giovedì, 9 Luglio, 2020

Fiume tra carnevale e quaresima

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Fiume la rivoluzione ardita e tradita – Settima parte. Il febbraio del 1920 iniziò a Fiume con l’arrivo di un personaggio assai singolare, si chiamava Haru Kici Shimoi, un vero e proprio Samurai che aveva il pallino della poesia dantesca.
Per questo era stato mandato in Italia dal governo nipponico, per studiare Dante e l’arte italiana. Si recò quindi a Napoli dove divenne ‘o professore, dato che più che imparare l’italiano, ebbe modo di apprendere l’accento e il dialetto napoletano. Nella città partenopea ebbe quindi l’opportunità di insegnare all’Istituto orientale, dove frequentò il traduttore Gherardo Marone e l’ambiente della rivista d’avanguardia “La Diana”. Pubblicò inoltre le prime traduzioni nella nostra lingua di alcuni poeti giapponesi. Questo libro intitolato “Poesie giapponesi” ebbe molto successo e avrebbe inaugurato uno stile che poi influenzò la poesia di Ada Negri, Martino Moretti e persino alcuni versi sperimentali di Ungaretti
Durante la Grande Guerra Shimoi fu al fronte come reporter di un giornale giapponese e riuscì anche a raggiungere la prima linea dove erano impegnati gli Arditi
Fu proprio nel corso di uno dei combattimenti dei nostri Reparti d’Assalto che Shimoi si trovò a prestare soccorso ad un nostro soldato ferito dalle granate austriache e, per onorare questo gesto con cui egli aveva messo a repentaglio la sua stessa vita, gli venne donata una divisa da Ardito da cui non si separò mai.

Alle fine della guerra fu il primo ad entrare a Trento con le truppe italiane e cadde commosso in ginocchio davanti alla statua del suo amatissimo Dante. Le sue esperienze di guerra le narrò in un libro dal titolo: “La guerra italiana vista da un giapponese”, un testo rarissimo e ormai molto prezioso, pressoché introvabile se non a prezzi esorbitanti nel mercato antiquario, di cui ci auguriamo la ristampa per completare ciò che di già edito su questo autore ha curato Guido Andrea Pautasso nel suo volume “Un samurai a Fiume”.
Shimoi incontrò d’Annunzio a Venezia e fu subito amore a prima vista tra poeti, il Vate ricorda tale primo incontro con queste parole: “Parlavamo dell’Italia dolorosa, parlavamo del nostro sacrifizio, del nostro sangue, dei giorni disperati e delle speranze invitte. Te ne ricordi? Vidi a un tratto due lacrime vive sgorgare dai tuoi sconosciuti occhi di straniero. E subitamente ti riconobbi fratello; e il cuore mi si aperse. Ora ti dico – in questo giorno di primavera ansiosa – ti dico che nessun poeta della tua stirpe compose mai strofa su rugiada più celeste di quel tuo pianto.

 

I due “Vati” avrebbero dovuto spiccare il volo insieme verso la patria del Samurai, Tokio ma l’impresa di Fiume cambiò radicalmente il loro programma.
Quando Shimoi volle raggiungere la città olocausta, erano già passati circa cinque mesi dall’inizio di quell’avventura, e lui aveva maturato anche la sua “svolta rivoluzionaria”, non voleva più essere chiamato “professore” e insegnare all’Istituto Orientale non era più per lui un punto d’onore, anzi, come scrive lui stesso in una lettera indirizzata a Salvatore Aversa, “era invece una umiliazione ch’io ho sopportato ermeticamente per cinque lunghi anni. Però era diventata ormai insopportabile […] Sono ora un semplice Shimoi, senza impegno, senza titolo, senza ritegno”

