mercoledì, 27 Gennaio, 2021

Fiume, il preludio della fine

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Fiume. La Rivoluzione Ardita e tradita. Parte diciasettesima

 

Gli ultimi due mesi del 1920 corrispondono al calvario e alla croce di Fiume e costituiscono l’epilogo di questa straordinaria esperienza rivoluzionaria che ancora molto può dire, cento anni dopo, ad un mondo che ha perduto progressivamente sia la cultura politica che quella istituzionale, e che vede governare interi stati da associazioni lobbistiche, da consorterie di potere in pieno trasformismo autoreferenziale, da plutocrati o da fanatici integralisti.
Come abbiamo già visto nella parte precedente, i cosiddetti “scalmanati” della rivoluzione rischiavano di comprometterla con atti che spesso danneggiavano la popolazione locale e gli ufficiali erano sempre più in difficoltà per tenerli a freno.
Così, nei primi giorni di novembre, il Comandante decise di passare all’azione.
Il 3 novembre il Tribunale di Guerra decise di condannare a morte, mediante fucilazione alla schiena, gli Arditi Cattaneo, Gentili e Lopiano, accusati di rapina, grassazione, e lesione nei confronti di Giulio Varlien.
In realtà, la fidanzata di costui, Dora Arcuin, aveva ricevuto un pugno dal fidanzato Varlien e, per vendicarsi, aveva chiesto aiuto ai tre Arditi, i quali dopo avere dato una sonora lezione al Varlien, avevano però commesso l’errore grossolano di scappare da Fiume. Forse se fossero rimasti avrebbero beneficiato di circostanze attenuanti, come altri avevano fatto in condizioni analoghe, ma scappando, l’ombra del tradimento era scesa inesorabilmente su di loro. Anche la Arcuin fu condannata a due anni di prigione, in questo caso, bisogna dire, aggiungendo il danno alla beffa. Ma il Comandante aveva bisogno di dimostrare alla popolazione che non andava per il sottile, e che, come Garibaldi, era pronto a mettere al muro facinorosi e ladri di galline.
Bisognava però, in ogni caso, tenere attivi gli esuberanti legionari e il 4 novembre d’Annunzio fece occupare lo scoglio di S. Marco, di fronte a Buccari, da una compagnia di Alpini. Tale atto venne giustificato con il fatto che alcuni porti serbi limitrofi spesso aprivano il fuoco contro le navi italiane di passaggio, di conseguenza si rendeva necessaria una adeguata protezione con un presidio italiano che garantisse il rispetto delle leggi internazionali e difendesse la bandiera della Patria. Il Comandante suggellò l’occupazione con le seguenti parole “Conviene che il Presidio sia fiero di essere stato eletto all’Impresa. Tra i vecchi ruderi del castello veneziano certamente si aggira lo spirito del Leone. Do al Presidio con orgoglio di Capo e con fiducia di compagno, il motto ch’io ebbi nell’impresa del Carnaro: Iterum rudit Leo. Nuovamente rugge il Leone”
Ma l’autunno fiumano preparava nubi ben più funeste per l’inverno incipiente, che ben presto si mutarono in fredda pioggia con l’arrivo del fortunale di Rapallo.
Giolitti, da gran volpone, navigato ad ogni azione diplomatica, con al dito legata la disfatta subita ad opera degli interventisti, non vedeva l’ora di prendersi la sua rivincita. Come abbiamo visto, già dallo scorso agosto, egli aveva portato avanti a Lucerna, nell’incontro con Lloyd George, la linea della necessità di trattative dirette con il Regno Serbo-Croato-Sloveno. Il suo obiettivo, per altro esposto a Millerand, era quello di mantenere i confini orientali della linea di armistizio, rinunciando però alla Dalmazia, in cambio della sola città di Zara. Il Generale Caviglia, nel suo libro di memorie fiumane, ci dice che egli da buon piemontese, pensava più ad una Italia che governasse gli italiani, senza appesantirsi con troppi slavi, piuttosto che ad una Italia proiettata verso il Mediterraneo assecondando la sua antica vocazione di estensione dei traffici e della sua sfera di influenza in quello che anticamente era chiamato Mare Nostrum.
L’accordo prevedeva anche la creazione di uno Stato indipendente di Fiume che non fosse sotto controllo di organi internazionali, integrato dall’entroterra, o Corpus Separatum e con una striscia di terra che potesse garantire un collegamento con l’Italia.
D’Annunzio, venutolo a sapere, si illuse che le trattative fallissero perché sarebbe stato molto pericoloso, da parte del Governo Italiano, espellere i Legionari con il Comandante e soprattutto l’Ammiraglio Millo che era stato fino a quel momento il garante della presenza italiana in Dalmazia.
Nonostante ciò, le trattativa però ebbero luogo in pochissimi giorni e il 12 novembre il Trattato di Rapallo era già sottoscritto in quasi una decina di articoli che furono i seguenti
1) Veniva stabilito il confine secondo le indicazioni del Patto di Londra, fino al monte Nevoso e con l’esclusione di Fiume, rinunciando alla conca di Longatico, ritenuta troppo offensiva verso la direttrice di Lubiana
2) Il territorio di Zara, con il suo Comune ed alcune frazioni limitrofe, era considerato parte del Regno d’Italia
3) Le isole di Cherso e Lussin venivano assegnate all’Italia con alcune altre isole minori limitrofe alla penisola istriana, assieme anche alle isole di Lagosta e Pelagosa, con gli isolotti adiacenti
4) Veniva delineata l’autonomia dello Stato di Fiume mediante l’inclusione del Corpus Separatum, con un tratto di territorio istriano, lasciando la strada che a ovest di Castua, a nord della ferrovia conduce allo Stato di Fiume, a quest’ultimo.
