mercoledì, 23 Ottobre, 2019

Fiume. La rivoluzione ardita e tradita

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Prima parte “Una vexata qaestio”. Cento anni dopo l’impresa di Fiume, riflettere sulle sue cause, sulle prospettive con cui si sviluppò e anche sulle conseguenze che essa generò, significa focalizzare una parte cruciale della storia d’Italia che è il passaggio dal biennio “rivoluzionario” del 1919 1920 a quello “reazionario” del 1921 1922 e capire proprio le ragioni di questa svolta, le quali trovano in gran parte nella impresa di Fiume le loro motivazioni profonde, oltre che gran parte dei loro protagonisti.
Ce ne siamo già occupati parzialmente nella precedente storia a puntate pubblicate su questo giornale fino al giugno scorso, ed in particolare, in una di esse (la quinta), abbiamo già trattato del proficuo rapporto che d’Annunzio ebbe con i socialisti fino alla Grande Guerra, non ovviamente da aderente a quel partito, ma condividendo molte delle loro battaglie economiche e sociali.

Ora si tratta solo di zoomare nei fotogrammi di una storia troppo a lungo trascurata o misconosciuta, per ingrandire il passaggio cruciale che in Fiume vide l’elaborazione di molte idee rivoluzionarie le quali, nel seguito degli eventi, saranno in parte frustrate e criptate ma non eliminate, e in altra parte, assumendo una direzione inversa, alimenteranno la reazione. Esse ebbero, tuttavia, una comune matrice ed una comune prassi nella determinazione dei protagonisti di quelle vicende, dovute in gran parte all’animosità ed al coraggio delle Truppe d’Assalto della Grande Guerra: gli Arditi.

La rivoluzione fiumana, intatti, fu a tutti gli effetti una “rivoluzione ardita”, progettata, realizzata e difesa fino alla morte, da ufficiali, soldati e persino giovanissime reclute dei “Reparti d’Assalto”, da combattenti che avevano dato il più valido contributo alla vittoria nella Grande Guerra o da coloro che, pur essendo troppo giovani per averne esperienza, seguivano alla lettera la formazione, il gusto e la inclinazione esistenziale degli stessi Arditi e che restarono fino alla fine sul campo, disposti a battersi contro tutto e contro tutti, pur di non cedere nemmeno un centimetro di terra al “nemico regio”. Il loro “spirito” animò anche l’azione di altri corpi militari e pertanto sarebbe profondamente ingiusto trascurare il contributo decisivo ed indispensabile che dettero Alpini, Granatieri, Marinai, Carabinieri e persino Finanzieri all’attuazione e alla resistenza di quell’impresa, assieme a buona parte dei patrioti fiumani
D’Annunzio ne fu il capo “carismatico” ma, come vedremo già da quel che accadde nei primi giorni, fu anche il primo, forse per mancanza di “tempra militare”, forse perché impreparato, o forse solo perché innamorato di un sogno creativo, magari anche inconsapevolmente, a “tradirla”, in quello che avrebbe dovuto essere il suo tempestivo e naturale esisto espansivo rivoluzionario.
A lui vanno meriti immensi, nonostante durante tutto quel periodo di circa sedici mesi, la stampa ufficiale, i ministri e tutto il governo di una Italia vittoriosa in guerra ma perdente e fatiscente in pace, cercassero sempre di denigrarlo e di screditarlo. Fu infatti soprattutto grazie a lui e alle sue straordinarie capacità creative ed artistiche e di guida esemplare, che questa vicenda non si esaurì in una semplice occupazione o in una misera e velleitaria spedizione nazionalistica, o addirittura imperialistica, come tuttora qualcuno si ostina piuttosto miseramente a credere, ma divenne piuttosto un laboratorio di idee, spesso gioioso, trasgressivo, irriverente a tal punto non solo da investire lo stesso assetto istituzionale del progetto rivoluzionario, con una Carta Costituzionale mai vista prima e del tutto tanto “inattuale” quanto “futurista”, ma anche addirittura quello militare.