Quando arrivò a Fiume e si presentò a d’Annunzio, vestito da Ardito e con degli occhiali da ipermetrope che gli ingrandivano gli occhi a dismisura, il Vate si curvò subito su di lui abbracciandolo e gridandogli “Fratello!..Fratello mio!”..poi se lo guardò meglio, lo scrutò da capo a piedi e sorridendo ironicamente come suo solito aggiunse.. “..sebbene non di sangue”.
A Fiume Shimoi consegnò al Comandante l’alta onorificenza di Cavaliere del Sol Levante, in pratica un attestato che lo qualificava a tutti gli effetti come Samurai, accompagnato dal seguente messaggio: “A Gabriele d’Annunzio. Fiume. Vengo a Fiume, città di martirio, con un messaggio dell’Osaka Ashai, per abbracciare in voi l’anima più alta d’Italia”

Shimoi venne immediatamente nominato Caporale d’onore della stessa guardia del corpo del Vate.

Durante il banchetto che seguì a questo incontro, lo stesso Comandante pronunciò un discorso di elogio di un Oriente ancora incontaminato e una dura condanna dell’Occidente corrotto con le seguenti parole: “Liberiamoci dall’Occidente che non ci ama e non ci vuole. Volgiamo le spalle all’Occidente che ogni giorno di più si sterilisce e s’infetta e disonora in ostinate ingiustizie e in ostinate servitù. Separiamoci dall’Occidente degenere che, dimentico d’aver contenuto nel suo nome lo splendore dello spirito senza tramonto, è divenuto una immensa banca in servizio della plutocrazia transatlantica” Parole profetiche che, dopo un secolo, suonano ancora come un monito ed una condanna al tempo stesso.
Il sodalizio tra i due “vati” fu intenso e a tratti anche molto divertente, come quando d’Annunzio lasciò intendere ai suoi ufficiali ed ai soldati che conosceva la lingua giapponese e, d’accordo con Shimoi, a mensa spesso si levava in piedi e diceva: “Adesso il fratello Shimoi dirà alcune poesie nella lingua della sua Patria ed io le tradurrò in italiano per voi”. Shimoi, d’accordo con lui, pronunciava sillabe altisonanti ed armoniose ma prive di alcun significato e d’Annunzio, con aria attentissima, quasi a cogliere anche la minima sfumatura di tono, poi, improvvisava a sua volta alcune imitazioni di bellissime poesie nipponiche, senza che alcuno avesse il minimo dubbio sulla loro fedeltà all’originale..

Ma sentiamo come lo stesso Shimoi descrive quel magico “gioco di prestigio” della traduzione: “Capii subito il trucco del gioco di prestigio. Così feci uscire dalla bocca cose come..Irohanihohe..chishin puipui..oni wa soto, fuku wa uchi..soriya kikoemasenu denbei” ed altre cose senza senso e non appena prendevo fiato, facendo una interruzione, d’Annunzio cominciava a “tradurre” trovando sempre le parole da dire. Recitava, facendole sembrare del genere delle poesie giapponesi, cose come la tristezza al rumore degli insetti o la nostalgia del corso d’acqua limpido in cui si specchia la luna, o la lode delle nuvole passeggere o le poesie di pianto per i fiori caduti o le canzoni di compassione per la rugiada sulla sulla cima degli alberi”. E i legionari e gli ufficiali restavano tutti sbigottiti ed ammirati per come d’Annunzio conoscesse bene il giapponese, sapendo anche con grande immediatezza restituirne il senso e il fascino nella sua liricità. Il Vate non si è davvero fatto mai mancare nulla..
In definitiva, però, Shimoi più che fare da guardia del corpo a d’Annunzio, fu soprattutto suo uomo di fiducia nel portare lettere e messaggi, in particolare a Mussolini, recandosi nella sede milanese del suo giornale “Il Popolo d’Italia”. Proverbiale la risposta del Vate al futuro Duce quando si trattò di reclamare i soldi raccolti dal giornale per la causa fiumana: “Se almeno mezza Italia somigliasse ai Fiumani, avremmo il dominio del mondo. Ma Fiume non è se non la cima solitaria dell’eroismo, dove sarà dolce morire ricevendo un ultimo sorso della sua acqua. Non c’è proprio nulla da sperare? E le vostre promesse? Bucate almeno la pancia che vi opprime e sgonfiatela” Il Vate che pure ebbe moltissimo da Mussolini nel suo esilio dorato dopo l’impresa fiumana, non aveva peli sulla lingua e sicuramente a ragione, dato che, sui due milioni di lire raccolti per la causa fiumana, solo poco più di seicentomila lire furono consegnate ai fiumani, il resto Mussolini lo spese per il giornale, per chi lo presidiava e soprattutto lo dilapidò nella sua fallimentare campagna elettorale.