5) I delegati italiani e jugoslavi avrebbero dovuto definire nei particolari la tracciabilità delle linee di confine e, in caso di controversia, sarebbe stato interpellato il Presidente della Confederazione Elvetica
6) Entro due mesi dall’entrata in vigore del Trattato, una conferenza mista di tecnici di entrambe i regni confinanti doveva stabilire “i più cordiali rapporti economici e finanziari tra i due Paesi”
7) Venivano stabilite tutte le garanzie necessarie per i cittadini italiani in Dalmazia, riconoscendo loro, tra l’altro, il diritto, entro un anno, di scegliersi la cittadinanza italiana, anche restando in territorio jugoslavo
8) Questo, come l’ultimo articolo seguente, stabilivano come si dovessero articolare le relazioni tra i due Regni e la redazione del Trattato era fatta in due lingue, italiano e serbo-croato, facente fede però la copia in italiano.

Se la stipula del Trattato di Rapallo fu rapidissima, altrettanto fulminea fu la reazione del Comando di Fiume e d’Annunzio, prontamente affacciatosi ancora alla famosa ringhiera del palazzo del Comando, disse a chiare lettere: “…Domani saranno occupate dai legionari Veglia ed Arbe; e dopodomani i miei volontari sbarcheranno a Sebenico per puntare più lontano”
La stessa notte del 12 successiva alla stipula del Trattato vide la pronta reazione della Reggenza affidata ad un comunicato della Vedetta d’Italia.
In sintesi le contestazioni erano le seguenti: innanzitutto venia contestata la riduzione della contiguità tra Fiume e l’Italia ad una stretta linea litoranea, facilmente bloccabile. Si stigmatizzava il fatto che, pur nominando l’autonomia dello Stato di Fiume, nessun delegato di suddetto Stato era stato convocato a a discutere il futuro del suo territorio, imponendo quindi ad esso una decisione non autodeterminata ma stabilita dall’alto e pertanto, secondo lo stesso Stato fiumano, illegale.
Che la stessa Reggenza del Carnaro era stata costituita in via provvisoria per facilitare l’inevitabile annessione di Fiume all’Italia che, con tale trattato, svaniva completamente, vanificando le ragioni profonde dell’impresa legionaria. Che ad avvalorare ciò, il popolo di Fiume aveva confermato più volte il voto referendario unanime con cui il 30 Ottobre del 1918 aveva dichiarato la sua immancabile annessione di Fiume alla madre Patria, e proprio in virtù di ciò, il popolo stesso ribadiva la sua volontà di lottare fino alla fine per avvalorare la sua autodeterminazione. Che il confine non poteva che estendersi a tutta la Dalmazia fino allo scoglio di San Marco, che il corso inferiore dell’Eneo con la sua foce ed il porto di Barros non potevano essere considerati linea di confine, dato che le sorgenti e lo stesso corso superiore del fiume che assicurava energia elettrica e acqua alla città, non potevano essere lasciati in mano jugoslava. Infine si riaffermava la sovranità italiana su tutte le isole di antica tradizione veneta, come Veglia ed Arbe, concludendo di “non riconoscere né oggi né mai qualsiasi accordo tra Stati finitimi concluso in pregiudizio di quel pegno che non può essere ritolto dal vincitore al vinto né essere negato all’aspettazione dei morti senza pace.”
Alle parole seguirono immediatamente in fatti e già nella mattinata del 13 novembre vari reparti dell’esercito liberatore occuparono le isole di Veglia e Arbe senza incontrare resistenza da parte delle truppe regie che le presidiavano, nello stesso tempo, per proteggere l’aeroporto di Grobnico, alcuni gruppi di bersaglieri legionari occuparono anche il monte Luban, già incluso nell’entroterra fiumano. L’occupazione di Arbe e Veglia fu giustificata dal fatto che i loro Consigli comunali si erano già espressi a favore dell’adesione alla Reggenza fiumana, sin dalla proclamazione della sua nuova Costituzione.
Anche la rappresentanza della Municipalità fiumana, eletta liberamente a suffragio universale, con i rappresentanti del Consiglio Nazionale, ribadiva in un Ordine del giorno del 17 novembre le ragioni del dissenso in tal modo: “..riafferma ancora una volta il voto espresso proclama del 30 ottobre 1918 del Consiglio Nazionale, riconfermato il 26 aprile 1919, il 12 settembre 1919 e il 30 ottobre 1919, il quale sosteneva il diritto incontestabile di Fiume alla pura e semplice annessione.
Protesta contro il Trattato di Rapallo, conchiuso col disconoscimento di tale diritto e con sacrificio dei fratelli dalmati. Ricorda alle autorità e alla stampa del Regno che il voto del Consiglio comunale del 29 settembre 1920 considera la Reggenza italiana del Carnaro come cosa transitoria che segni il breve trapasso all’annessione ribadita dallo Statuto stesso della Reggenza. Tributa a d’Annunzio e ai suoi legionari che salvarono Fiume dalla schiavitù straniera, conservando alla Patria l’Istria e il termine sacro d’Italia sino al baluardo del Nevoso, la sua commossa devozione e imperitura gratitudine. Considera come provvisoria nei riguardi di Fiume la soluzione contemplata nel Trattato di Rapallo, e dichiara che non ristarrà dalla lotta finché Fiume non sarà ricongiunta indissolubilmente all’Italia” L’ordine del giorno, tra le varie acclamazioni, venne accolto all’unanimità e con fiducia piena a d’Annunzio e ai suoi legionari.
Gli animi erano sicuramente sovreccitati e si rischiò lo scontro quando il generale Ferrario si rifiutò di lasciare a Fiume le bandiere della Brigata Lombardia di ritorno dalla cerimonia svoltasi a Roma per il 4 novembre. Egli doveva riconsegnarle a Sussak al comandante di Brigata, così d’Annunzio, quando lo seppe, si diresse immediatamente verso Sussak con l’intento di catturare il Generale e indurre i fanti della Lombardia ad unirsi a lui. Ma prontamente il Generale Ceccherini, per evitare uno scontro diretto ed armato, superò il Comandante e convinse Ferrario a lasciare Sussak prima dell’arrivo dei legionari.
