venerdì, 20 Settembre, 2019

“Flowers of Taiwan” fa il pieno. Intervista a Italo Spinelli

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Grande successo per “Flowers of Taiwan”, la tre giorni dedicata al cinema taiwanese che si è tenuta al Maxxi di Roma da venerdì a domenica, organizzata da Joint Cultural Initiatives con l’Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia, Taiwan Film Institute, Taiwan Docs, Taiwan Cinema Toolkit e Cineteca di Bologna. Ospiti d’onore il maestro Tsai Ming-liang – che ha tenuto un prezioso masterclass domenica mattina – e l’attore e regista Lee Kang-sheng. Ne ho parlato con Italo Spinelli, direttore di Asiatica Film Festival, di cui l’evento costituisce una sorta di spin-off.

Come nasce “Flowers of Taiwan” e quali finalità si propone?
Da vent’anni organizziamo un festival dedicato al cinema asiatico, l’Asiatica Film Festival, e Taiwan è uno dei Paesi di cui ci siamo occupati di più. Recentemente abbiamo promosso anche degli eventi di tre o quattro giorni incentrati su specifiche cinematografie nazionali: uno ad esempio sul cinema iraniano con un focus su Rakhshan Bani Etemad; un altro su quello indonesiano con un focus su Garin Nugroho. “Flowers of Taiwan” è stata l’occasione per riportare al nostro festival un amico come Tsai Ming-liang e di provare a raccontare gli ultimi quarant’anni di cinema taiwanese attraverso una selezione di film condivisa con lui, dando spazio anche alla videoarte.

Perché la videoarte?
L’idea era quella di dare conto di quello che sta succedendo nell’isola dal punto di vista artistico. Lo spunto è venuto da Giacomo Spinelli, curatore scientifico della rassegna: mentre studiava cinese a Taiwan è rimasto affascinato dal fervore della vita culturale. Abbiamo lavorato con le gallerie, con il Taiwan Film Institute, con Taiwan Docs. C’è stata una grande collaborazione da parte taiwanese che ha portato alla selezione dei video, incentrati sul tema della memoria e dell’identità.

Grazie alle iniziative dell’Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia, del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan e del vostro festival si stanno compiendo dei passi significativi per avvicinare ulteriormente Italia e Taiwan dal punto di vista culturale. Quanto importante è il ruolo del cinema in questo senso?
Il cinema è stato uno dei canali più importanti per far conoscere Taiwan nel mondo, come raccontano i film della nostra rassegna. Penso ad esempio alla prima new wave taiwanese, ai lavori che abbiamo mostrato di Edward Yang o di Hou Hsiao-Hsien, che hanno dato di questo Paese una visione nuova e ne hanno veicolato l’identità.

Nel corso del suo masterclass Tsai Ming-liang ha insistito su un’idea di cinema in cui il ruolo dell’autore torna a farsi protagonista. Ha citato Truffaut molte volte, ha difeso un cinema inteso come arte. In un momento in cui il cinema è sempre più immerso in una dimensione massmediatica e pubblicitaria e il concetto di autore è vittima di un fuoco incrociato, non credi che questa lezione sia particolarmente feconda?
Sono sostenitore del cinema d’autore, che in Italia stiamo sempre aspettando. Non che nel nostro Paese non ci siano autori, ne abbiamo: ma forse manca una sensibilità autoriale a tutto tondo. I registi della new wave taiwanese, ad esempio, erano anche sceneggiatori dei film dei loro colleghi. Hou Hsiao-Hsien è stato anche produttore di Edward Yang, Tsai Ming-liang scriveva sceneggiature per altri autori. È questo spirito autoriale – che poi si rifà al modello francese – che forse in Italia non abbiamo. C’è una sorta di individualismo, mentre forse questa nuova generazione dovrebbe muoversi all’interno di un contesto, di un quadro comune. Come diceva Tsai Ming-liang, inoltre, essere autori significa anche uscire dal mainstream e dal mercato, seguire le proprie aspirazioni personali. Lui è stato molto radicale, è andato oltre l’idea di un cinema narrativo. In questo momento più che mai, fare questo tipo di scelta richiede molta generosità e coraggio. Una concezione esclusivamente commerciale, come dicevi tu, trasforma il cinema quasi in comunicazione, lo lega a tutto l’apparato della pubblicità di cui il film diventa soltanto l’ultimo aspetto. Con Tsai Ming-liang al centro di tutto c’è la persona. Lui ha dato questa definizione che mi sembra magnifica: il cinema non è soltanto sceneggiatura, è seguire la persona che è davanti all’obiettivo.

Avete in programma altre iniziative sul cinema di Taiwan?
Dal 1 al 10 ottobre al Nuovo Sacher di Roma si terrà l’Asiatica Film Festival. Ci saranno vari film taiwanesi: “Nina Wu”, l’ultima opera di Midi Z, che probabilmente sarà nostro ospite, un cortometraggio molto interessante e due documentari – uno girato in Tibet e l’altro in Birmania – di due registi naturalizzati taiwanesi.

Giulio Laroni

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