Tutto ciò lo vedremo nel prosieguo di queste puntate che non hanno, lo diciamo subito onestamente, la velleità di assumere orientamenti storiografici che possano competere con altri già delineati in proposito, ma che nemmeno vogliono scadere nel pamphlet giornalistico spesso meramente propagandistico, o soggiacere alla spocchia accademica di chi crede che di tali vicende debbano solo occuparsi gli accademici o i “chierichetti” dello storicamente corretto e non revisionabile, non si capisce poi in nome di che cosa. Forse di qualche ideologia sepolta e riapparsa saltellando per la tastiera.
Esse hanno, in ogni caso, un taglio divulgativo e sono rivolte principalmente ad un largo pubblico non in particolare di specialisti, diverrà dunque inevitabile focalizzare alcuni aspetti e lasciare un po’ più nell’ombra altri, pur non trascurando mai la visione d’insieme.

Prima di affrontare la narrazione delle vicende, preferiamo osservare come, nel tempo, l’impresa fiumana sia stata a lungo mistificata, stravolta e addirittura misconosciuta nelle tante interpretazioni che diacronicamente le sono state attribuite, fino a perdere di vista le stesse cronache dei protagonisti le quali, se oggi sono di sempre più difficile reperibilità, almeno nei testi ormai parecchio datati, nel mercato librario, pur tuttavia esistono tuttora almeno nelle biblioteche e conservano intatto tutto ciò che può emergere di storicamente attendibile da quella vicenda, e che è ancor oggi scevro da ogni distorsione temporale.
Come abbiamo già fatto notare, i giornali giolittiani dell’epoca ce la misero tutta per screditare tutto quello che fosse “fiumano”, ce lo riferisce lo stesso Gramsci il 6 gennaio del 1921 su “L’Ordine Nuovo” “L’onorevole Giolitti, in documenti che sono emanazione diretta del potere di Stato, ha più di una volta, con estrema violenza, caratterizzato l’avventura fiumana. I legionari sono stati presentati come un’orda di briganti, gente senza arte né parte, assetata solo di soddisfare le passioni elementari della bestialità umana: la prepotenza, i quattrini, il possesso di molte donne. D’Annunzio, il capo dei legionari, è stato presentato come un pazzo, come un istrione, come un nemico della Patria, come un seminatore di guerra civile, come un nemico di ogni legge umana e civile. Ai fini di governo, sono stati scatenati i sentimenti più intimi e profondi della coscienza collettiva: la santità della famiglia violata, il sangue fraterno sparso freddamente, la integrità e la libertà delle persone lasciate in balia di una soldataglia folle di vino e di lussuria, la fanciullezza contaminata dalla più sfrenata libidine,. Su questi motivi il governo è riuscito ad ottenere un accordo quasi perfetto: l’opinione pubblica fu modellata con una plasticità senza precedenti”

Si può dire che su tale dimensione propagandistica sia stata modellata, più o meno eufemisticamente, anche la critica storiografica che è seguita nel tempo e che perdura, sotto certi aspetti, tuttora quando fa ancora risalire le radici di quella impresa ad una sorta di vitalismo di destra con immancabili velleità imperialistiche o riduce il tutto ad una solenne fanfaronata dannunziana. E si può anche ribadire, purtroppo, che gli schizzi di fango su Fiume 19-20 non si siano per niente esauriti, ad opera di certa stampa “benpensante” e di certa storiografia “ideologizzata”, così come quelli su d’Annunzio e sebbene non solo sia passato un secolo, ma, in particolare, ormai esista ormai una tale mole di documenti da smentire seccamente che l’impresa dannunziana potesse essere il “prologo” della marcia su Roma, dati i suoi protagonisti, alcuni dei quali furono proprio oggetto di persecuzioni feroci da parte del Fascismo. Forse c’è il timore, di questi tempi, che possa essere spunto per riferimenti “sovranisti” in una aberrante comparazione strumentale che ha proprio nell’assurdità di un concetto: il “sovranismo monetario”, la netta antitesi del significato culturale e spirituale della parola Patria che ispirò l’ultima impresa risorgimentale ed animò anche le cosiddette “sinistre” di allora.