C’è chi tuttora come lo storico e diplomatico Maurizio Serra, autore di una recente pregevole biografia di d’Annunzio, sostiene che il Trattato di Rapallo fu un’ottima soluzione diplomatica e che avrebbe dovuto essere accettata senza ulteriori resistenze, perché, in definitiva consentiva di ottenere tutto ciò che era possibile conseguire in quella circostanza. Forse il Trattato di Rapallo non fu una pessima soluzione, però non possiamo negare che esso contraddiceva la ragione profonda per cui era nata l’impresa fiumana e per la quale sia il Comandante che i suoi legionari avevano lottato strenuamente per più di un anno: l’annessione di Fiume all’Italia. Esso non era altro, in definitiva, che un perfezionamento delle prime proposte già fatte intorno alla fine del 1919 allo stesso governo Nitti, con qualche risultato in più sul piano territoriale. La storia, sappiamo bene, non si fa con i se e con i ma, pur tuttavia, è lecito considerare quale diverse prospettive di analisi un fatto storico può originare nella mente sia dei suoi protagonisti che in quella degli storici che ne studiano i meri fatti.
Con questo modesto lavoro che ha più che altro intenti divulgativi, cercheremo almeno di vedere come il Trattato di Rapallo venne interpretato e quali reazioni suscitò tra due protagonisti cruciali di quell’epoca: Mussolini e De Ambris.
Mussolini, a caldo, avute notizie del trattato il 12 novembre da un suo inviato, commentò rilevando che la linea Wilson era finalmente e definitivamente tramontata, che si era giunti ad un miglioramento delle posizioni rispetto alla amministrazione Nitti e che però le reazioni di d’Annunzio e Millo rappresentavano ancora una incognita. Il giorno successivo, con l’articolo “ciò che rimane e ciò che verrà”, si spinse oltre affermando che la Nazione aveva bisogno di pace per rimettersi in cammino nel solco della sua antica grandezza e che, a tal fine, gli accordi raggiunti a Rapallo non solo erano da ritenersi buoni ed accettabili ma che “Solo un pazzo e un criminale può pensare a scatenare nuove guerre, che non siano imposte da una improvvisa aggressione”.
Analizzando la questione dalmata ed adriatica, Mussolini polemizzò con i nazionalisti, definendoli imperialisti (contrariamente all’espansionismo fascista) e pregiudizialmente monarchici e dinastici (contrariamente al fascismo che metteva la nazione anche sopra alla monarchia e alla stessa dinastia) Li riteneva al pari dei socialisti (in campo economista), “passatisti”, come se il mondo fosse fermo al 1914, rilevando “che gli italiani non devono ipnotizzarsi nell’Adriatico né in alcune isole o sponde dell’Adriatico..” dovendo considerarlo invece niente di più che un modesto “golfo” di un più ampio mare Mediterraneo, “nel quale le possibilità vive dell’espansione italiana sono fortissime”. In buona sostanza, Mussolini criticava il “passatismo” in nome di un più diplomatico “attendismo” con cui il fascismo avrebbe dovuto mostrare il suo volto “non intransigente” in nome del fatto che “l’Italia debba fare, nell’attuale periodo storico, una politica europea di equilibrio e di conciliazione tra le varie potenze.” E ritenendo altresì che la stessa presenza italiana nell’Istria, a Fiume e a Zara, avrebbe, con il tempo, fatto “straripare” il ruolo nel nostro Paese anche nella Dalmazia, pur accettando la sua “dolorosissima rinuncia”, ovviamente condendo il tutto con le sue celeberrime frasi ad effetto: “per questo noi saremmo pronti ad insorgere, se sentissimo che l’italianità dell’altra sponda fosse irrimediabilmente sacrificata e perduta”. Se Fiume, in seguito, vedrà attuarsi questo intento senza per altro modificare i confini, la Dalmazia però ne verrà in ogni caso esclusa.
C’è da rilevare, cosa che non tutti gli storici fanno, che questo intento “pacificatore” Mussolini lo stava portando avanti allora sia nelle questioni internazionali come quella fiumana che in quelle interne, proprio mentre lo scontro tra fascisti e socialisti bolscevizzati si faceva più aspro e feroce, con morti e feriti da entrambe le parti. Il 24 novembre il Popolo d’Italia pubblicava un articolo a firma Mussolini in cui tra l’altro, in occasione di alcuni fatti luttuosi, si dichiarava: “Noi non siamo bevitori di sangue, né esteti della violenza e mille volte su queste colonne abbiamo detto che di tutte le guerre possibili ed immaginabili, è quella civile che più ripugna all’animo nostro. Abbiamo dichiarato e dichiariamo che siamo pronti ad accettare, quando ci sia imposta, la guerra civile ed a condurla con la necessaria energia e intrepidezza. L’una o l’altra dipende dai socialisti. Se costoro tornassero al linguaggio “civile” di altri tempi, a quel linguaggio che conferiva al socialismo un alone di bontà umana, se parlassero come ha parlato dopo l’eccidio, il neo sindaco di Bologna, l’atmosfera infuocata diventerebbe immediatamente respirabile e le lotte di idee fra partiti non sboccherebbero più nell’urto micidiale. Ma noi non ci facciamo illusioni…Il Fascismo ha risposto colla violenza alla violenza altrui. Questa è la verità che non si cancella. Se i socialisti non sono tagliati per la lotta cruenta nelle strade, le smettano di imbonire il loro gregge per condurlo beotamente al macello.”
