venerdì, 23 Ottobre, 2020

Fosse solo questione di nome

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Non modifico la mia opinione. Tutte le volte che si parla di ‘terza via’ a sinistra, lo si fa perché ci si rifiuta di accettare che i cromosomi del socialismo riformista contengono gia’ una certa predisposizione a valutare il cambiamento sociale e a governarlo. La diatriba è antica. Chi proviene da culture diverse dalla nostra – D’Alema, ad esempio – ha sempre nutrito il bisogno di dotarsi di un pugno di termini e di aggettivi alternativi alla parola ‘socialista’. E giù invenzioni. Superflue! Temo però che dietro al nome si nascondano nodi complessi. Almeno un paio, figli entrambi del complesso del ‘nuovo arrivato’. Il ‘parvenu’ agogna il battesimo e, una volta unto, diventa il più acerrimo nemico del suo passato. Perché vuole seppellirlo e perché deve accreditar si nella nuova chiesa.

Noi non abbiamo mai sofferto di sudditanza verso gli imprenditori perché non ci siamo mai scagliati contro il mercato e la competizione. Talune privatizzazioni, insomma, a cominciare dalla telefonia, rivelatesi poi un pessimo affare per gli italiani, non le avremmo mai promosse. Tant’è. Secondo. Proprio perché profondamente europeisti, di questa Europa cogliamo oggi tutti i limiti. Urge un patto fondativo diverso da Maastricht. Diversamente l’Unione conoscerà mari poco navigabili. Non è dunque solo questione di poter godere di maggiore flessibilità. Il tema è ben più largo. Tra chi vuol cancellare l’Europa e chi intende lasciarla com’è, la strada maestra e’ nella definizione di una cornice istituzionale adeguata al millennio in corso. La sosteniamo solo noi?

Postilla. Il pelosissimo cattocomunismo applicato spesso nella gestione (e nella comprensione) del fenomeno migratorio ha prodotto risultati decisamente migliorabili. Dobbiamo offrire garanzie e diritti a chi è in regola, chiedere loro di ‘dare e fare’ per il paese che li ospita, rimpatriare clandestini che non abbiamo la condizione di esuli, profughi di guerra e quant’altro. Ma non basta. Su un altro piano, vanno premiate le imprese italiane che utilizzano prodotti Made in Italy. A parità di eccellenza, insomma, il pubblico deve scegliere nelle gare di appalto chi sta sul mercato con materiali italiani.Non solo e’ possibile, e’ necessario.

Riccardo Nencini

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