E’ questo anche un modo per riflettere sugli errori dello stesso Partito Socialista di allora, il quale non seppe cogliere una grande opportunità di saldarsi e magari veicolare, forte della sua grande maggioranza numerica, una rivoluzione troppo facilmente definita come “estetica”, “nazionalista” o “guerrafondaia”, in un grande cambiamento dell’Italia che avesse come protagonisti gli stessi “lavoratori in armi”, magari moderandone le spinte eversive e convogliandole in una opportuna trasformazione sociale ed istituzionale, secondo quella tradizione garibaldina e mazziniana, troppo a lungo oscurata sia dalla monarchia sabauda che dalle ideologie di un socialismo schiacciato sulla Terza Internazionale. Non a caso, persa quella grande occasione, immediatamente dopo quell’impresa, lo stesso Partito Socialista cominciò a frantumarsi in vari pezzi, fino a risultarne annichilito.

Vediamo, dunque prima, a grosse linee, come si è andato configurando il giudizio storico, con il passare del tempo intorno a quegli eventi, per passare poi alla loro narrazione.
La critica crociana verso d’Annunzio ha influenzato a lungo l’orientamento culturale nel nostro Paese, inquadrando il Vate erroneamente, tout court, in quel filone “decadentista” in cui tuttora resta imprigionato dai programmi scolastici, e questo la dice lunga sulla muffa che affligge tuttora la scuola italiana. Ma Croce andò anche oltre, nella sua critica corrosiva, definendolo un “dilettante di sensazioni”, una sorta di prototipo di una italianità fatta di vizi, manie, del tutto sregolate oppure regolate solamente da “voluttà” e “crudeltà”, in una estemporaneità che risultava, secondo il nostro filosofo idealista, priva di un progetto culturale degno di altri autori del nostro Ottocento.

Inutile dire che critici come Augusto Monti e Guglielmo Ferrero di scuola crociana e di estrazione liberale, ripresero abbastanza pedissequamente tali osservazioni, stigmatizzando gli aspetti velleitari e militaristi dell’impresa dannunziana come risultato di una iniziativa piccolo borghese, nazional-popolare, prologo perfetto del fascismo, in uno uno svarione clamoroso in cui cadde persino il giovane Gobetti, assimilando addirittura il dannunzianesimo al tipico “carattere fascista” dell’italiano medio
Anche Gramsci, pur riconoscendo una certa “venatura socialista” nell’impresa fiumana, non si discostò dallo stereotipo della tipologia irrazionale e piccolo borghese che, a suo avviso, la contraddistinsero, fino a renderla al contempo una manovra reazionaria e imperialistica, rivolta in particolare alle grandi masse popolari.
La strumentalizzazione fascista dell’impresa trovò quindi terreno fertile in una critica già stratificata e non fece altro che rilanciarla in senso apologetico, esaltando il ruolo dell’intellettuale soldato che si erge come esempio, nel culto dello Stato e della sua missione civilizzatrice, per rigenerare una Italia prostrata e corrotta dal panciafichismo.
Tutto questo non poté che orientare in senso decisamente avverso a d’Annunzio e alla rivoluzione fiumana la critica antifascista del dopoguerra, ostacolando la ristampa dei testi che documentarono quei fatti e mettendo del tutto in ombra l’originalità degli intenti rivoluzionari, creativi ed internazionalisti di tale impresa