Questa citazione è utile, in questo contesto, non tanto per comprendere quali fossero allora i rapporti tra socialisti e fascisti, anche se ben sappiamo come Mussolini puntasse ad un “patto di pacificazione” che poi, anche nello smarrimento dello scissionismo massimalista socialista, egli puntualmente realizzò, ma soprattutto è importante per capire come egli si stesse accreditando in Italia come “uomo di pacificazione e di ordine” e come questo fosse in collisione diretta con ogni intento rivoluzionario o eversivo di aiutare Fiume, incitando i fascisti della Venezia Giulia ad insorgere in aiuto di d’Annunzio. Più che di “tradimento” della causa fiumana, quindi, si deve parlare, con opportuno inquadramento storico, di intento mussoliniano di giocare una carta decisiva che lo portasse ad accreditarsi come colui che non avrebbe alimentato lo scontro con prospettive eversive e rivoluzionarie, ma che, in nome degli interessi supremi della nazione, avrebbe piuttosto scongiurato una rovinosa guerra civile, pur non rinunciando a vari dei presupposti soprattutto “formali” della rivoluzione fiumana. Questo ci fa capire perché molti dei legionari, poi, convinti che Mussolini avrebbe realizzato una “rivoluzione” di più e meglio di d’Annunzio, aderirono alla sua causa, del tutto inconsapevoli del fatto che il futuro avrebbe visto attuarsi un regime benedetto persino dal ritorno del potere temporale al pontefice e tutt’altro che una rivoluzione,
Mussolini si negò all’ultimo momento ad un incontro con il Comandante, perché era già in animo di incontrare gli emissari di Giolitti, inclusi anche nell’entourage di Sforza, le cui indiscrezioni furono raccolte su La Stampa da Eucardio Momigliano. Purtroppo non conosciamo i dettagli di questo accordo indiretto tra Mussolini e Giolitti, ma ad avvalorare la sua rilevanza di “pactum sceleris” vi sono i fatti successivi, come l’appoggio dato da Giolitti a Mussolini nelle elezioni del maggio dell’anno successivo, oppure l’indulgenza crescente delle forze di polizia verso le azioni squadristiche fasciste, il fatto che i fascisti della Venezia Giulia si limitarono ad un tentativo insurrezionale molto blando, pressoché esaurito sul nascere, e secondo la testimonianza di De Ambris, nel suo libro “Mussolini, la leggenda e l’uomo”, persino il fatto che Lussu gli avrebbe riferito di una corposa “bustarella” data da Giolitti a Mussolini per lasciargli completa mano libera nel tragico epilogo dell’impresa fiumana.
Mussolini d’altro canto era molto consapevole che questa sua linea pacificatrice lo metteva in piena rotta di collisione con la sua base fascista e tornò sull’argomento denunciando sia la mancata concessione dell’entroterra a Zara sia ribadendo la sua fiducia in d’Annunzio e riaffermando di non averlo mai contrastato, fino ad arrivare alla naturale conclusione che “..Per rendere irrito e nullo il Trattato di Rapallo, io dissi che una sola cosa può farsi: l’insurrezione contro il Governo che l’ha firmato. Ora l’insurrezione è impossibile perché i fascisti non hanno le forze sufficienti per scatenarla” Sono parole queste, se lette attentamente, non tanto rivolte al presente, ma piuttosto al futuro e a tutti quei legionari di cui Mussolini già prevedeva l’imminente sconfitta, che egli cercava in ogni caso di guadagnare alla sua causa. Pacificazione, realismo politico, astuzia negli accordi politici, facevano parte già di quel piano che avrebbe mutato il movimento rivoluzionario dei Fasci di Combattimento, l’anno seguente in Partito Nazionale Fascista, destinato a sostenere la conquista del potere, in un regime che avrebbe mantenuto intatto lo Stato nelle sue tradizionali istituzioni monarchiche persino con il sostegno della Chiesa e del Vaticano.
Ma l’opera di Mussolini non si limitò alla sconfessione di fatto un po’ “ipocrita” della resistenza fiumana in corso, andò anche oltre, raggiungendo la delazione. Il 23 novembre del 1920 Lusignoli che era in contatto con i comitati fascisti sul territorio italiano, in particolare della Venezia Giulia, informò Giolitti di avere avuto un ulteriore colloquio con Mussolini affermando quanto segue ed è riportato negli Atti del Ministero dell’Interno: “Ho conferito sulla situazione di Fiume con Mussolini che da notizie direttamente avute si è formato la convinzione che d’Annunzio non potrà effettuare i propositi che viene manifestando. Gli risulta che cittadini di Fiume non seguirebbero d’Annunzio, specie se Governo troverà modo provvedere loro più immediati bisogni” In poche parole, Mussolini, riceveva notizie fresche da Fiume mediante i suoi collaboratori sul campo e le passava a Giolitti per rassicurarlo che non vi era da temere una particolare resistenza a Fiume e che i suoi seguaci fascisti, da parte loro, non si sarebbero mai mossi per dar man forte ai legionari. Questa ovviamente si chiama collaborazione nello spionaggio, e ci dà la misura di certa ipocrisia nelle dichiarazioni mussoliniane di quel periodo. Alle reiterate insistenze del Comandante di raggiungerlo a Fiume, Mussolini non solo si negò sempre ma, come abbiamo visto, preferì incontrare Sforza. Foscanelli riferisce infatti testualmente: “La quarta sera al suo segretario Fasciolo, incaricato di scusare un nuovo rinvio, fu richiesta esplicitamente la ragione di queste esitazioni, e Fasciolo, sia pure di mala voglia, dovette confessare che Mussolini attendeva di incontrarsi a Milano col conte Sforza, ossia proprio con chi aveva deciso di abbandonare Fiume ai cannoni di Giolitti e di cedere Porto Barros alla Jugoslavia”
E veniamo ora all’altro protagonista dell’impresa fiumana, ideatore del suo frutto più bello e maturo: la Carta del Carnaro. De Ambris ebbe, in quel novembre un atteggiamento solo apparentemente simile a quello di Mussolini, ma con ben altre motivazioni. Lui stesso aveva cercato di convincere Mussolini ad intervenire, ma si era convinto, come abbiamo già rilevato, che il futuro Duce degli italiani, anche con il denaro, era stato dissuaso da ogni forma di azione a favore del Comandante. Vale la pena di citare testualmente ampi stralci della lettera che egli rivolse a d’Annunzio in quell’occasione e che è menzionata nel carteggio tra i due pubblicato e curato da De Felice: “…lo stato d’animo dei fiumani è in complesso per l’accettazione del Trattato di Rapallo. In Italia domina lo stesso sentimento, anche negli amici più fedeli, i quali non lo dicono apertamente solo per non avere l’aria di abbandonarci, ma sono assai scarsamente convinti della possibilità di una resistenza efficace…In queste condizioni, due vie ci si aprono dinnanzi: o buttarsi ad una soluzione disperata per concludere l’impresa col sacrificio nostro; o seguire la tattica dilatoria di cui ti parlavo ieri sera. Non posso discutere il primo corno del dilemma, la cui accettazione potrebbe essere suggerita soltanto da motivi personalissimi all’infuori di ogni discussione; ma domando: credi tu di poter servire meglio la causa facendoti ammazzare, mentre sei l’unica ragione di salute per l’Italia?” qui i toni accorati di De Ambris ci ricordano un po’ le parole di Canzio che teneva le briglie del cavallo di Garibaldi deciso ad immolarsi a Mentana… “Generale, perché vuole farsi ammazzare? Per chi?” “Io penso più che mai” prosegue De Ambris, “come ti dissi fin dal primo momento in cui si delineò l’accordo di Rapallo, che per salvare la Dalmazia bisogna puntare su Roma. Solo rifacendo l’Italia secondo i piani stabiliti, si potranno avere le forze che oggi mancano all’impresa” Ed evidentemente qui il sindacalista rivoluzionario allude alla conquista del consenso nelle masse socialiste a cui rivolgere opera di propaganda esponendo i principi della Carta del Carnaro. “Ma per puntare su Roma” precisa appunto De Ambris “occorre richiamare attorno a te gli elementi che si disperdono nel vederti prendere un atteggiamento che essi non sentono e non comprendono. Occorre giocare d’astuzia, dimostrandosi disposti ad una protesta platonica di fronte all’ineluttabilità del fatto, per raggiungere la meta, seguendo una via più lunga ma più sicura. Quando l’attacco frontale non riesce, non c’è nessuna umiliazione a simulare una ritirata, per conquistare la posizione, aggirandola.”