Shimoi conobbe a Fiume le migliori menti di quella “arditissima rivoluzione”, come De Ambris, Kochnitzchy e Susmel, tutti avrebbero cercato di espandere l’aroma della “rosa fiumana” verso i più lontani continenti e verso i popoli più oppressi in cerca della loro liberazione.
In quel mese, nel corso di una partita amichevole tra soldati italiani fiumani e civili locali nello stadio di Cantrida, per la precisione il 7 febbraio 1920, il Vate decise di omaggiare la madrepatria e di dare una ulteriore testimonianza dell’amore di Fiume per l’Italia. Inventò dunque quello scudetto che accompagnerà le glorie calcistiche italiane per tutto il nostro futuro, sino ad oggi, o almeno sinché le nostre maglie resteranno azzurre come allora e dotate di tale onorato tricolore ornamento. Ad onor del vero, la partita si concluse con la vittoria dei locali fiumani per 1 a 0 con un gol di un certo Tomag, ma la formazione con lo scudetto ebbe ben altra risonanza. Un piccolo pezzetto di stoffa si trasformò infatti immediatamente in un argomento di discussione per tutti i giornali e persino per le riunioni politiche tanto che, due anni dopo, nel gennaio del 1922 la Gazzetta dello Sport nominò d’Annunzio “sportivo dell’anno” sia per la sua inventiva che per la meravigliosa intraprendenza in tale materia

Purtroppo il mese di febbraio fu anche funestato da una tragica vicenda. Tre apparecchi si levarono in volo per raggiungere Fiume dall’aeroporto di Zaule, nei pressi di Trieste. Uno, quello dei tenenti Sales e Diana, sfidando la pioggia e le raffiche di bora, era riuscito ad atterrare al campo di Grobnico. Un altro, monoposto, pilotato dal sergente Guerra, aveva dovuto ridurre il volo atterrando in Istria ed il pilota, rocambolescamente sfuggendo alla cattura da parte delle truppe “regie”, era riuscito ad arrivare a Fiume. Il terzo, invece, con il pilota Enzo Ferri e il pluridecorato tenente Basilio Scaffidi era scomparso del tutto.
Seguirono due o tre giorni di trepidante attesa, e si sperò che fosse atterrato in Croazia, ma poi purtroppo giunse la notizia di una tragica sciagura con la relativa segnalazione. Il velivolo era stato travolto dalla bufera ed era precipitato al suolo in prossimità di Pisino.
Dopo Bini e Zeppegno, altri due valorosi legionari del cielo fiumano perivano. Un’altra coppia alata aveva “offerto il suo olocausto all’Olocausta”

Il Comandante non mancò di celebrare commosso anche questa sciagura con suoi consueti ed accesi toni lirici e patriottici: “…Essi non possono aver pace se non nel luogo del loro amore: in Fiume d’Italia. Essi non poterono essere placati se non dai lauri del Carnaro, che solo oggi nel mondo hanno l’aroma della vittoria”… “Agli italiani che oggi sono contro gli italiani, ai fratelli che oggi sono contro i fratelli, noi chiediamo i nostri morti: noi chiediamo le reliquie dei martiri nostri, noi chiediamo di trasportarli sui rottami dell’ala che fu la loro croce”