I luoghi comuni del crocianesimo furono quindi ripresi e rilanciati e, in maniera più velata, possiamo dire che non sono del tutto scomparsi ancora oggi, mettendo del tutto in ombra i tentativi di Salvatorelli e Gramsci di considerare in maniera più ampia la dimensione culturale e storica del movimento fiumano, tornando così a relegare d’Annunzio, con Vivarelli, nella configurazione che avrebbe “infettato” il già debole sistema liberale con germi antidemocratici. Alatri e Valeri approfondirono gli aspetti ideologici dell’occupazione di Fiume , il primo inquadrandola ancora in una sorta di intento reazionario, il secondo cominciando a rilevare la eterogeneità dell’impresa rispetto alla sua composizione interna di natura non meramente reazionaria, ma permeata anche di fermenti anarchici repubblicani e libertari
Una decisiva svolta si ebbe finalmente, sul piano storiografico, con gli studi di De Felice e con il libro di Leeden, nella metà degli anni 70, dopo il singolare e potremmo dire “arditamente riuscitissimo” libro-documento: “L’impresa di Fiume” di Ferdinando Gerra già uscito in un volume nella metà degli anni sessanta e poi edito di nuovo in maniera più arricchita circa dieci anni dopo in due volumi, tuttora tra i migliori per documentare diacronicamente quegli eventi.

Mentre però Leeden continuava ad inquadrare quella vicenda in un una sorta di “microcosmo della pazzia e della magia del XX secolo”, alimentando così un mito perdurante nella storiografia anglosassone, che riecheggia la critica crociana e confinando la vicenda fiumana in un orizzonte estetizzante e teatrale, De Felice, finalmente riusciva a focalizzarla adeguatamente con coordinate storiche che potevano rilevarne non solo la sua progressiva metamorfosi interna, ma anche il tentativo di saldarsi, attraverso le vicende del movimento repubblicano e sindacale rivoluzionario, con un progetto insurrezionale destinato a cambiare profondamente l’assetto dell’intero Stato italiano.

Di recente, la storia di Fiume dannunziana è stata ripresa con libri che si sono decisamente spostati sul fronte opposto rispetto alle critiche del passato, fino però a fare paragoni azzardati con movimenti che, se sono stati altrettanto creativi e innovativi, come il 68 o il 77, non hanno però avuto alcuna capacità di elaborazione di un progetto di cambiamento radicale delle istituzioni, come quello che scaturì dalla fiumana Carta del Carnaro. Nonostante ciò, gli studi della Salaris che ha aperto una nuova prospettiva di indagine degli aspetti festivi dell’esperienza fiumana e quelli di Guerri, che ne ha narrato le vicende anche con una quantità straordinaria di materiale inedito proveniente dagli archivi del Vittoriale e che troppo facilmente certo mondo accademico ha snobisticamente confinato nell’ambito dei “lavori apologetici di taglio giornalistico”, hanno tuttavia validamente costituito, soprattutto per un largo pubblico, uno stimolo notevole ed essenziale per approfondire la storia di quel momento cruciale del nostro Paese, “defascistizzandola” e sottraendola ai luoghi comuni del passato, in particolare col propiziare incontri, mostre e convegni rivolti ad un vasto pubblico, con i quali essa è finalmente entrata anche nella nostra quotidianità. Sono così finalmente stati ristampati, in questi ultimi mesi i testi molto interessanti dei testimoni diretti di quell’epoca ad opera di coraggiose cade editrici minori. In una risposta all’anarchico Randolfo Vella nel ‘20 che chiedeva a d’Annunzio, dopo aver sentito dire da lui stesso che egli era “per un comunismo senza dittatura” e replicandogli che “Ma il suo sbarco a Fiume più che comunista ed internazionalista, lo rivela ultranazionalista”, d’Annunzio sorridendo affermò: “E’ mia intenzione fare di questa città un’isola spirituale dalla quale io possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse. Io ho bisogno di non essere calunniato da voi sovversivi; poi vedrete che la mia opera non è nazionalista”. E volete sapere quale fu il commento del giornale anarchico a tale affermazione? Ebbene eccolo: “D’Annunzio è un debole. E sia. Ma quando si è deboli si fanno madrigali e non già il tiranno da palcoscenico. …Noi odiamo tutti i tiranni, tutti i dittatori, ma se essi hanno dell’energia, se tentano sul serio di applicare un loro programma, buono o cattivo, possiamo ammirarli…Ed è questo d’Annunzio che si appaga del titolo di Comandante e poi permette, egli che dispone della forza militare, che si commettano a Fiume tante infamie e si rida delle sue disposizioni benevole, ed è questo d’Annunzio che dovrebbe instaurare il Comunismo e fare di Fiume un centro di irradiazione comunistica? Via! per tali compiti ci vogliono altre tempre di uomini. D’Annunzio…vada a far versi!” Ecco come un giornale “anarchico” non dimostrava alcuna difficoltà a scadere nel più becero stalinismo..e dovremmo tuttora considerare d’Annunzio un “bieco nazionalista”?