De Ambris prosegue menzionando la lieve speranza rappresentata dalle elezioni in Grecia e nel regno jugoslavo, che però rappresentavano solo una tenue speranza del tutto inefficace per rovesciare la situazione a favore dei legionari fiumani e osserva lucidamente che essi, avrebbero seguito in ogni caso le direttive del Comandante anche in caso di resistenza ad oltranza, poi però, una volta costretti a resistere ad oltranza, “la possibilità di disfacimento delle forze legionarie sarebbe assai maggiore qualora queste si persuadessero di essere cacciate in un cul di sacco, senza speranza di riuscita, come avverrebbe se si insistesse nel seguire una linea di condotta in contrasto con il sentimento generale”.
De Ambris conclude il suo accorato appello al Comandante facendogli notare due importanti fattori di mutamento rispetto all’inizio dell’impresa. La mancanza della disperata volontà di Fiume di resistere ad oltranza, fiaccata da 14 mesi di attesa e il dissenso dell’opinione pubblica italiana, che vedeva ormai nella soluzione del Trattato l’unica via d’uscita ad una situazione ormai insostenibile. De Ambris rinnova infine la sua lealtà e fedeltà al Comandante qualsiasi decisione egli possa prendere nella consapevolezza però di avere fatto quel che andava fatto per il bene della causa e della popolazione fiumana. In effetti le sue considerazioni, viste con il senno di ben cento anni dopo, ci appaiono tuttora le più lungimiranti e sagge. Non si poteva salvare l’intento di una rivoluzione e di una impresa patriottica riducendola ad un ghetto permanente o facendola finire in un olocausto di sangue. Così si sarebbero disperse soltanto le sue forze e snaturati i suoi intenti più validi e profondi. E così, in effetti, la storia ha dimostrato che è accaduto. L’errore più grosso di d’Annunzio fu dunque proprio quello di non avere dato abbastanza ascolto al miglior mentore della Rivoluzione Fiumana, giocando di strategia, e fondando un Movimento Fiumano che, pur accettando “formalmente” le clausole del Trattato, avrebbe continuato a lottare in Italia per affermare in sede nazionale i principi della Carta del Carnaro, snaturando, vanificando ed annichilendo in tal modo le velleità del trasformismo fascista. Ma d’Annunzio non era un politico, e non aveva nemmeno la lungimiranza di Garibaldi. Era un artista e non poteva che concepire una finale tragicamente artistico per la sua opera drammatica.
Nell’incontro che il Comandante ebbe con il Generale Caviglia, il giorno 18 novembre, a Cantrida, egli ribadì che prendeva atto del Trattato di Rapallo ma non lo accettava, e che, per di più, esso non menzionava una clausola segreta che avrebbe portato alla cessione non solo di Sussak ma anche del delta del fiume Eneo e del Porto di Barros al regno jugoslavo. Ma il Generale non gli credette e nelle sue memorie rivela che in quel momento egli pensò che quello fosse solo uno sei soliti artifici dannunziani per confondere le carte in tavola e che era inconcepibile che d’Annunzio ne sapesse più del Governo italiano che gli aveva comunicato le clausole dell’accordo. Egli stesso cercò però di verificare la veridicità delle affermazioni di d’Annunzio e si fece mandare un telegramma di chiarimento in cui però veniva solo ribadito un punto del Trattato: la questione del confine sarebbe stata discussa in una commissione mista italo-jugoslavia e per ogni controversia si sarebbe fatto riferimento al Presidente della Confederazione Elvetica, lasciando intendere che la questione non era chiusa ma ancora aperta e in via di definizione. Era una menzogna che venne chiarita proprio da parte jugoslava, quando Trumbic, dovendo difendersi dalle accuse di eccessiva arrendevolezza, disse testualmente: “In verità noi abbiamo in senso commerciale perduto il mare, perché non ci è stato lasciato che il porto Barros che è una piccola finestra sul mare, ma non così in senso geografico, perché abbiamo una lunga costa ed ora spetta a noi di renderla commercialmente potente e farne un grande sbocco per tutta la nazione”
Lo Sforza più volte interpellato, non volle mai chiarire questa clausola segreta definita in una lettera allegata al Trattato che poi è completamente sparita, asserendo che il Trattato andava accettato nella sua interezza per l’interesse supremo dell’Italia. Ma il fatto singolare è proprio che, quando nel 1924 Fiume venne infine annessa all’Italia, nell’articolo 7 vi si fece riferimento, nella linea di confine che assegnava definitivamente il Porto Barros alla Jugoslavia, proprio in base “alla linea tracciata sulla carta annessa alla lettera allegata al citato Trattato (di Rapallo)”. Una lettera però ormai “fantasma” che di fatto non esisteva e nessuno sapeva se fosse mai esistita. Lo stesso Sforza notò immediatamente l’errore di stesura che lo sbugiardava clamorosamente e si affrettò in quell’occasione a dichiarare frettolosamente, scrivendo a Giolitti il 4 febbraio del 1924: “..Articolo 7 dell’accordo di Fiume. E’ falso dire che la lettera è allegata al Trattato”
Insomma questa lettera che aveva tratto in inganno persino il Generale Caviglia il quale ebbe a dichiarare nell’estate del 1921 in un suo intervento al Senato, accusando esplicitamente Giolitti, che era dolente di non aver creduto a d’Annunzio e dolentissimo di aver fatto marciare i soldati contro i Legionari e che, se avesse conosciuto il codicillo segreto, egli stesso non avrebbe ubbidito agli ordini di Roma, questa famigerata missiva era mai esistita e che cosa diceva?
