo del Parlamento, fissata secondo il calendario di Westminster per il 20 luglio.
Un addio con tanto rammarico “lascerò l’incarico che è stato l’onore della mia vita avere”, ha detto Theresa May nel chiudere il suo statement sull’annuncio delle dimissioni per il 7 giugno, mentre la voce le si rompeva in gola. “La seconda donna primo ministro – ha sottolineato -, ma certamente non l’ultima”. Quindi le parole conclusive, connotate da forte emozione e pronunciate a fatica con le lacrime che evidentemente le salivano agli occhi: Ho svolto il mio lavoro “senza cattiva volontà, ma con enorme e duratura gratitudine per aver avuto l’opportunità di servire il Paese che amo”.
È stata in effetti una donna perennemente ‘al servizio’ del suo Partito che ha servito con devozione come una ‘moglie e donna’ fedele. Ha quindi dimenticato però che oltre che leader dei Tory era Premier del Governo e quindi ha continuato a fare gli interessi dei conservatori sottovalutando le conseguenze disastrose di una politica di chiusura (dai migranti alla Brexit). Non è riuscita a dialogare con l’opposizione, in questo quindi è molto simile alla Lady di Ferro a cui si è richiamata, e infine ha continuato a dare ultimatum all’Ue quando non aveva più potere contrattuale.
Insomma il suo addio appare tardivo come molte delle soluzioni di cui si è accorta troppo tardi. Per il leader del Labour, Corbyn, infatti “ha ammesso ciò che il Paese sa da mesi: che lei non può governare e neppure può il suo partito, diviso e in via di disintegrazione”.

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