“E oggi, mentre l’interno nemico si mostra ancora più ignobile e l’esterno si fa più insolente, quel che dissi al popolo di Fiume e ai Senatori del Consiglio davanti al feretro della prima coppia ammantato dalla grande bandiera dei fanti, quello io ripeto per me e per i miei, per uno e per tutti: – Siate certi che tutti, come questi straziati confessori della fede, vogliamo per la fede morire -”
Tutta la città di Fiume, ancora una volta, si strinse commossa accanto alle salme dei legionari alati caduti per la causa irredenta ed il corteo si allungò attraversando la città, in un profluvio di fiori lanciati dalla terra e dal cielo da altri legionari alati che resistevano nei cieli di una indomabile libertà.
L’undici febbraio il Comandante celebrò il secondo anniversario della beffa di Buccari, le sue parole furono lapidarie e stentoree, rinnovando nel ricordo di quell’impresa la necessità di osare l’inosabile nel suo proverbiale: “memento audere semper”

Ecco un brano del suo discorso: “Come i tre di Buccari, come i trenta di Buccari, tutti i legionari fedeli a Fiume devono essere pronti ad osare l’inosabile. E quelli che se ne vanno non li salutiamo. E di quelli che preferiscono il savio congedo e il premio dei trenta denari e il pacco del vestito troppo largo o troppo stretto, non ce ne curiamo. E quelli che mormorano perché sta per essere disturbata la loro vita di caffè e di bordello, trattiamoli come tavoleggianti e bertoni. E i bari e il ladri e le spie e tutti i cavalieri di ricatto e di scrocco espulsi lasciamo in servizio di infamia rimunerato ai comandi dell’altra parte…..”
E ancora: “Ho tuttora negli occhi dell’anima la visione dei carri pieni di fanti bianchi su la via della “santa entrata”. Eravate venuti per sbarrarci il cammino, e all’improvviso vi mutaste tutti in una fiamma italiana di giovinezza. Allora io vi gridai, attraverso le armi e i lauri: Arditi della Regina, Gabriele d’ Annunzio vi saluta in Fiume come vi salutò nel Vallone del Sangue!”

E la vostra anima fu la mia, il contro ardore fu della Causa. Tutti foste giurati con me, giurati coi sopravvenuti fratelli”… “E al fine da voi ricevendo il giuramento rinnovato io dissi: – Fucilieri della Regina, fucilieri di Palestro e di Monte Fior, chi vi conduce, schietto cuore italiano, raccolga il giuramento e lo faccia suo. Miei giovani fratelli, fiore della nostra razza eletta, ripetiamo in Fiume una parola romana: – Qui rimarremo ottimamente – Quella sentenza romana fu detta a voi per la prima volta, in Fiume liberata. E voi la portaste incisa nel petto. Hic manebimus optime”

Una grande consapevolezza anche dei rischi e dei pericoli che erano annidati persino nel cuore della città di Fiume, ma anche una adamantina determinazione nel voler lo stesso portare avanti l’impresa a tutti i costi accompagnavano quel discorso che rinnovellava una notte ormai lontana nell’alba di una nuova sfida che ostinatamente rifiutava il suo crepuscolo.

Quel febbraio fu permeato anche da una certa amarezza causata da chi avrebbe dovuto aiutare d’Annunzio ma che, in definitiva, sia all’inizio che alla fine della sua impresa non fece altro che tradirlo sebbene poi cercasse di appropriarsi di tutta la simbologia dannunziana di Fiume.
Mussolini dovette affrontare un esposto al collegio dei probiviri dell’Associazione lombarda della stampa da parte di due ex redattori del Popolo d’Italia: Rossato e Capodivacca. I due si erano dimessi dal giornale diretto da Mussolini e cercavano di ottenere una indennità di liquidazione giustificandosi con gravi motivi e contrasti di carattere politico, accusando Mussolini di essersi appropriato indebitamente di una ingente parte della somma destinata alla raccolta “pro Fiume” al fine di finanziare, citiamo le loro stesse testuali parole: “bande di elementi raccogliticci, arditi e borghesi, chiamati a Fiume e da parecchie città d’Italia, pagati a trenta lire al giorno, senza contare il rimborso delle notevoli spese, ed organizzate a scopo di intimidazione e di violenze”

Questa accusa era poi stata rilanciata dalla stampa contraria al fascismo e anche da quei legionari che ritenevano i fascisti, ed in particolare Mussolini, blandi e parolai nei loro confronti.