Ebbene Giulio Benedetti fu il primo a rivelarne il contenuto nel suo libro Rivendicazioni adriatiche, essa era la seguente: “In nome del Governo di S.M il Re d’Italia, rimane stabilito che Porto Barros e il Delta devono considerarsi pertinenti al territorio di Sussak e quindi sotto la sovranità del Regno serbo-croato-sloveno. Nell’unita cartina è segnata in rosso la linea di confine; s’intende che il presente impegno deve rimanere segreto. Firmato Carlo Sforza” e come postilla aggiuntiva “Il Presidente del Consiglio ha preso visione del presente foglio. Sempre firmato C. Sforza”
La fonte non viene citata ma il contenuto è confermato anche da un resoconto di Giulio Benedetti. Da una analisi comparata risulta che quel testo non fu quello definitivo ma fu quello di una proposta jugoslava che fu nota a d’Annunzio tramite una sua opera di spionaggio a Rapallo dove nelle sale di riunione erano piazzati vari microfoni spia, forse destinati a emissari esteri, ma che ai simpatizzanti della causa fiumana e di d’Annunzio erano ben noti e per loro piuttosto eloquenti.
E’ dunque quasi certo che questa proposta jugoslava confermata da tale parte, ma ritenuta apocrifa senza però il confronto con quella definitiva purtroppo sparita, e menzionata da Benedetti che trovò infine una applicazione pressoché letterale nella realtà dei fatti, fu conosciuta da d’Annunzio prima del suo colloquio con l’incredulo e poi pentito Caviglia.
La scoperta definitiva della lettera segreta arrivò infine non in Italia dove appunto sparì ma, come abbiamo accennato, da fonti jugoslave, ed in particolare dalla Collezione dei documenti sul Trattato di Rapallo curata dall’Istituto Adriatico di Zagabria nel 1950.
Tra i vari documenti ve n’è uno in italiano che recita testualmente:
“Rapallo 12 novembre 1920
Signor Ministro,
Ho l’onore di assicurare Vostra Eccellenza che secondo l’interpretazione che il Governo del Re dà all’articolo 4 del Trattato firmato a Rapallo oggi 12 novembre 1920, il porto Barros appartiene a Sussak e quindi al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni
Il Governo del Re si assume impegno che, nel regolamento dei confini tra Regno Serbo Croato e Sloveno e lo Stato di Fiume detto Porto Barros sia attribuito allo Stato Serbo-Croato-Sloveno nei limiti segnati nello schizzo accluso
La presente nota deve rimanere segreta.
Gradisca, signor Ministro, gli atti della mia alta considerazione
C. Sforza”
Cosa cambia dunque tra la lettera menzionata prima come proposta apocrifa e quella definitiva proveniente da archivi jugoslavi? Solo il fatto che ciò che era dato nella proposta come “stabilito” ora viene assunto come “interpretazione del Governo del Re”, lasciando cioè intendere, come più volte ribadito da Sforza, che ogni interpretazione sarebbe stata soggetta ad accordo tra le parti e ad arbitraggio internazionale. Un mero bizantinismo se si tiene conto del fatto che un accordo tenuto “segreto” non può essere certo cambiato palesemente nella sua interpretazione finale, e tanto finale da giungere persino alla sua conferma dopo l’annessione di Fiume nel 1924. Fulgido esempio di ipocrisia altamente diplomatica
Ci siamo soffermati su tale questione che solo apparentemente si mostra marginale ma che, alla luce dei fatti tragici posteriori, si dimostra essere cruciale, sia perché il movimento delle navi mercantili di Barros era solo di poco inferiore in tonnellaggio a quello di Fiume ed era rispetto ad esso direttamente concorrenziale, sia perché, a dire dello stesso Caviglia, se egli ne fosse stato a conoscenza, il finale di tale vicenda avrebbe assunto una fisionomia alquanto diversa da quella che osserveremo nel tragico epilogo di questa impresa.
Le vicende complesse e funeste che fecero da prologo alla drammatica conclusione della impresa fiumana furono però alternate da un paio di parentesi quasi ludiche.
Il 20 novembre giunse, dopo Marconi, un altro illustre italiano a manifestare il suo fervido sostegno alla causa fiumana. Il Maestro Toscanini arrivò a Fiume in treno con tutta la sua orchestra e acclamato da una folla festante, si recò al palazzo del Comando accolto da un gran banchetto in suo onore, con tutte le autorità del Governo della Reggenza unitamente al sindaco di Zara e ad altri alti ufficiali. Il Comandante rievocò il concerto dato dal Maestro alle truppe combattenti sul Montensanto, in una delle sue più sublimi pennellate d’eroica eloquenza: “O mio Maestro, parve in quell’inferno d’agosto a taluno che nella veemenza crescente dell’inno tu fossi alla fine per scagliare contro il nemico, in guisa di un giavellotto non imbelle, il ramo schiantato che ti serviva da bacchetta. La leggenda abita le cime, Contro la bassa minaccia che noi sfidiamo non scaglierai tu domani quel tuo scettro a cui obbediscono tutte le tempeste della sinfonia?
Così, per te, ci sembrerà di ripercorrere il patto con la Patria futura. “Nessun potere, né divino né umano, eguaglia il potere del sacrifizio che si precipita nell’oscurità dell’avvenire a suscitarvi le nuove immagini e l’ordine nuovo” E’ questo il tema di tutte le nostre musiche.”