Ciò nonostante, c’è ancora una certa perdurante tendenza a considerare il fiumanesimo come prima espressione di una “destra rivoluzionaria europea”, privandolo di caratteristiche “libertarie” e antifasciste” e continuando ad integrarlo nel filone del culto della Patria e della stirpe che sappiamo bene animarono sia il fascismo che il nazismo. Verso queste prospettive purtroppo non ancora del tutto esaurite, furono orientati gli studi di Mosse e di Gumbrecht su cui si innesta l’interpretazione di Gentile tesa a comparare strettamente, mediante il concetto di “rinascita della stirpe”, il fiumanesimo con il nascente movimento dei “fasci di combattimento”. E lo stesso Serventi Longhi, in un suo libro recente, parla del fiumanesimo come di “un’originale ideologia capace di proporre nuovi strumenti di mobilitazione politica delle élite e delle masse” ma pur sempre protesa verso un orizzonte imperialista legato al culto della patria e alla crociata contro l’ordine liberale e borghese. A smentire seccamente questa ipotesi c’è lo stesso d’Annunzio quando, con un messaggio del 17 settembre del 1919, si rivolse alle grandi Logge degli Stati Uniti e d’Inghilterra, oltre che al Grande Oriente e alla Gran Loggia di Francia con queste testuali parole: “Voi sapete che noi entrammo in guerra nell’ora più grave, in omaggio alle nostre origini e secondo la missione italiana, per salvare la libertà del mondo, e – lontani dalle mire di un fanatico imperialismo – per integrare l’unità della Patria..” vedremo poi come si concludeva il messaggio.

Anche i più rilevanti documenti che tuttora conserviamo su Fiume, in particolare quelli che ci provengono dalla sua più significativa ala rivoluzionaria, sono tuttora di fronte ai nostri occhi a dimostrare che non ci fu alcun intento imperialistico. Che fu, piuttosto, una reazione, in nome della cultura e della Tradizione umanista e latina, nei confronti di un avido e persistente imperialismo economico e speculativo transnazionale, il quale, dopo avere sfruttato con ogni mezzo la guerra per trarne profitto, mandando al macello milioni di poveri giovani disgraziati, si accingeva ipocritamente a speculare anche sui risultati del conflitto, predicando tutto e il contrario di tutto per suo esclusivo vantaggio: al contempo l’autodeterminazione dei popoli e la loro negazione e frammentazione sfacciatamente, in nome degli interessi commerciali e bancari della grande finanza internazionale. Fiume fu la denuncia e la rivolta rispetto a tutto ciò, in maniera limpida, palese, e ostinata, fino ad issare il Tricolore senza lo stemma sabaudo. Per questo la sua fine non poteva che essere voluta a tutti i costi, designata e ferocemente portata a compimento, non solo da parte di un governo italiano allora debole e piuttosto servile, che era stato trascinato in guerra per fare “massa” e che, una volta offerto il suo straordinario ed orrido sacrificio di sangue, veniva liquidato in un angolo, rinnegando tutte le promesse fatte in precedenza, quasi ad accontentarlo nella stessa misura con cui lo avrebbero fatto gli austriaci se l’Italia non fosse intervenuta, ma oltretutto anche ad opera di tutti gli “alleati vincitori” del conflitto, sempre pronti, ieri come forse per altri versi oggi, a ricattare l’Italia.