Era in definitiva un tradimento bello e buono, pagato trenta denari al giorno, solo che Giuda non ebbe la sfacciataggine di chiamare in causa Gesù per giustificarlo, mentre Mussolini non esitò a chiamare in causa il Vate per ammettere e giustificare di avere dirottato i soldi destinati a Fiume.
Egli sostenne infatti di avere avuto, per questa operazione, una autorizzazione formale di d’Annunzio. Questa autorizzazione in verità ci fu, ma non era stata data a Mussolini, bensì a Michele Bianchi, che faceva parte della giunta esecutiva dei Fasci milanesi, egli stesso si era recato a Fiume, nell’imminenza della campagna elettorale ed una lettera di Mussolini prova nettamente il suo intento di utilizzare i soldi destinati a Fiume per la sua fallimentare campagna elettorale, in essa tra l’altro è scritto: “…tenendomi alla dichiarazione da voi data a Michele Bianchi, faccio fronte alle spese di questo periodo eccezionale coi fondi della sottoscrizione. Ho appena bisogno di dirvi che il resoconto delle spese sarà regolare e scrupolosissimo fino al centesimo…”

Fatto sta che i provibiri respinsero la richiesta di liquidazione avanzata dai due ex redattori e confermarono che in merito al prelevamento dei fondi destinati a Fiume la responsabilità era da imputarsi esclusivamente a Mussolini e quindi non riguardava “le funzioni professionali dei redattori”

Questa ridda di accuse se da una parte provocò una levata di scudi contro le squadre fasciste, dall’altra però suscitò anche dichiarazioni di solidarietà da parte di d’Annunzio che mandò una lettera a Mussolini, in cui tra l’altro è scritto: “Da parte mia dichiaro anche una volta che – avendo spedito a Milano una compagnia di miei legionari ben scelti per rinforzo alla vostra e nostra lotta civica – io vi pregai di prelevare dalla somma delle generosissime offerte il soldo fiumano per quei combattenti..” Quindi giustificò l’aiuto ai suoi legionari mandati a Milano in rafforzamento di una lotta comune ma non lo sperpero dei soldi per la rovinosa campagna elettorale di Mussolini

Così il Vate ci aveva messo “una pezza”..anche perché Mussolini restava in ogni caso il suo unico referente valido in Italia per potere ancora avere qualche possibilità di ottenere qualche sostegno nella penisola, eventualità che vedremo, a poco a poco, diventare una speranza assai vana se non una vera e propria illusione, o addirittura un tradimento esplicito negli ultimi mesi del 1920.
Ma Fiume allora era ancora un’altalena di gioia e spensieratezza, e dolori acuti specialmente per la parte più debole e povera della popolazione.
Tra le gioie spensierate ci fu il carnevale del 1920 che quell’anno cadeva tra il 15 e il 17 febbraio

Fu proprio in quella occasione che a due delle teste più calde di quella impresa venne in mente una brillante idea. Keller e Comisso, oltre a diventare intimi amici, avevano anche progettato molti cambiamenti, essendo del tutto convinti che la rivoluzione fumana dovesse affermarsi sotto vari punti di vista ed in ambiti tra i più disparati: dall’ordinamento dell’esercito che non avrebbe dovuto avere più gradi superiori a quello di capitano, all’idea di prendere a modello l’Ardito come esemplare di nuovo combattente e archetipo di una nuova umanità, fino alla fondazione di una società di “spiriti liberi” che venne chiamata Yoga

Keller e Comisso erano però anche preoccupati che la giovane pianista Baccara amante di d’Annunzio e sua fedele compagna anche in seguito al Vittoriale, avesse una nefasta influenza su di lui, smorzandone le più originali spinte innovative. Forse non avevano tutti i torti, forse ella era in combutta con coloro che remavano contro la rivoluzione fiumana, fatto sta che la Baccara era stata nettamente contraria ad una azione armata in Dalmazia ed era sospettata di essere una spia di Nitti.