E dato che anche il Comandante aveva la sua singolarissima orchestra armata di tutto punto, anch’egli non mancò di far sentire la sua roboante sinfonia a suon di bombe e mitraglia in una manifestazione guerresca in cui soldati ed orchestrali si mescolarono non senza qualche rischio e a cui parteciparono vari reparti degli Arditi di Fiume.
Dopo un ulteriore discorso il Comandante appuntò la medaglia d’oro di Ronchi sul petto del Maestro e quella di bronzo sul petto di tutti i professori d’orchestra.
Nella serata al Teatro Verdi con posti tutti esauriti e con una folla straripante nella piazza adiacente, Toscanini con la sua orchestra dettero inizio ad uno strabiliante concerto che incluse opere di Vivaldi, Beethoven, Sinigaglia, Debussy, Respighi, Wagner e Verdi, e che si concluse con un bis dal Tristano e Isotta di Wagner: la morte di Isotta. Dramma finale di concerto, ma purtroppo anche preludio al tragico finale di una città.
La mattina successiva, il Maestro si trasferì con la sua orchestra a Trieste e al saluto del Comandante così rispose: “Comandante Gabriele d’Annunzio. Niente io conosco che uguagli l’armonia della tua parola fascinatrice, l’energia della tua opera vittoriosa. Con devoto cuore riconoscente d’italiano e di artista auguro che i tuoi voti siano compiuti. Per l’Italia bella, per l’Italia grande, per il suo più nobile figlio, per i suoi valorosi compagni, eja, eja, eja, alalà!” Così si espresse il Maestro, già fascista della prima ora rivoluzionaria assieme ad altri illustri personaggi come Nenni, ma come loro, fervente ed irriducibile antifascista quando Mussolini inaugurò il suo regime, tanto da non voler dirigere alla Scala la Turandot, nel 1924, se Mussolini fosse stato presente
Un’altra grandiosa parentesi ludico-artistica di questo travagliato novembre fu l’impresa dell’Asso di Cuori.
Guido Keller già asso dell’aviazione nella squadra di Baracca con il simbolo dell’Asso di Cuori era stato uno dei protagonisti più accesi e stravaganti dell’impresa. Per approfondire la sua figura straordinaria suggeriamo la lettura di un libro di Atlantico Ferrrari su di lui tuttora on line e ristampato anche di recente, di cui formiamo il link https://archive.org/details/AssoDiCuori
Keller era partito a fine ottobre da Fiume alla volta di Roma per cercare di scongiurare proprio eventuali accordi con il regno jugoslavo, ma aveva avuto dei problemi che lo avevano costretto ad un atterraggio di fortuna. Raggiunse lo stesso la capitale ma non poté impedire la partenza dei diplomatici per Rapallo e si limitò ad alcuni colloqui con alcuni alti ufficiali i quali ricordavano le sue leggendarie imprese belliche.
Una volta saputo della firma del Trattato, decise di partire per Spalato con lo scopo di far insorgere le popolazioni dalmate però prima volle levarsi una soddisfazione. Rimesso in aria il suo aereo decise di sorvolare la capitale per lasciarle un suo singolarissimo ricordo ed un segno di eloquente protesta e di disprezzo. Lanciò sette rose rosse sul Quirinale: “Ala Azione nello splendore. Alla Regina e al popolo d’Italia”. Poi una rosa bianca sul Vaticano: “Ala Azione nello splendore, a Frate Francesco”. Infine un bel pitale di ferro smaltato con alcune rape legate al manico su Montecitorio: “Ala, azione nello splendore, Dona al Parlamento e al Governo, che si regge col tempo con la menzogna e con la paura, la tangibilità allegorica del loro valore”
Facendo ritorno il suo aereo, a causa di un fortunale, fu costretto ad un atterraggio di fortuna nei pressi della rocca di S. Marino, ove accreditatosi come ambasciatore della Reggenza del Carnaro, venne accolto con tutti gli onori ed aiutato a tornare a Fiume in treno passando per Trieste dove persino un ufficiale dei Carabinieri, viste le sue credenziali, lo accompagnò personalmente al treno diretto a Fiume.
La fine delle speranze fiumane arrivò però con la defezione dell’unico alto ufficiale che avrebbe potuto validamente opporsi all’assedio e all’assalto della città da parte delle truppe e soprattutto delle navi regie: l’ammiraglio Millo, il quale, saputo dell’esito del Trattato di Rapallo, si affrettò a comunicare a d’Annunzio che nulla avrebbe dovuto tentare per le genti dalmate “per non peggiorare le sorti di queste popolazioni, già così duramente provate”
Il Comandante però non aveva nessuna intenzione di abbandonare i dalmati al destino segnato a Rapallo e rivolgendosi all’Ammiraglio lo apostrofò con toccanti parole, richiamandolo al suo primo giuramento: “Scuoti da te ogni dubbio, e obbedisci allo stesso comandamento del tuo spirito. Non puoi obbedire se non a quello. Io sono pieno di coraggio nella tristezza. Soffro, e del mio soffrire mi alimento. Mandami subito una parola che non sia opaca come quella di stamani. Da prima ho dubitato che fosse tua. Odi te stesso. Ascolta te stesso. Tu solo sei degno di te.”
Il 15 novembre d’Annunzio e Millo si incontrarono e i due capi si abbracciarono, lasciando presupporre che vi fosse comunione di intenti, ci resta persino una foto di quell’abbraccio, così a Roma la preoccupazione fu davvero molta, tanto che il giorno stesso il re in persona dovette telegrafare a Millo, ricordandogli il suo giuramento di soldato di fedeltà alla corona che doveva precedere ogni altro impegno. E in effetti Millo, quando aveva giurato per la causa fiumana, lo aveva fatto a condizione che tale suo impegno non lo portasse a venir mai meno al giuramento di fedeltà alla Patria e al re, questo intento lo aveva pure ribadito quando si erano sparse voci di una prospettiva repubblicana per Fiume in palese contrasto con la corona.