Una riprova di quanto appena detto è la cronaca di fine agosto del 1919. Era il 24 agosto del 1919 ed ecco cosa diceva allora allarmato il Presidente Nitti al generale Pittaluga mandato a Fiume, proprio nella testimonianza di quest’ultimo: “L’Italia marcia verso la rivoluzione; noi manchiamo di carbone, di metalli, di grano, e di molte altre materie di prima necessità; il 31 agosto dobbiamo pagare fortissimi interessi in oro e non abbiamo mezzi per far fronte agli impegni. A tutto questo si può rimediare solo se rinunciamo a Fiume. Le conclusioni della commissione di inchiesta, relative agli avvenimenti verificatisi nello scorso luglio in quella città, stanno per essere ratificati dal Consiglio Supremo della Conferenza di Parigi; occorre che Lei vada al più presto a Fiume, là giunto cerchi di riattivare le buone relazioni coi comandi alleati evitando attriti di qualunque genere con questi e con le autorità locali e usando con tutti molto tatto. In questi giorni la Brigata Granatieri deve lasciare Fiume e fra non molto sarà ritirata anche la Sesia, non rimarrà in quella città che la Brigata Regina, con speciale compito di guardare la linea di armistizio. Quanto prima il generale Grazioli sarà richiamato a Roma; in seguito arriveranno a Fiume quattro generali rappresentanti le grandi potenze alleate e l’America, i quali avranno il compito di assicurare l’imparzialità del governo locale e il mantenimento dell’ordine in città. Nel breve periodo ella deve evitare riviste, feste, sbandierate, ogni manifestazione insomma, che possa esaltare la cittadinanza. Conto sulle qualità di tatto, e, occorrendo, sulla sua energia” Concluse con queste parole testuali: “E’ sorto in Fiume un battaglione di volontari; bisognerà vedere che non aumenti il numero. Quanto ai gruppi di volontari ed agli individui isolati, che, per mare e per terra, tentassero di raggiungere Fiume ho già dato ordini precisi alle autorità politiche perché vengano arrestati” Fiume che aveva sancito la sua volontà di unirsi all’Italia solennemente con un plebiscito ratificato dal suo Consiglio Nazionale poco prima che la guerra vittoriosa finisse, il 30 ottobre 1918, doveva essere consegnata alle potenze alleate e agli USA.
Il giorno successivo, 25 agosto i Granatieri di Sardegna, partirono da Fiume tra le lacrime della popolazione fiumana, tra le urla di disperazione delle donne e anche dei bambini, tra fiori e bandiere, gridando con impeto di fede la loro promessa: RITORNEREMO!

Così cantavano uscendo da Fiume tra le lacrime e le grida accorate della folla
“Il venticinque agosto / È successa un porcheria
I baldi Granatieri / Da Fiume andaron via
Don don don / Al suon del campanon.
Alla mattina all’alba / Suonavan le campane
Partivan i Granatieri / Piangevan le fiumane
Don don don / Al suon del campanon”.

Le ragioni della rivolta fiumana però sono più ampie del risentimento o del mito della “vittoria mutilata”, e, tuttora chiarissime, esse rientrano nella volontà di creare un nuovo assetto geopolitico dell’Europa, così ci riappaiono limpidamente ancor oggi tutte, specialmente in un documento di De Ambris, che analizzeremo la prossima volta insieme agli eventi che caratterizzarono gli inizi della vicenda fiumana.

© Carlo Felici

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