Così, per il carnevale si decise di rapirla e, a tal fine, si organizzò una sorta di festa medioevale del Castello d’Amore. Per questo uno stabilimento balneare venne adibito a “castello” e nonostante fosse difeso dalle più belle donne di Fiume, esso avrebbe dovuto sostenere l’attacco dei legionari fiumani travestiti da pirati, ovviamente provenienti dal mare. Durante l’assalto al castello, la castellana Baccara avrebbe dovuto essere rapita e portata lontano da Fiume. Da una rievocazione fatta nella rivista Yoga si evince che non solo lei sarebbe stata estromessa dalla città, ma sarebbero stati portati altrove anche “gli uomini del passato, le forme di uomini pesanti e dannosi alla celebrità dell’impresa di Ronchi”
L’ironia della sorte fu però che, quando alcuni ufficiali andarono ad illustrare il progetto della festa al Comandante per ottenere la sua approvazione, fu egli stesso a definire l’intento una sorta di “festa passatista”, gli sembrò infatti che tale “carnevalata” fosse talmente antiquata da ricordargli la sua Francesca da Rimini, e così non se ne fece più nulla.
Se da una parte i sogni utopistici, festaioli e spensierati proseguivano nelle fervide menti di alcuni legionari, dall’altra la triste realtà dell’assedio della città incombeva soprattutto sulla popolazione più debole e fragile come i bambini.

Dalla fine di settembre del 1919 al gennaio del 1920 la Croce Rossa aveva assicurato alla città vari approvvigionamenti, derrate alimentari e le Ferrovie dello Stato e la Regia Marina avevano provveduto al fabbisogno energetico, ma il mutare della compagine parlamentare ed il radicalizzarsi degli intenti rivoluzionari fecero sì che le nuove disposizioni del governo sospendessero tali aiuti. Le riserve energetiche della città erano quindi agli sgoccioli e si poteva resistere al massimo fino alla fine di marzo. Tutto oltre quella data sembrava doversi fermare con un ulteriore danno per le attività produttive e per l’occupazione già fortemente ridotta. Scarseggiava persino la carta per i volantini e per i manifesti murali, nonostante l’aiuto di qualche sostenitore della causa fiumana in Italia. La valuta fiumana, ancora ferma all’emissione di banconote della banca austro-ungarica, non valeva nulla fuori dalla città e il cambio in lire era fortemente compromesso.

A soffrire per questa situazione che incombeva soprattutto sui più deboli, erano soprattutto i bambini di Fiume. Così, per evitare loro ulteriori sofferenze, intorno alla metà di febbraio, il Comitato centrale dei Fasci di Combattimento di Milano comunicò di poter predisporre il trasferimento di un primo gruppo di duecentocinquanta bambini, mentre il Comitato nazionale femminile milanese per Fiume d’Italia si prendeva la responsabilità di vestire i piccoli che sarebbero stati ospitati da varie famiglie italiane
Il nuovo Capo del Gabinetto di d’Annunzio, Alceste De Ambris, esaltò in quella occasione il valore e la generosità dei milanesi egualmente manifestato dai ceti più ricchi ed aristocratici, e da quelli più umili, tutti uniti nell’offrire sostegno e solidarietà alle famiglie fiumane.
Il Comandante ricordò l’antico mito di Orione quando questi, avendo compiuto gesta gloriose, meritò di essere trasformato in una stella e, nonostante ciò, divenne cieco, mentre un bimbo, chiamato Prodigio, lo volse e lo condusse verso il sole.