Così dovette giustificare il suo incontro molto cordiale con d’Annunzio con lo scopo di invitarlo a non tentare alcuna azione militare sulla Dalmazia. L’ammiraglio aggiungeva anche alcune considerazioni personali, frutto di indagine sul campo. I dalmati temevano i serbi più degli italiani, gli italiani di Sebenico erano addirittura terrorizzati, a Zara la situazione era molto allarmante per la presenza di 250 fiumani e numerosi volontari zaratini, Millo confermava infine la sua fedeltà ed il fatto che avrebbe preferito dimettersi piuttosto che disobbedire.
Ma la fedeltà del valoroso ammiraglio vacillò quando anch’egli seppe della clausola segreta dell’accordo di Rapallo, che gli apparve come un vero e proprio tradimento, per questo egli decise di sostenere il piano di Giuriati per uno sbarco di legionari nell’isola di Curzola, affinché divenisse una base operativa di future azioni nella Dalmazia. Replicò all’invito con le seguenti testuali parole: “..Tutto quello che può dipendere da me deve essere fatto, qualunque sia la responsabilità cui vado incontro”
Giuriati che mai si sarebbe aspettato una reazione simile da Millo, andò subito dal Comandante per comunicargli la notizia, ma egli pur avendo approvato in precedenza il piano, si mostrò stranamente freddo ed esitante, dando l’impressione allo stesso Millo di scarsa decisione e inducendo anche Giuriati ad abbandonare Fiume come avevano già fatto nel frattempo alcuni alti ufficiali tra i quali pochi giorni prima, il 25 novembre, il generale Ceccherini, suo figlio e il colonnello Sani.
Quale fosse la ragione di tale esitazione è arduo supporre ma d’Annunzio, come aveva anche rilevato Caviglia confermando la prima impressione di Host Venturi, nonostante le molte parole e i grandiosi proclami, non era “uomo di azione” e non era la prima volta che esitava. In questo la differenza tra lui e Garibaldi era abissale.
Forse egli temeva che dirigendosi verso Curzola avrebbe lasciata sguarnita Fiume di fronte ad un attacco improvviso delle truppe regie, ma allora perché progettare l’impresa, solo per mettere a dura prova la pazienza e l’onore dell’Ammiraglio Millo? Il quale però deluso e timoroso di altre rovinose incertezze, ben presto dichiarò ad una delegazione di cittadini di Zara che egli non poteva opporsi agli ordini governativi, iniziando così la smobilitazione militare della città che suscitò una forte reazione da parte della popolazione italiana, appelli accorati a d’Annunzio e grida di sdegno contro lo stesso Millo.
A quel punto il Comandante si scagliò contro quello che riteneva fosse un vero e proprio tradimento, ed ebbe parole di fuoco contro l’Ammiraglio che abbandonava la causa fiumana e della Dalmazia. Così, in seguito all’arrivo di alcuni dalmati giunti a Fiume preoccupatissimi per la situazione generatasi a Zara e per l’abbandono imminente di colui che aveva sempre garantito nei mesi precedenti la presenza italiana in Dalmazia, pronunciò contro di lui una invettiva senza precedenti
“…Udite. Il governatore della Dalmazia e delle isole Curzolane, l’ammiraglio Enrico Millo, il 2 dicembre, in Zara la Santa, ai cittadini del Comitato di salute pubblica silenziosi e severi, in presenza del Generale Taranto e del capitano di Vascello Bucci, complici indifferenti, dichiarò di essere intero al servigio del regio Governo.
Egli ha risposto: “Obbedisco”
Io rispondo: “Disobbedisco”
E mi stimo più alto di lui, io che certo mi coricherò più tardi ma per non rialzarmi.
E di tutti i miei ammonitori esortatori minacciatori faccio lo stesso conto che voi, Arditi, del fodero quando avete sguainato il ferro..”
E i legionari in risposta: “Il ferro decida! Il ferro decida! Capo degli Arditi, comanda!”

Coraggio, compagni! Non giova inchinarsi su la tristezza. A noi conviene essere spietati contro noi stessi e contro tutti.
Un uomo è perduto un uomo resta…Per Fiume, per le Isole, per la Dalmazia, noi otterremo tutto quello che è giusto.
Ma se questo non potessimo ottenere, se non potessimo superare l’iniquità degli uomini e l’avversità delle sorti, io vi dico sul mio onore di soldato e di marinaio italiano che tra l’Italia e Fiume, tra l’Italia e le Isole, tra l’Italia e la Dalmazia resterà per sempre il mio corpo sanguinante”
Come vedremo nell’epilogo tragico di questa vicenda, i corpi sanguinanti alla fine furono più d’uno e non mancò di sanguinare lo stesso Comandante sebbene, nonostante i suoi numerosi ed altisonanti appelli, la sorte di Fiume fosse ormai segnata e l’azione più consapevole ed efficace fosse quella delineata da De Ambris: una saggia ed onorevole ritirata per aggirare l’ostacolo e far avanzare l’azione in Italia
Ma d’Annunzio in quella fine di novembre pareva ormai lontano dalla realtà, e alla ricerca del bel gesto che lo avrebbe consacrato nella storia. Magari sacralizzato sì, se davvero ne fosse poi restato vittima ma, sebbene ci andasse vicino, la morte, come vedremo, si fece beffa di lui anche se purtroppo non di vari giovani in un Natale fratricida.
Gli restò l’ultimo appello ai Fasci Triestini e a Giunta il quale aveva già detto che contro il vincitore di Vittorio Veneto non si sarebbe mai schierato, tanto per giustificare il suo voltafaccia a favore del suo capo che aveva già deciso e faceva anche il delatore al soldo di Giolitti.
Ma d’Annunzio sembrava ignorare tutto ciò e scriveva: “..I Fasci dovranno fare le barricate, se occorre, e assediare il buon Generale, mai sazio di gloria. Io mi farò ammazzare con tranquillo disprezzo e non invidierò i superstiti. La parola di Cambronne è la sola degna di queste canaglie stipendiate. A noi! A noi!”
E qui davvero il delirio rasentava la farsa..

 

© Carlo Felici
17 continua.

 

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Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

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