“Questo – disse d’Annunzio – è il nome che per voto voglio dare ai figli di Fiume che giungendo dalla sponda donde sorge il sole potranno guarire la nostra divina Italia che vinse la guerra ed ottenne la vittoria, ed ora è ridotta cieca e miserabile”
La popolazione applaudì la partenza dei bimbi e Umberto Pasella, segretario politico generale dei Fasci di Combattimento milanesi, così si rivolse commosso ai genitori che ringraziò per le accoglienze festose: “Siate certi, o cittadini, che i bambini saranno affidati a mani buone e oneste e che sarà lietissimo il loro soggiorno fra noi lombardi. Viva Fiume d’Italia!”
Sembrava dunque che, in nome dell’infanzia che era il futuro dell’Italia, la nostra Patria si stringesse in un abbraccio festoso ed affettuoso attorno alla gente più povera e debole di Fiume accogliendone il fiore più puro, “guarendo” così i mali della incomprensione e delle avversità trascorse, ma Nitti, temendo che un’ opera compassionevole potesse trasformarsi ben presto in una temibilissima arma propagandistica, decise di comunicare al comando del Corpo d’Armata di Milano il divieto di trasportare i bimbi fiumani.

La reazione del Comandante non si fece attendere e arrivò puntualmente i primi di marzo con una lettera trasmessa ad un suo amico triestino e poi pubblicata anche in seguito sul Bollettino Ufficiale: “Leggo ora su un giornale una notizia non credibile. Il comando delle regie truppe della Venezia Giulia vieta il trasporto dei bambini poveri di Fiume nel Regno, mentre più di settemila piccoli viennesi sono oggi covati nella tenerezza degli italiani incagoiati.
Io non tollererò questa infamia

E preparo il più crudo dei miei stampi per bollarla
Inoltre, se il divieto non sarà tolto, imbarcherò in una delle mie navi gli innocenti e li sbarcherò in un porto dell’alto e del medio Adriatico. E farò fuoco, senza esitazione e senza scrupolo, contro chiunque osi attraversare la rotta o impedire l’approdo.
La prego di far sapere quel che penso a chi, con me, non può non abominare un simile provvedimento
Sì, ora comincia il bello”

A tali parole fece subito eco D’Ambris con una accorata prolusione a favore dei bambini fiumani e contro il governo italiano tenuta al teatro Fenice di Fiume, in cui tra l’altro disse: “..Sono dei propagandisti terribili i bimbi! Perché neppure il più cieco e cinico negatore dell’italianità di Fiume potrebbe perfidiare sulla santità della nostra causa davanti a centinaia di bambini fiumani che gridano: “Viva d’Annunzio!” con il più puro accento italiano. Questo ha compreso troppo bene Cagoia, e perciò dopo avere sospeso i rifornimenti di viveri e di carbone, riducendo Fiume allo stremo di ogni risorsa, il governo che infama e rovina l’Italia vorrebbe usare la suprema crudeltà contro i bambini fiumani, per punirli di essere il documento vivo del diritto incontestabile ed inalienabile di una città che vuol restare italiana contro ogni vile speculazione di politicanti”

Anche il Comandante prese la parola e ricordò quell’episodio in cui Caterina Sforza, assediata nella rocca di Rimini, ai nemici che la ricattavano minacciando di uccidere i suoi figli, rispose spavalda “Non importa: qui sta il conio!” accompagnando tale esclamazione con un gesto particolarmente eloquente rivolto al suo basso ventre.

Presto dunque l’opinione pubblica italiana fu commossa da quella vicenda e fioccarono le proteste, la decisione del governo, pertanto, si rivelò un boomerang e così altri cinquecento bambini poterono lasciare Fiume per essere accolti dall’abbraccio fraterno ed affettuoso di tante altre famiglie italiane.
Purtroppo tale calorosa accoglienza non si sarebbe ripetuta venticinque anni dopo, quando i fiumani e gli istriani furono costretti a fuggire dalle foibe e dalla persecuzione titina.


© Carlo Felici

7 continua

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Riguardo l'Autore

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Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

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